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D J O S E R

DJOSER e i Libri di Thot

Continua il “viaggio” di Djoser, allievo del Tempio di Ptha,
a Memfi, attraverso il percorso della “Conoscenza” che svela segreti e misteri.

E’ la “Conoscenza” racchiusa nei “Rotoli della Sapienza”, anche detti “Libri di Thot”, per redigere i quali, gli Antichi Saggi avevano utilizzato simboli che raggiungessero l’Animo e svegliassero le facoltà superiori della Coscienza. Non attraverso la parola, che restava incomprensibile, ma per mezzo di simboli ed indizi nascosti, ma illuminanti per chi avesse saputo leggere fra le righe.
Thot in persona, il Signore della Scrittura e della Sapienza, aveva guidato la loro mano.

In quei Libri Sacri, che costituiscono il collegamento tra l’umano e il divino, sono svelati i Misteri della Divina Nut, Signora del Cielo, che Thot nascose nel grembo di Geb, Signore della Terra.
Misteri segretamente e gelosamente custoditi perché pericolosi
per l’umanità, ma utili, se scoperti da creature capaci di “comprendere, custodire e operare”.

In quei Rotoli Sacri vi é tracciato il percorso segreto attraverso cui Atum-il-Creatore consente alla sua creatura prediletta di farsi simile a Lui, ma quei rotoli sono scomparsi insieme all’ultimo Saggio che li ha avuti in custodia e con essi è scomparso anche l’Aptet, la chiave di interpretazione per raggiungere la “Conoscenza”.

Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha, ma anche figlio di Bafra, principe di sangue reale, possiede la “Conoscenza” necessaria e suo compito è porsi sulle loro tracce, ostacolato da chi, provvisto di grandi poteri, come Kabaef, il “grande-di-magia”, vuole entrarne in possesso per i suoi fini delittuosi.

Il compito di Djoser non sarà facile.

Ma Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, che lo ha posto sotto la sua protezione facendo di lui una creatura speciale, lo sosterrà nell’affrontare i propri Demoni ma anche i Demoni e gli Spiriti Malvagi della Duat, il Mondo-di-Sotto, che il ragazzo è deciso a ripercorrere per la salvezza propria e dell’umanità.

 

 

 

 

Brani tratti dal libro

Titolo

IL KA (fantasma) di NSITAMEN

                                                 

      Un quarto di luna offriva un pallido chiarore; sufficiente, però, per ammantare di ombre inquietanti la necropoli ad oriente della Piramide di Khufu. Non quella parte che ospitava le hut-kau di Nobili e Dignitari, le grandi tombe sempre provviste di offerte e con l’immagine del proprietario incisa su una lastra di pietra, sontuose e bene allineate. La debole luce di quel quarto di luna lasciava in penombra le pendici delle montagne, la cui sola luce proveniva dalla fiamma dell’unico tripode che la brezza notturna faceva tremolare. Laggiù, scavate nella roccia, c’erano tombe modeste e disadorne. C’era anche la tomba in cui l’architetto Pthahotep aveva sepolto sua moglie Nsitaten prima di partire con Djoser per l’esilio di Sais.
Fra tumuli e fosse, Djoser si aggirava trascinando uno slittino, Avanzava a fatica, ma determinato. Avanzava solitario, perché in quella parte del cimitero le guardie avevano poco da proteggere. E avanzava silenzioso, essendo, lo stridore dello slittino contro i sassi, il solo rumore.
Due enormi roditori gli sfrecciarono davanti facendolo sobbalzare.
“Djet h Neheh!.. come dice l’amico Mosè. – proruppe, lanciando una rapida occhiata intorno – Topi così grossi e ben pasciuti metterebbero in fuga il più famelico dei gatti… Coraggio, Djoser… Non lasciamoci distrarre dal nulla.”
A circondarlo era davvero il Nulla, poiché non c’era alcun rumore: inutile tendere l’orecchio per sorprenderne uno qualsiasi: un bisbiglio, un sussurro. Nulla. Neppure il rumore dei granelli di terra smossi dall’aria. Ed era veramente solo. Solo in mezzo a pietre che evocavano storie di vite vissute; pietre che raccontavano la pietà di uomini verso altri uomini. Pietre misere, forse, ma capaci di proteggere il Grande Mistero: la partenza da questo Mondo per
il Mondo-di-Sotto.
Già una volta si era trovato in una circostanza simile. Era consapevole di ciò che stava facendo e dei rischi che stava correndo. E non era il castigo degli uomini che temeva; di ben altra sostanza era il suo disagio, perciò cominciò a recitare:
   “Voi che fate entrare le Anime-Bau nella dimora di Osiride,
    fate entrare con Voi l’Anima-Ba di Nsitaten.
   Voi, che aprite i Cammini per Osiride…”
Un soffio leggero gli sfiorò il collo; rabbrividì, ma proseguiì:
    “Oh Unico, che Ti alzi nella Luna, salute a Te.
     Che a Nsitaten siano sempre aperte le Sekhet della Duat...”
“Djoser…”
Una voce lo sorprese alle spalle; deglutì a fatica e arrestò immediatamente il passo, andando ad inciampare contro una sporgenza del terreno. Riuscì a conservare l’equilibrio, ma il respiro divenne rapido e veloce come l’ansimare di una bestia in trappola.
Il riflesso della luna sullo spigolo della grande Piramide del faraone Khufu gli illuminò la faccia: non aveva bisogno di frugare nella mente per riconoscere quella voce.
“Madre…” invocò; l’orizzonte davanti a lui era livido e i suoi occhi lo sfiorarono sgomenti.
“Non  spaventarti, figlio mio adorato... Sono qui. Dietro di te.”
Djoser si girò, tremante della più violenta emozione: dietro di lui, attraversata dal timido bagliore della luna, vide la figura evanescente di sua madre Nsitaten.
Non era l’immagine luminosa che gli era apparsa alla Laguna-della-Doppia-Fiamma, nel Mondo-Di-Sotto, quando gli era venuta incontro insieme al maestro Pthahotep, ma era sempre giovane e bella. Così come la ricordava: la madre più bella del mondo.
Stava immobile di fronte a lui, con sguardo amoroso. Verdi bagliori partivano dall’amuleto Uay, in porcellana smaltata e a forma di papiro, che le pendeva sul petto. Glielo aveva messo al collo il padre prima di chiudere il suo corpo fra le bende, per assicurarle vigore ed eterna giovinezza.


“Madre!” gemette e e non si accorse di piangere, fino a quando non sentì il sapore delle lacrime sulle labbra. Si lanciò in avanti. Il gesto impetuoso lo fece inciampare contro lo slittino. Si rialzò e tese nuovamente le braccia, ma si ritrasse spaventato: il contatto con la luminosa superficie di quell’amuleto gli aveva bruciato la pelle.
Djoser lo fisso terrorizzato.
“Non aver paura, figlio adorato. – lo rassicurò la figura evanescente, chinandosi a soffiare sulle dita dolenti, così come faceva quand’era bambino e si sbucciava un ginocchio – Non ti arrecherà alcun danno. Non può nuocere ad un puro di cuore e tu, figlio mio, sei puro come il respiro della Celeste Nut.”
“Ma... –  replicò il ragazzo – sembra di fuoco.”
“Era di fuoco. – spiegò sorridendo il fantasma di sua madre – Era una fiamma divorante quando ha contrastato le malvagie intenzioni del Distruttore-di-Cuori.”
“Hai incontrato il Distruttore-di-Cuori?” s’impressonò Djoser.
“Oh! – sorrise lei, nel modo più celestiale che il ragazzo potesse immaginare si potesse sorridere – Il Ka di tua madre attraverserebbe le lande più desolate del Mondo-di-Sotto e anche del Mondo-di-Sopra ed affronterebbe Demoni e Spiriti malvagi per poterti vedere anche un solo istante.”
“Il tuo Ka? – la interrupe il ragazzo – Non capisco, madre.”
“Questo che vedi davanti a te, figlio mio, non è il Corpo-di-Gloria di tua madre. Non è il Glorioso-Akh che hai incontrato allo Stagno-di-Fuoco, Di-Sotto. Quello è rimasto agli Hotep-Jaru. Questo che vedi è solamente lo Spirito di tua madre.”
“Che cosa ci fa lo spirito della mia adorata madre fuori della tomba? E’ in cerca d’acqua e cibo? Le ultime offerte deposte non erano sufficienti alle tue necessità? Quale figlio snaturato, lascerebbe girovagare lo spirito di sua madre in cerca di cibo?”
“Oh!... Il mio Akh vive felice nei Giardini-di-Osiride. Non gli manca nulla. Nè cibo, né acqua e neppure fiori, che rallegrano la vista. - il fantasma di Nsitaten ebbe un sorriso che le riempì  lo sguardo di faville - E non manca nulla neppure al mio Ka, che vive nella hut-ka, grazie a te, figlio mio, Anima della mia Anima!”
“Oh! – proruppe Djoser – Avrei voluto essere io a chiudere i tuoi occhi quando il soffio di Anubi ha toccato le tue palpebre, madre…” s’interruppe per trattenere un singhiozzo.
Il fantasma di Nsitaten sorrise ancora.
”Non ero da sola. Tuo padre era con me ed ora che anch’egli mi ha raggiunto, ogni giorno noi due varchiamo insieme i Cancelli di Geb per venirti incontro.”
“Oh, madre mia. – la interruppe Djoser – Io voglio che voi due siate uniti anche qui, come lo siete nel Mondo-di-Sotto.”
“Lo sai, figlio mio! Queste sono le leggi stabilite dagli Dei: la hut-ka, in questo Mondo, per accogliere il corpo e i Sekhet-Jaru, nell’Altro, per accogliere i Gloriosi-Akh!”
Djoser non la lasciò proseguire.
“E’ una cosa che tuo figlio non può più accettare, madre. Il giorno in cui lasciammo Sais, fu perché il caro padre sentiva avvicinarsi il tempo stabilito per lui dagli Dei e voleva che la morte lo ricongiungesse alla tanto amata compagna della sua vita. Quel giorno, madre mia, io giurai a me stesso che nessuno mai, su questa terra, avrebbe tenuto separati i vostri  corpi.”
Nsitaten ebbe un lungo sospiro.
“Vengo qualche volta a fare visita alla casa-eterna che tuo padre preparò per il mio corpo-sahu, qui nella necropoli…”
“Il maestro voleva per te  una casa più dignitosa.”
“Lo so, figlio mio. Lo so! Non angosciarti per questo.”
“Ero un  bambino, allora, – Djoser scosse il capo - ma ora molte cose sono cambiate nella vita di tuo figlio, madre, e…”
“Oh, Djoser, figlio adorato, non vorrai fare qualche pazzia?”
“Io voglio solo riparare all’ingiusta sorte che il Destino ha riservato ai miei genitori: da questa notte non vi mancherà nulla, là dove andrete a vivere insieme.”
Un luccichio comparve negli occhi del fantasma di Nsitaten, quasi di pianto. Così luminoso, così carico di splendore, che perfino il riflesso della luna, restituito dalla superficie abbagliante della piramide di Khufu, alle loro spalle, pareva un timido bagliore.
“So che cosa vuoi fare, figlio mio. So, che cosa stai facendo… e te ne sono grata. Te ne siamo grati tutti e due, io e tuo padre, ma io sono qui per pregarti di  rinunciare dal tuo proposito, che è lodevole ma pericoloso....Oh, Djoser, piccolo mio, io devo andare… Vorrei restare per convincerti a non fare pazzie, ma non posso fermarmi. La Dea-del-Silenzio mi chiama. De … devo an... anda…”
Con queste parole, lo spirito di Nsitaten si dissolse nell’ombra.
“Madre…” cercò invano di trattenerla il ragazzo, con lo sguardo lucido  di lacrime non trattenute.

ABISSI ANCESTRALI

Ciò che videro emergere dalle tenebre della cripta li stravolse entrambi: la statua di legno della Regina che, illuminata in pieno, li fissava con un sorriso.

Era  immersa in un atteggiamento di quieta serenità e consapevole regalità: la gamba sinistra tesa in avanti in un atteggiamento sensuale e in mano un bocciolo di loto appena aperto. Perfino le pieghe della veste scivolavano morbide e sensuali fino alla caviglia.
“Per il Cranio Rilucente e Calvo di Ptha!” proruppe Thaose, cedendo il lume a Djoser. Anche Mosè stava sbirciando all’interno, accovacciato per terra tra le gambe dell’ufficiale e il musetto infilato dentro la spaccatura.
“Avete sentito? – stava dicendo – Non sentite anche voi uno scricchiolio? Ci sono topi… o forse pipistrelli…”
“Questo scricchiolio proviene dalla statua della Regina.” disse Thaose; Djoser scosse il capo.
“Questa non una statua di legno.”
“Che cosa dici?”  Mosè sollevò la testa arruffata, affondata nel gonnellino dell’amico. 
“Le…lei non è un pezzo di legno. – balbettava Djoser, in preda ad incontenibile emozione -  Lei è una persona… Il suo Ka è qui...  in visita alla sua tom… - si corresse – alla sua nuova casa.”
“Ma che cosa dici?” strillò nuovamente il Ratto.
“Sta dicendo… – il principe Thaose indietreggiò di un passo e riportò lo sguardo sul ragazzo – Sta dicendo che il Ka della regina Hetpheres sta tentando di entrare nella statua.”
Anche Osorkon si girò verso il ragazzo, gli pose una mano sulla spalla e lo guardò attraverso la fiamma della fiaccola.
“Stai dicendo che la statua della  Regina, che sta dietro questa porta, sta prendendo vita? E’ questo che stai dic…”
Ancora uno scricchiolio nel legno, più nitido e chiaro, che troncò le parole sulle labbra dell’ufficiale. Dal canto suo, Djoser non aveva dubbi; fece un cenno affermativo del capo, poi, con gesti rapidi,  trasse da sotto il pettorale la collana che con tanti raggiri il piccolo Mosè aveva sottratto all’ingenuo contadino al mercato e, protendendo le mani oltre la fessura, accompagnò il gesto con un’intonazione:
    “Ecco l’incorruttibilità dell’oro,
     di cui sono fatte le membra degli Dei.
     Perché Hetepheres-Glorificata possa rallegrarsi con esso.”
Un fascio di luce fiammeggiò all’interno della cripta come un faro in una notte senza stelle; Djoser l’attraversò con entrambe le mani. Raggiunse e sfiorò il collo della statua e lo adornò con la collana.
Un formicolio, al contatto, gli penetrò la pelle.
    “Ecco la divina protezione dell’azzurro lapislazzulo
     di cui son fatti i capelli degli Dei.
     Perché Hetepheres-Glorificata possa rallegrarsi con esso.”
Ritirò le mani vuote, ma una voce gli irruppe nella mente con l’irruenza di un toro selvaggio:
“Credi davvero che questa materia inerte, distante dalla tenera carne  che suscitava   un tempo   desiderio   e passione,  possa accogliere il Ka di Hetepheres, l’Amata di Ptha...”
Djoser ammutolì e restò ad ascoltare con animo turbato i propri pensieri. Ma erano proprio i suoi pensieri che stava ascoltando? Non potevano essere i pensieri di qualcuno introdottosi nella sua mente? Egli non era uso a navigare in acque  malinconiche, nostalgiche e al contempo tristi e furenti. No! Non erano i suoi pensieri che stava ascoltando: erano quelli della regina Hetepheres, che cercava di entrare nel simulacro di legno, oltre quella porta, e gli inviava immagini e sensazioni.

La prima nitida immagine a irrompergli nel cervello fu una forma trasparente ed abbagliante come una fonte di luce.
“Il Luminoso-Akh della regina Hetepheres!” mormorò.
Non credeva ai propri occhi, che pure erano gli occhi della mente e potevano addentrarsi in un mondo senza limiti né confini, che la ragione e la conoscenza spesso negavano allo sguardo del corpo.
La Regina era a bordo di una barca senza timone che avanzava solcando acque di un vivido bagliore. La vide scendere dalla barca… ma era proprio una barca? E poi lungo una scalinata su cui cadeva l’acqua di una cascatella che lambiva il bordo della sua tunica, senza bagnarla. La vide, infine, sollevarsi sopra la cascatella e spiccare il volo verso l’alto, come se avesse le ali. Non erano ali quelle che la sorreggevano, però, bensì i lembi spiegati al vento del suo preziosissimo, trasparentissimo calasiris.
Lo sguardo attonito del ragazzo la seguì attraverso grotte oscure e bui anfratti, rischiarati soltanto dalla luce che emanava da lei stessa. Capì che stava attraversando le membra di Geb, il crostoso Signore della Terra e vide il grande Portale spalancarsi con un rumore assordante, come mille tuoni caduti tutti insieme.
“I Chiavistelli di Geb si stanno aprendo davanti a Lei…- mormorò, inseguendo lo svolazzare del suo calasisris in mezzo a cigni ed aironi dalle ali abbaglianti che riempivano il cielo di riflessi azzurrini - La Divina-Nut l’ha accolta nel suo seno e spalancherà davanti a Lei i Cancelli del Cielo.”

Non capiva se ad operare quel prodigio fosse la propria mente o quella della Regina. Continuava a ricevere immagini, ma non capiva se fossero i suoi incantesimi e la sua magia a richiamare il Ka della Regina e ad attirarlo in quella statua, o fosse invece la Regina che richiamava se stessa alla vita con i medesimi incantesimi e la medesima magia.
Restò nel dubbio, ma con la consapevolezza che il tempo avesse cessato di porre barriere e favorisse il prodigio.
Lentamente gli occhi vitrei della statua abbassarono le palpebre: il primo segno della vita stava prendendo possesso della materia inerte. Una goccia si staccò dal ciglio; forse una lacrima.  Gli occhi si spalancarono: vivi e carichi di splendore. La bocca, che lo scultore aveva dipinto di rosso-vermiglio, si aprì in un sorriso che mise in mostra due file di perle candidissime. Sotto la lunga tunica, il corpo, snello e sinuoso, si mosse. Impercettibilmente. Il cuore pulsò, in un battito tranquillo e regolare, e il seno le si gonfiò nel primo respiro. La statua, palpitante di vita, attraversò la parete e si fermò davanti ai quattro, che indietreggiarono.

“Sono Hetepheres, l’Amata di Ptha!”  disse.
La voce   melodiosamente   gutturale    e glittica,   scaraventò il ragazzo fuori della sua mente. O, pensò, forse era la Regina che si esiliava da lui. Qualunque fosse il presupposto, egli ne era sopraffatto e passò un lungo attimo prima che potesse riportare ordine tra le file scomposte dei pensieri. 
(continua)

brano trato da "DJOSER e i Libri di Thot"

 

 

DJOSER e lo Scettro di Anubi

ANTICO EGITTO - DJOSER e Lo Scettro di Anubi
l’ultimo libro di MARIA PACE   -     Romanzo storico-fantasy

edito da SOCIETA'  EDITRICE  MONTECOVELLO
nelle migliori librerie

Siamo in Egitto, Antico Regno – IV Dinastia.
Djoser, un ragazzo di sedici anni, allievo del Tempio di Ptha, lavora al cantiere della Piramide del faraone Khafra.
Abbandonato ancora bambino sulle rive del Nilo, Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, lo pone sotto la sua protezione facendo di lui una “creatura” diversa dagli altri mortali: gli permette perfino un viaggio attraverso la Duat, l’Oltretomba egizia, durante un percorso iniziatico.
La storia del ragazzo si intreccia con le vicende di un popolo unico e straordinario: scene di vita quotidiana, tecniche di costruzione di enormi strutture architettoniche, rivalità tra caste sacerdotali, intrighi di corte…
Si affacciano su questi scenari, lungo le rive di un fiume brulicante di vita, personaggi come Mosè il Ratto, piccola e simpatica canaglia, Osorkon di Tanis, ufficiale di Sua Maestà, arrivato dal Delta con l’inseparabile falco, il principe Thaose, nipote anticonformista del Faraone, e non mancano personaggi come Hetpher. Djeda o Kabaef, “grandi di magia”… Tutti loro condurranno il lettore attraverso un percorso di magico splendore e misteriosi rituali, ma sempre segnato da rigorosa ricostruzione storico

nota dell'autrice:

questo libro sostiene il progetto  NON SIAMO SOLI  -  SAVE THE CHILDREN

DJOSER e lo Scettro di Anubi

Brani tratti dal libro

ELENCO

  • LA METAMORFOSI
  • IL RO-STAU - La Porta dell'Oltretomba
  • SIKHTY - Il Bambino-Uccello
  • L'Ombra-Shut
  • KABEYTH - La Divina Freschezza

NEPER - Il Genio del Grano

 

 

NEPER – il Genio del Grano

brano tratto dal  libro   "DJOSER e lo Scettro di Anubi"  -   edito da SOCIETA’ EDITRICE  MONTECOVELLO

nelle migliori librerie

 

 

Con queste parole, la cima del Signore della Foresta-del-Tempo, cominciò pian piano a piegarsi in avanti; Djoser rimase a guardarlo, poi dirottò l’attenzione averso il proprio piede. Non era gonfio e pareva intatto. Provò a rimettersi in piedi. Le gambe erano irrigidite. Naturale, si disse; alle sue spalle, intanto, la cima dell’immensa quercia stava quasi per toccare il suolo.

“In fondo non fa così male e il bruciore passerà presto.” provò a consolarsi, facendo un passo in avanti. Un altro e un altro ancora, poi si fermò, con l’improvvisa coscienza che un mutamento era in corso   dentro di sè.   Non sofferenza   o dolore   fisico, ma una sensazione già nota. Un senso di distacco e di perdita.

Comprese che un’altra delle sue Identità lo stava lasciando: il Ba, la più intima e profonda delle forze dello spirito. Carattere e volontà, risiedevano in esso. Nobiltà e sfavillio. Conoscenza ed intelligenza. Integrità e moralità. Per questo, lo prese una gran tristezza. Quella “partenza” era davvero   una gran perdita.  Nulla di buono poteva accadere adesso al suo Ka, lasciato solo indifeso e ferito. Il Ren era rimasto in custodia dei Guardiani del Ro-Stau, l’Ib vagava nel Labirinto e la Shut si era fermata ai margini del Lago di Fuoco. E adesso il Ba. Quale sorte sarebbe toccata alla sua Anima? Non quella di Sikty, sperava.

Nome e Ombra, Cuore e Anima erano stati con lui per sedici anni. Lo avevano accompagnato e protetto, difeso e incoraggiato. Sarebbero ritornati a lui? Senza di loro si sentiva abbandonato e perso. Non sapeva cosa fare. Si sentiva come quel marinaio in mezzo al mare, di notte, con il cielo coperto e privo di orientamento. Improvvisamente si sentì chiamare:

“Djoser, Colui-che-è-uscito-dal-Papiro! Guarda verso di me.”

Era una vocetta gentile e soave, dolce e suadente. Djoser si girò e lo vide, proprio dietro di lui. Gli arrivava appena alla cintola.

Era un bambino. Il bambino più strano e incredibile che avesse mai visto in vita sua. La pelle era verde e verde erano anche i capelli lunghi, lisci e simili a spighette di grano non ancora maturo. In fondo alle braccia ed alle caviglie, mani e piedi terminavano in lunghe dita a germoglio. Il volto, parve Djoser, assomigliava a    quello del suo amico Sikty, ma il sembiante era

di una dolcezza toccante.

“Chi sei?” fu la prima cosa che a Djoser venne in mente di chiedergli, sicuro che non fosse lì per nuocere a lui; quello sorrise, tendendo verso di lui il braccio dai verdi germogli.

“Non mi riconosci? Sono la Guida del tuo Ba.”

“La Guida del mio Ba? – Djoser restò qualche attimo a fissarlo con espressione incredula – Ma sei così piccolo!”

“Sto crescendo. Sto crescendo insieme a te. Alla fine del tuo viaggio, sarò cresciuto e maturo.”

“Vuoi guidarmi? E dove vuoi portarmi?”

“Non è il tuo Ka che voglio guidare. Lui deve percorrere da solo le vie della Duat. Io voglio guidare il tuo Ba.”

“Ma Tu… tu… Ho capito chi sei! – proruppe Djoser - Tu sei Neper, la Guida delle Anime-Ba.”

Era proprio Neper, il Grano-Divinizzato. Era il Genio Benevolo che conduceva l’Anima-Ba attraverso l’Aldilà, nell’attesa di ricongiungersi al Ka, di ritorno, Giustificato e Glorificato, dal Giudizio di Osiride.

Così come la vita vegetale si rigenerava attraverso  la semina,   l’apparente  scomparsa sotterranea, anche

l’Anima poteva sperare nella propria rigenerazione e salvezza.

Il piccolo Genio sorrise e sollevò verso l’alto il braccino dai lunghi germogli. Solo in quel momento Djoser parve accorgersi che l’airone azzurro stava frollando sul suo capo e scoprì che la sua testa era umana e la faccia era la sua: quell’airone era il suo Ba e stava per volare lontano, guidato dal Genio del Grano.

Indefinibile, la sensazione che provò nel vederli allontanarsi. Molto simile, pensò, a quella che deve provare una pianta divelta dal suolo o un frutto staccato da un ramo. Lui si sentiva assai simile a quel ramo ed a quella pianta

(continua)

LA METAMORFOSI

Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava a quella culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa. Le sue mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messe al collo sua madre. 
Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la  luce  della  Luna   lo scaldasse   quasi più delle fiamme del bivacco. Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo.
Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo. Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune. Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dell’animale si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte. Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo. Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi.
Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde. Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite. Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.
Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere.
Attese. Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le   barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.
E il prodigio accadde. Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono. Umani o, forse, divini. Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire. Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo. Anubi era davanti a Djoser e il  ragazzo, più attonito  e sbigottito che mai da quella stupefacente metamorfosi, lo guardava ammutolito.
“Oh, Anubi! -  proruppe - O Signore del Cammino Nascosto!”
“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.
“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. - si lamentò il ragazzo-  L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”
Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:
“Hai paura di me?”
Un poco, quella domanda stupì il ragazzo.  Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare. Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino. Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori. I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo  della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente. L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni. Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano   spaurite alla mercè  di terrificanti creature.
Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura.
(continua)

IL RO-STAU - La Porta dell'Oltretomba

tratto dal libro  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"

se questo brano ha suscitato interesse e si volesse continuare la lettura, si può richiedere il libro direttmente presso: Società Editrice MONTECOVELLO

oppure alla propria libreria

il libro costa quando due pacchetti di sigarette, ma non è altrettanto dnnoso e sotiene il progetto NON SIAMO SOLI  -  SAVE THE CHILDREN  (come riportato sul retro del libro)

Djoser si mosse. Gli pareva di navigare in un etra fluido e leggero, ma non era la sua volontà a condurlo, bensì una forza arcana ed estranea. Si voltò. Di nuovo lo assalirono nausea e vertigini, ma qualcuno lo sostenne. Djoser cercò il suo volto. Il movimento fece fluttuare l'aria intorno a lui. Fu in quel momento che la presenza percepita accanto a sé si manifestò.
Era un  giovane. D’aspetto bellissimo, il volto era così radioso che per un attimo Djoser dovette chiudere gli occhi. Quando li riaprì, vide una testa che si levava nobile e dritta su un collo taurino e  un volto ovale e bruno che pareva scolpito nel basalto. L'espressione era timida e dolce. Straordinariamente dolce. Lo sguardo, però, penetrante ed ardente, irrequieto come quello di un giovane toro, fiammeggiava, simile a oro fuso dai cangianti riflessi turchesi. La fronte, piatta e marmorea, si allungava verso il sincipite dove si inserivano due corna arcuate, levigate e lunghe; una stupefacente macchia bianca campeggiava al centro della fronte.
"Hapy!”   sussurrò Djoser; quella presenza non gli ispirava alcun sentimento di paura.
   "Divino Hapy, Alfiere di Ptha il Creatore – salutò -
    Omaggio a Te che scendi dal cielo e dai da bere alla terra.”
“Djoser, Figlio della Terra. Abbandona tutto quanto ti lega al Mondo-di-Sopra. – la voce del Hapy gli penetrò il cervello -Trattieni qui il tuo Corpo e lascia lo Spirito libero di andare oltre gli Orizzonti-Inviolabili-del-Tempo.”
Djoser sollevò lo sguardo e incontrò quello del Signore del Nilo, turchese, magico e carico di splendore.
Stava sognando? Sotto i sandali non sentiva più il selciato del pavimento, ma nuda terra. Dov’era? Gli pareva di non aver mosso piede eppure era certo di trovarsi in un altro posto. E Hapy? Era anche Lui frutto del suo sogno? Era certo di no, com’era certo di avere già incontrato il Signore del Nilo nel suo aspetto umano.
Un ricordo nitido e chiaro riemerse dalla bruma del tempo infantile. Aveva due o tre anni e stava giocando sul greto del fiume, dietro casa, con l’amichetto del cuore: Amosis, Sikty, Neferptha... Sikhty. Forse Sikthy. Non ricordava con assoluta certezza il suo nome. Ricordava invece che era molto divertente raccogliere ciottoli e vermi sul greto del fiume  che il ritiro delle acque lasciava scoperto. Divertente, ma pericoloso. Solo qualche metro più in là, le acque sprofondavano tanto da minacciare di inghiottirli. Proprio ciò che accadde quel giorno.
La voce di Hapy tornò a risuonargli nella mente.
“Risparmia animo e cuore per le prove che ti attendono, ma abbandona ogni paura, o Sa-ta,   Figlio-della-Terra, e   segui con 
fiducia i passi della tua Guida.”
"Sono pronto a seguirti." disse Djoser e perfino la propria voce gli parve un grido che squarciasse il silenzio arcano ed immobile che era intorno a lui e dentro di lui, rotto soltanto dagli sguardi sfolgoranti del Dio. Era sempre fermo, i piedi sempre radicati nel suolo, eppure provava la stessa sensazione di quando scivolava lungo i budelli della Piramide di Khufu.
“Non sono Io la tua guida.” lo sorprese Hapy scuotendo il capo e
facendo fremere l’aria; la miriade di lucenti  corpuscoli presenti
nell’aria, parevano scintille impazzite.
“Sarà Lui a guidarti fino alla prima delle Sette Arrit della Duat.”

Fu solo in quel momento che Djoser avvertì una seconda presenza nella stanza e sentì un soffio alitargli sul collo con il bruciore di una fiamma. Capì subito, senza nemmeno voltarsi, che si trattava di Anubi.
Si girò, con animo lieto e gioioso, ma precipitò nello sgomento: l’aspetto del Signore delle Tenebre-Profonde non era quello a lui familiare, gioviale ed un pò ironico. Non era l’aspetto amabile e cortese del compagno di giochi, del maestro sempre indulgente. Il sembiante di Anubi era simile ad una fiamma minacciosa. Gli occhi verdi ed incandescenti parevano pronti ad incenerire, denti e zanne a lacerare, mani ad  artiglio a squartare.
Terribile ed Implacabile. Ecco il vero aspetto di Anubi. Così come lo   aveva “visto” comparire davanti al principe Kabaef prima che gli succhiasse la vita con quello sguardo tremendo.
Terrorizzato, il ragazzo si girò verso Hapy, ma il Signore del Nilo non c’era più; al suo posto era rimasto un intenso profumo di loto e papiro e una miriade di scintille sempre più trasparenti.
Djoser balbettò qualcosa, ma la mano ad artiglio di Anubi lo toccò sulla spalla e la paura scivolò via dal suo spirito, come l’ombra del pomeriggio sulle case. Il ragazzo abbassò lo sguardo e nel breve battito di ciglia, che a lui parve lungo quanto l’Eternità, la Tenebra si squarciò davanti ai suoi occhi sollevando il primo velo dei Grandi Misteri di Ptha: la Gola del Ro-Stau, la grande Porta dell’Oltretomba.
Djoser la fissò irrigidito dalla paura. Il braccio di Anubi lo guidò e il ragazzo comprese la ragione per la quale lo Sciacallo Divino aveva assunto quel terribile aspetto: tre Demoni, armati di mannaie e coltelli, terrificanti a guardarsi, stavano venendo loro incontro per impedire l’accesso a quella Soglia.
Erano i Sorveglianti del Ro-Stau e al cospetto del Signore del Cammino-Nascosto, pur tra mugugni ed invettive, indietreggiarono. Prima di lasciarlo passare, però, per le Leggi che      regolavano il Mondo-di-Sotto,    pretesero di conoscere il
nome del pellegrino e che egli pronunciasse il loro, con la giusta intonazione.
Anubi fece un cenno affermativo del capo e il ragazzo recitò:
“Sono Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha. Il mio ren è: Colui-che-esce-dai-papiri.”
“Da dove vieni?” chiese l’Araldo.
“Dalla terra di Ineb-Heg, il Muro Bianco di Memfi.”
“Che cosa sei venuto a fare qui?”
“Sono venuto per conoscere i segreti della Duat. Aprite il Ro-Stau e lasciatemi entrare. – ordinò - Io non sono arrivato qui impuro, ma provvisto di magia e conosco i vostri nomi: Mades è il tuo nome, Heri-sep è quello del tu compagno e tu sei Babi.”
I demoni abbassarono subito asce e mannaie e il grande portale si spalancò con un fragore assordante che lo fece trasalire, nondimeno, si apprestò ad oltrepassare la Buca del Mistero. Con un certo disagio, per la verità: il disagio del distacco che la Terra  avverte quando la zappa le stacca una zolla dalla crosta. Era come se il suo essere si fosse scisso e parte di sé fosse rimasta fuori di quella Soglia. Non dolore fisico, ma piuttosto un disagio dello spirito per la perdita di qualcosa. Comprese di aver lasciato su quella Soglia la prima delle “identità” che componevano il suo essere umano: il ren, il nome segreto.
Un’altra delle identità era il Ka, lo Spirito. Era simile al djet, il corpo fisico, di cui era la copia esatta. C’era poi il Ba, l’Anima, che era la parte più intima dell’uomo. E c’era la Shut, l’Ombra. Infine c’erano l’Ib e l’Akh, il Cuore e il Corpo di Gloria. Sette, in totale, e lui provava quel senso di perdita che si avverte quando si smarrisce qualcosa di prezioso e vitale.
Che il ren fosse una questione molto importante per la creatura umana, Djoser lo sapeva assai bene. Vitale, per la verità, dal momento che neppure gli Dei potevano farne a meno. Non avere un nome equivaleva a non esistere. Possedere il nome segreto di un’altra persona 

SIKHTY - Il Bambino-Uccello

L'OMBRA- SHUT

L’odore di acque nelle narici e il rumore del loro sciabordare nelle orecchie, l’avvertirono che si trovava all’aperto e immerso in un etra assai rarefatto. Cominciò a “navigare” in quello strano elemento con qualche incertezza ed avvertì subito una sensazione di soffocamento.
       “Ptha-Atum, Signore Supremo, - prese a recitare –
        Accordami il dolce soffio che è nelle tue narici.
        Shu, Signore dell’Aria, dammi l’aria per respirare…”
Continuò a navigare all’interno di quel sogno, ma si sentì nuovamente aggredire da quel profondo senso di perdita. Era come se lo spirito gli si staccasse dal corpo e se ne liberasse.
Una sensazione davvero indicibile. 
Non era il Ka, però, a lasciare il Djet. Non era lo spirito a lasciare il corpo. Questo giaceva sul pavimento della She-Maaty, la Sala d’Iniziazione, incosciente ed immobile. Più simile ad un Khat, un corpo inerte dopo il trapasso, che ad un Djet, un corpo ancora vivo. La “parte di sè” che lo stava abbandonando, era quella che lo aveva sempre seguito come l’ombra: era proprio l’Ombra.
Dopo il Nome-Ren e il Cuore-Ib, anche l’Ombra-Shut lo stava abbandonando. Non lo faceva di corsa, come aveva fatto il Ren; nè quasi di nascosto, come aveva fatto l’Ib, ma se ne stava andando in modo dolce e sottile. Senza strappi, nè violenze, ma con la struggente tenerezza di un tramonto sul Delta. La vide sgusciare via ed allontanarsi. Provò ad inseguirla, ma quella cominciò a correre sempre più spedita, trascinandolo via veloce.
“Aspettami. Aspettami. Non andare via... Dove stai correndo così? Aspettami. Fermati, ti prego!” la richiamò, ma l’Ombra non si fermò. Lo aveva distanziato in misura ormai irraggiungibile. Fu lui a fermarsi, ansante per la corsa e con il fiato corto e le spalle curve in avanti per riprendere respiro.
“Dove starà andando? - continuava a chiedersi - Vorrà tornare al mio corpo lasciato incosciente nel Mondo-di-Sopra?... Anche il Cuore e il Nome saranno tornati lassù?”
Corpo e Ombra, Cuore e Nome, pensava con preoccupazione, erano doni che l’uomo riceveva dal Creatore con l’alito della Vita. Riferendolo    al Guardiano  del Ro-Stau, il suo Ren aveva, forse, perso  di sostanza e di potenza? Per questo Cuore e Ombra si erano allontanati dal Ka?
“Come farò adesso? I Custodi delle Porte non mi faranno proseguire da solo e senza di loro.”
Dove stava correndo la sua Ombra? Qualcuno la stava inseguendo? Forse i Sorveglianti delle Ombre dei defunti? Quelle sfuggite al castigo, in cui si era imbattuto prima di infilarsi nel Labirinto? La sua Ombra non era colpevole, si disse, e nessun Demone poteva catturarla e trattenerla là sotto... E le altre identità? Dove erano finite tutte le altre identità?
Con   sgomento realizzò quanto vulnerabili fossero le sue Identità agli attacchi ed alle trappole tese da Demoni e Spiriti Malvagi.
“Per la Barba di Seth! - imprecò - Nessuna delle tre perdute identità di Djoser è provvista di incantesimi e formule magiche. Come faranno a ritrovare la via giusta per tornare dal povero Ka lasciato da solo?”  Che pena frugare nella memoria alla ricerca di quelle formule che al Tempio, da studente, aveva copiato e ricopiato su tavolozze di pietra allo scopo di imprimerle nella mente.    
             “L’Occhio di Horo stabilisca il suo splendore,
                 mentre l’ombra del crepuscolo è sul volto
                di coloro che sono nelle mani di Osiride - recitò -
                I Custodi  non imprigionino la mia Ombra..”
Vide la sua Ombra-Shut fermarsi immediatamente. La vide chinarsi sulla sponda di un lago, poi vide una nebbia azzurrognola levarsi dalla superficie delle acque ed inghiottirla.
“Il Sa-nesert, lo Stagno di Fuoco… e ha portato via la mia Ombra.”
Di fronte a lui c’era lo stagno più grande ed esteso mai visto. Ne aveva visti tanti nella sua vita. Lui e l’amico d’infanzia, Sikty, giocavano sempre in quello che si trovava proprio dietro la sua casa e in cui un brutto giorno il suo amichetto era annegato. Da allora sua madre gli aveva vietato di stare vicino alla più piccola delle pozzanghere. Questo che aveva di fronte, però, sembrava davvero infinito, così grande da non riuscire a vederne la sponda   sull’altro   versante.   Si fermò ad osservare; un pò sconcertato.  Quel posto  era ameno  e delizioso.  L’atmosfera era bucolica. Assai diversa dalle tenebre angoscianti del Labirinto.
Dalle sponde, un’esplosione di piante e fiori si protendeva sulle acque; canne e mangrovie ricoprivano gli argini. Ne riconobbe alcuni: iris e loti, rampicanti. Altri no. Bianchi, rossi, gialli e blu. Profumi e colori come non n’aveva mai visti nè sentiti in tutta la sua vita. Canneti di papiri, alla sua destra, frusciavano leggeri. Le Sat, le Montagne-del-Tramonto, fiammeggiavano alle loro spalle, incendiando il cielo di un rosso corniola. 
Djoser rimase a guardare incantato; l’affanno per la perdita della
Shut era quasi scomparso al cospetto di tanta meraviglia.