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OSORKON

IL SIGILLO del FARAONE Vol. II

OSORKON - Il Sigillo del Faraone

PRESENTAZIONE

Antico Egitto - Epoca XIX Dinastia Nefer, ultimogenita del faraone Meremptha e Isabella, sorella dell’archeologo Alessandro Scanu, comunicano telepaticamente attraverso una prodigiosa creatura, frutto delle avanzate conscenze degli antichi sacerdoti egizi: il Guardiano della Soglia, posto a protezione della tomba della principessa morta a soli sedici anni Le due ragazze, che oltre al nome hanno in comune anche il carattere e l’aspetto fisico, si scambiano notizie, curiosità, fatti ed aneddoti riguardanti l’epoca in cui vivono; in tal modo, Isabella viene a conoscenza di alcuni dei “misteri” che circondano lo straordinario popolo egizio. Si muovono in uno scenario del passato incantevole e suggestivo, numerosi personaggi: Osorkon, misterioso sacerdote di Bes, Sekenze, principe della necropoli, Thotmosis, fratello amatissimo di Nefer, Akheren, studente di Ptha, Enen, malvagio figlio del Gran Visir e altri ancora… Antiche avventure che si intrecciano con moderne avventure: l’archeologo Alessandro e la scoperta della tomba della principessa, Mister Smith e il traffico di reperti archeologici, Abdel il Rosso e la banda di tombaroli, il giovane Alì, studente di Architettura con la passione per l’archeologia… Storia e fantasy in un suggestivo viaggio tra il reale e il meraviglioso, il presente e il passato lungo le rive del Nilo e le dune del deserto.Testo


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Osorkon: Il Sigillo del Faraone (Volume 2) (Italian Edition) (Italian) Paperback – February 12, 2015
by Maria Pace (Author)
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Antico Egitto - XIX Dinastia
Seguito de: “Il Guardiano della Soglia”
Molti degli enigmi e dei misteri legati all’affascinante popolo del Nilo (come la maledizione dei Faraoni), sono qui risolti e spiegati con scientifica chiarezza e molti aspetti della vita quotidiana e delle pratiche funerarie, sono presentati con piacevolezza e scioltezza di linguaggio e faranno conoscere al lettore un mondo di magia e di splendore.

Brani tratti dal libro

Un anno dopo

 


Il  volo 780 delle ore ventiquattro, proveniente da Roma, arrivò all’aeroporto de Il Cairo con due ore di ritardo.
Isabella ebbe un sospiro: il vento caldo trovato ad accoglierla, appena messo piede sulla scaletta dell’aereo, avrebbe sicuramente aumentato il suo mal di testa; per di più trovare un taxi a quell’ora della notte non sarebbe stato facile.
Contrariamente ad ogni previsione, tutte le sale d’aspetto dello scalo erano affollate e file di taxi sostavano nei parcheggi: l’Egitto è pur sempre il Paese dal fascino immutato nel tempo, capace di catturare la fantasia del turista con i suoi misteri.
La ragazza avanzò in mezzo ad una marea di gente: turisti incerti ed un po’ assonnati che operatori di viaggio cercavano di raggruppare sotto questo o quel cartello con il nome di questa o quella compagnia di viaggio, per poi inquadrarli come reclute e guidarli verso l’uscita.
Più di qualcuno si voltò a guardare quella bella ragazza sottile e non troppo alta, dalla casacca color tabacco, con le braccia cariche di pacchi e pacchetti.
La folta frangia dei lunghi capelli,  spioventi sulle spalle, nascondeva una fronte spaziosa e ben modellata; lo sguardo sapientemente sottolineato da una lunga linea scura di kajal, la bocca carnosa e colorata come un fiore di melograno, la facevano fortemente assomigliare ad una di quelle principesse egizie raffigurate nelle pitture parietali e sui cofanetti antichi.

“Isabella… Isabella…” qualcuno la chiamò.  Lei si voltò.
“Alì!” gridò in tono festante.
“Bentornata, principessa. Sono davvero felice di rivederti.”
Un ragazzo la raggiunse alle spalle, l’abbracciò e la sollevò con tutti i pacchi, facendole fare una doppia piroetta prima di rimetterla a terra e liberarla dei pesi.
Era un bel ragazzo, alto e longilineo, braccia e spalle atletiche, come di chi è abituato ad esercizio fisico. Sovrastava la ragazza di quasi due palmi ed aveva nei suoi confronti atteggiamenti protettivi ed affettuosi.
Era egiziano, ma vestiva all’europea, con jeans e maglietta, ma in testa portava  una keffiew, tipico copricapo arabo, da cui spuntavano capelli scuri e ricci.
I lineamenti  energici del volto, gli occhi di un nero ebano, la pelle di bronzo, gli davano quell’aria un po’ selvaggia di aitante e spensierata giovinezza. Poteva avere diciotto e venti anni.
“Anch’io, Alì! Anch’io. - la ragazza arretrò di un passo - Sapessi come è stato lungo quest’anno. Non vedevo l’ora di riabbracciarci… oh! ma sei diventato ancora più alto o sono io che mi sbaglio?”
“Non ti sbagli! E tu – continuò avvolgendola in uno sguardo che era una carezza tenera e affettuosa – tu sei diventata ancora più bella.”
Isabella arrossì e sorrise compiaciuta; lui proseguì:
“Ho tante cosa da dirti che non potevo farti  sapere per lettera.”
“Capisco… ma dimmi, quando hai lasciato Torino?”
“Ho preso il primo aereo per tornare a casa, appena chiuso l’Anno Accademico. Quasi una settimana fa.”
“Alessandro mi ha detto che sei stato una delle più brillanti matricole del Politecnico.”
“Oh! – si schermì il ragazzo, poi – Vieni. Ti porto in albergo. Ho la jeep di tuo fratello qui fuori.”
“Alessandro mi ha detto che forse hai battuto il tuo naso impiccione in qualcosa di davvero grosso.”
“Contrabbando di Antichità! Sia lode all’Unico! Forse ho scoperto una traccia che conduce al più grosso traffico clandestino di antichità degli ultimi tempi.” spiegò il ragazzo arricciando il naso e fischiettando un motivetto in voga; una vivacità irresistibile gli brillava nello sguardo.

Lasciato il terminal dei bagagli, i due ragazzi raggiunsero la jeep parcheggiata nel vicino piazzale; salirono a bordo e Alì avviò il motore.
La vettura scattò in avanti con un rombo.
“Oh, finalmente! – Isabella si abbandonò sul sedile – Questa giornata pareva non avere più fine.”
“Sei stanca? Hai fatto buon viaggio?” si girò a guardarla il ragazzo.
“Sono in piedi dalle sei di questa mattina, il treno è arrivato a Roma con quasi un’ora di ritardo, lo sciopero del personale a terra ha fatto slittare il mio volo di più di due ore e… etchi!…” starnutì, rise e starnutì ancora.
“Tabacco forte?” scherzò il ragazzo.
“Faceva freddo a bordo, - spiegò lei – nonostante che la hostess mi abbia gentilmente messo due copertine intorno alle gambe… e non è tutto: interferenze atmosferiche hanno reso movimentato il viaggio ed un fulmine ha quasi sfiorato l’aereo. I pasti a bordo, poi, erano piuttosto stracotti, ma… a parte tutto questo… ho fatto un buon viaggio. – sorrise, fece una piccola pausa e riprese – Però adesso sono qui e non vedo l’ora che giunga domani… Manco da un anno e non vedo l’ora di rituffarmi in un mondo pieno di magia e splendori.”
“… e di rivedere la statua del nostro amico Osor, tornata al suo posto.” Concluse per lei il ragazzo.

Avanzando veloce, la vettura  transitò sopra un ponte che attraversava il Nilo poi si infilò nel traffico, caotico anche di notte, di una delle strade del quartiere di Zamelek, nell’isola di Gezira,. Qui, in una posizione assai felice, sorgeva il più prestigioso albergo de Il Cairo: Il Marriot, dove erano diretti.
Luci, ingorghi, grattacieli, case e casupole, la città, la più grande delle città arabe, con i suoi quattordici milioni di abitanti, a quell’ora della notte poteva sembrare addirittura una città europea.
“Lo sai – interloquì la ragazza – che hanno parlato di lui in tutto il mondo.. compreso l’Italia?… Hanno detto di una statua rinvenuta nella Valle delle Regine e misteriosamente scomparsa dal Museo, per poi ricomparire altrettanto misteriosamente.”
“Anche qui ne hanno molto parlato ed anche a Torino, naturalmente… - assentì il ragazzo.
“Non vedo l’ora di mettere piede al Museo e rivedere gli oggetti appartenuti alla principessa Nefer e… - la ragazza ebbe un attimo di pausa che riempì con un sospiro e tirando su col naso, poi riprese -  e di vedere e toccare la statua del nostro amico Osor.”
“Che cosa accadrà? – Alì premette sull’acceleratore - Mi sono chiesto mille volte che cosa accadrà quando rimetterai piede là dentro…”
“Non lo so, Alì… non lo so!”
La ragazza scosse il capo e guardò fuori del finestrino; addentrandosi nel cuore della piccola isola, profumata di palme e sicomori, l’atmosfera si faceva più silenziosa e quasi rilassata.
“Qualche volta ho pensato ad un sogno… forse frutto di suggestioni. E’ vero che il mio volto assomiglia molto a quello della principessa, ma…”
“Sogno?… -la interruppe Alì – Un sogno collettivo, in questo caso: io so chi è Osor,  tuo fratello lo sa e lo sa anche mio padre Hammad e perfino Abdel il Roso, che si è imbattuto in lui, lo sa. Ricordi quel giorno?”
“Come potrei dimenticarlo! A proposito, che fine ha fatto quella canaglia? Qualcuno gli ha finalmente messo le mani addosso?”
“Non ancora, – rispose il ragazzo – ma il cerchio gli si sta stringendo  intorno. Garantito! Sono sulle tracce di un traffico illegale, come dicevo prima, che portano a Karnak e sono certo che a capo di quel traffico ci sia proprio il nostro amico Abdel. Prima o poi  gli metterò le mani addosso, come dici tu, ah.ah… Oh, eccoci arrivati!” aggiunse spegnendo il motore.

La vettura si fermò davanti all’ingresso principale del grande albergo.
“A quest’ora mio fratello avrà terminato la sua Conferenza.” disse la ragazza; Alì guardò l’orologio e scosse il capo.
“Non ancora. Le conferenze del professore sull’età della Sfinge e delle Piramidi richiamano solitamente un folto pubblico di studiosi e ricercatori e finiscono sempre in dibattiti.”
“Già! L’origine delle Piramidi e della Sfinge ha scatenato sempre controversie, ipotesi e speculazioni di ogni tipo. Negli ultimi tempi sono divenute un argomento quasi ossessivo. Fin dai tempi più antichi si sono cercate risposte e…”
“… e per quasi due secoli, dozzine di scrittori ed egittologi dilettanti e dalla fervida fantasia – la interruppe il ragazzo,  scendendo dall’auto ed aprendole la portiera – hanno elaborato così tante teorie, fantasiose ed assurde, talvolta comiche, mai convalidate dalla scienza o da una seria ricerca, ma sostenute solamente da personali interpretazioni numerologiche o da metodi pseudo-scientifici.”

Come Alì aveva previsto, trovarono il professore Alessandro Scanu, fratello di Isabella,  ancora impegnato nella sua conferenza.
Declinate le proprie generalità all’ufficio della Reception, nella splendida hall dell’albergo, i due si diressero verso l’imponente Salon Royal, sulla destra, e attraverso un sontuoso scalone ornato di stucchi e tappeti, raggiunsero la “Aida Ball Room”, la Sala delle Conferenze, al secondo piano, dotata di schermo gigante e di un impianto di traduzione simultanea in quattro lingue.
Qui trovarono Alessandro che stava raccogliendo le sue carte dal tavolo.
Vedendo da lontano i due ragazzi, il giovane si staccò dal tavolo, dove era in compagnia di archeologi e funzionari del Museo delle Antichità e si fece largo tra la folla.
Alto, atletico, Alessandro non era tipo da passare inosservato. La faccia abbronzata, la mascella volitiva, le sopracciglia congiunte su un naso aquilino, il nero africano degli occhi, gli conferivano nel loro insieme una vaga rassomiglianza con una testa di antico Faraone.
“Ciao, piccola. Hai fatto buon viaggio?” salutò tendendo le braccia alla ragazza.
“Qualche ora di ritardo… ma mi dispiace soprattutto per non essere arrivata in tempo  per la tua conferenza: quello della datazione della Sfinge e delle Piramidi è un argomento che mi affascina, lo sai.”
“… e che accalora gli animi” fece eco una voce alle sue spalle.
Era Hammad, padre di Alì, assistente del professore. Con lui c’era il capo di una Fondazione per la preservazione delle Antichità, il quale esordì dicendo:
“Da quando nel mondo è scoppiata questa “egittomania”, si sono scatenate tali e tante teorie, bizzarre e fantasiose al riguardo.”
“Anche questa sera – interloquì Hammad – simpatizzanti di teorie circa una certa “mappa celeste” e una “pianta astrale” delle Piramidi, hanno cercato di sostenere le loro opinioni.”
Schivo e di poche parole, il prestante assistente del professore si infervorava sempre quando  gli  argomenti di conversazione avevano temi come la Sfinge e le Piramidi.
Alto, asciutto, elegante nel portamento, come lo sono la quasi totalità degli odierni discendenti dei Faraoni, Hammad era uno spirito libero ed indipendente, aperto, però, ad ogni innovazione e ricerca.
Laureato presso l’Università di Archeologia de Il Cairo, prima del suo incontro con il professor Alessandro, aveva seguito ogni storia o traccia che la curiosità e l’interesse lo avevano spinto a cercare in tutti gli angoli dell’Egitto e dell’Intera Africa del nord.
“Si riferisce – intervene Isabella – all’ipotesi secondo cui la Valle del Nilo corrisponderebbe alla Via Lattea e la disposizione delle Piramidi a quella delle stelle della costellazione di Orione?”
“Ipotesi – Hammad accennò d sì col capo – destinata a far discutere il mondo intero esattamente quanto l’esistenza della famosa “Stanza della Memoria di Thot” e dei suoi “Libri della Sapienza”. Erodoto ne parlò già nel cinquecento avanti Cristo e qualcuno, ai nostri giorni, crede addirittura di averne scoperto la chiave d’accesso.”
“Ma quelle sono leggende risalenti ad epoca ramessida.” replicò Alì.
“Proprio così!”  assentì Alessandro e Hammad spiegò:
“Secondo tale teoria, anche la Stanza di Thot, si troverebbe in corrispondenza con la stella Sirio.”
“Leggende! – insisté il ragazzo –Come quelle di voler retrodatare la costruzione della Sfinge di migliaia di anni e attribuirne la paternità a civiltà anteriori, come Atlantide, o scomodando addirittura gli extra-terrestri e rivestendo invece i Faraoni del semplice ruolo di custodi.”
“Premettendo che nessuna teoria vada scartata a priori – intervenne Alessandro – i signori che sostengono queste ipotesi, dimostrino con relazioni circostanziate e serie e non solo adattate, l’autenticità delle loro asserzioni… Per ora, ipotesi  astronomiche o matematiche di questi…”piramidologi” come amano pomposamente farsi chiamare, sono solo belle favole da verificare. Di certo c’è una cosa sola: accanto ad una medicina assai progredita e ad un’architettura altrettanto illustre, gli Egizi disponevano di una astronomia e di una matematica piuttosto semplici e con fini puramente utilitaristici.”
“Ohhhh!… tutto questo è assai interessante. – Isabella ebbe un  sospiro – Se permettete, però, vorrei ritirarmi. Sono piuttosto stanca.”
“Hai cenato?” domandò il fratello.
“Sull’aereo.” rispose la ragazza facendo l’atto di allontanarsi, ma sull’uscio venne raggiunta dalla voce di Hammad:
“Ho un regalo per te, Isabella – l’uomo tese dei fogli arrotolati – E’ il Libro dei Morti della principessa Nefer. L’ho tradotto per te.”
“Oh, Hammad! Grazie. Grazie!”
La ragazza prese i fogli e si allontanò.

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OSORKON, il Guardiano della Soglia

Osor lasciò le ombre e si fece avanti.

Il chiarore lunare, filtrando nella stanza attraverso le  tendine che schermavano la finestra andò a colpire alle spalle la prodigiosa creatura, inondandone la figura di un alone d’argento. Come sempre, il suo aspetto riportò alla mente della ragazza, quello di un antico guerriero galate: possente e particolare.
Nella semi oscurità che permetteva appena di distinguere le cose, il  volto del Guardiano-della-Soglia era poco più di una macchia scura, ma lo sguardo, mentre fendeva l’aria, pareva di vetro fuso.
Isabella di corsa lo raggiunse e gli buttò le braccia al collo.
Osor abbassò lo sguardo, restando immobile. Impassibile. Non un solo muscolo del volto si mosse, ma, nell’incontrare i suoi occhi, Iabella li vide sfavillare come fulmini in un cielo di piombo.
“Aspetta qui – Isabella si sciolse dall’abbraccio e si staccò da lui per dirigendosi verso la porta – Vado a chiamare Alì.”
Un attimo dopo era nel corridoio, diretta verso la camera del ragazzo, a pochi metri dalla sua.

Mentre bussava e concitatamente chiamava l’amico, vide il fratello Alessandro provenire dal fondo del corridoio.
“Alex… Alessandro.” Chiamò subito.
Il professore non era da solo; con lui c’era una donna araba bella ed affascinante.
Agile e snella, si muoveva con passo scattante e quando fu vicino ad Isabella, tese la mano e la ragazza pensò di non aver mai visto prima mani più belle ed affusolate. Guardandola attentamente si disse anche che quella giovane aveva un fisico adatto più ad una modella che ad un’archeologa, qualifica con cui il fratello gliela presentò.
“La dottoressa Fatma. – disse Alessandro, poi – Che cosa c’è, piccola?”
“E’ tornato Osor.” rispose lei d’un fiato.
“Ohhh!” non riuscì a trattenersi il giovane.
“Chi è Osor?” domandò Fatma.
La porta che si apriva e il volto attonito di Alì che chiedeva, concitato, di questo Osor, dovette proprio incuriosire la donna che domandò ancora:
“Chi è questo Osor?”
I tre si scambiarono uno sguardo.
“Ti conosco bene, Fatma e so che sai tenere un segreto…- esordì Alessandro - un segreto sconvolgente per la vista.. l’udito e lo stesso raziocinio.”
“E cosa sarà mai! - sorrise la donna; sorrideva spesso, cosa che accresceva il suo già particolare fascino: Fatma era come quei fiori carnosi, profumati e dal colore intenso – Mi sono imbattuta tante volte in cose strane e inconsuete, nella mia vita.”
“Oh.oh… - ridacchiò Alì poi, schiarendosi la voce – Non definirei proprio una cosa  strana ed inconsueta il nostro amico Osor.”
“E allora?”
“Prima di dirti chi è Osor,  – interloquì Alex – voglio presentartelo.”

Trovarono Osor ancora immobile presso la sponda del letto, così come Isabella lo aveva lasciato: gambe divaricate, braccia conserte. I contorni del volto, marcati e decisi, parevano tagliati dallo scalpello.
“E’ lui, Osor.” disse Isabella avvicinandosi alla creatura.
“Bene! – fece la donna- Questo aitante giovanotto è un tipo sicuramente interessante, ne convengo. E’ un attore? E’ qui per la Rappresentazione storica di questa sera?”
Fatma indicò lo shendit maculato che gli cingeva i fianchi.
“Quello non è un costume scenico. – spiegò Alì  - E lui non è un attore.”
“No?” fecce eco la donna.
“No! Osor è un prodotto della magia degli antichi egizi. – continuò il ragazzo – E’ il Guardiano creato dai Sacerdoti per proteggere la tomba della principessa Nefer. E’ il simulacro in legno del Guardiano…”
“Come scherzo – lo interruppe la donna – potrebbe essere divertente: - poi rivolta alla creatura – E tu, giovanotto, non dici nulla? Chi sei?”
“Io sono Osor, Guardiano-della-Soglia…”
“Parli come un robot. – la dottoressa interruppe anche lui – Non ditemi che questo aitante giovanotto è un robot con addosso vesti ed acconciature dell’antico Egitto.”
“Oh, beh!… la moderna tecnologia ha clonato la pecora Dolly, ma non si è ancora spinta così oltre… si spera eh.eh.eh.” scherzò Alex 
“La moderna tecnologia, no, – intervenne Alì – ma la magia degli antichi egizi, forse sì!  E se fossero riusciti a manipolare la materia? Lui è stato scolpito nel legno e…”
“che favole stai raccontando, ragazzo? Non sarai anche tu di quelli che tirano fuori teorie strane e balzane come un  mago tira conigli dal suo cilindro, ah.ah.ah – rise la donna – Scolpito nel legno come  il Pinocchio  di quel racconto…”
“No, dottoressa. – insisteva il  ragazzo – Lui parla e cammina… se possiede un’anima, questo  non lo so, ma è come una macchina dalle fattezze umane. Lo tocchi. Lo tocchi. Non c’è alcun battito cardiaco.”
Fatma allungò una mano.
La ritrasse subito: era allibita.

“Allah di Misericordia! – esclamò – Ma chi è?… Che cos’è? Scherzavo prima, quando parlavo di robot.”
“Lui deve essere un prodotto delle antiche, straordinarie conoscenze di quelle grandi menti. – spiegò il professore - Noi pensiamo sia stato “creato” per proteggere il sepolcro  della principessa Nefer e pensiamo che egli abbia scambiato Isabella per la principessa Nefer, vista la loro straordinaria rassomiglianza.”
“Perché è qui, adesso, e non accanto al sarcofago della principessa?” replicò la dottoressa Fatma.
“Forse, – interloquì Alì -  Osor crede che Isabella sia in pericolo.”
“Qualcuno ti minaccia, piccola?” domandò alla sorella il professore.
“No. – rispose Isabella – Credo, però, di sapere perché Osor sia qui. Ho letto il “Libro dei Morti” della principessa Nefer, che Hammad ha tradotto per me e mi sono soffermata sorprattutto su una formula.”
”Quale formula?” chiesero in coro.
“Quella per animare le statue ushabtiu. L’ho recitata a lungo cercando di dare alla voce la giusta intonazione.”
“Ma certo! Come il “Giusto di voce” – interloquì Hammad. che faceva il suo ingresso proprio in qual momento e che, come gli altri non seppe nascondere l’emozione di quell’incontro – Ho sentito quello che stavate dicendo e sono d’accordo con Isabella. Sì! Il chery-webb, il “Giusto di voce” doveva recitare la formula in tono corretto se voleva dare efficacia alle parole.”
“Proprio così! – convenne il professore – Per svegliare lo spirito delle ushabtiu, però, non bastavano le formule: occorreva  recitarle con l’intonazione giusta della voce.”
“Come il muezzin dall’alto del minareto.. eh.eh.eh..” Alì provò a smorzare l’eccitazione collettiva.
“Già! – fece Isabella – Senza la giusta intonazione di voce, la “forza vitale” sarebbe rimasta nell’inchiostro steso sul papiro o nella forma data al legno o alla pietra… Non è così, Alex?”
“E’ quello che i testi asseriscono.”
“Cosa si fa, dunque?” sollecitò Fatma.
“Questa non è la prima volta che il miracolo si ripete. – confessò Alessandro – Già lo scorso anno è avvenuto, benché attraverso altre sollecitazioni. Quando scoprimmo la tomba, per chissà quale arcana combinazione, la statua del Guardiano prese vita e si pose al fianco di Isabella, credendola il Ka della principessa.”
“Volete dire…” fece la donna.
“Sì! Fu allora che scomparve dal Museo, - la interruppe Alessandro - per poi ricomparire alla fine dell’estate, quando Isabella tornò a scuola e tutti credettero a dei ladri pentiti.”
 

TELIKA

Al limitare di una folta giuncata un gruppo di cicogne si levò in volo oscurando il sole, prima di disporsi in una lunga fila; seduta su uno scanno di canne, Nefer le seguì con lo sguardo fino a quando, accecata da Horo, non li vide scomparire oltre il canneto da cui proveniva uno schiamazzare di anitre.
Ad una delle ragazze che stavano esibendosi nella “Danza degli Specchi”, sul piazzale antistante la cabina ove erano il Faraone e i suoi ospiti, la principessa chiese lo specchietto che quella reggeva in mano.
La “Danza degli Specchi” era una delle più aggraziate rappresentazioni musicali ed era eseguita da ragazze molto  giovani ed elegantemente abbigliate.
Nefer sorrise al proprio volto riflesso nello specchio; sorrise agli occhi sfavillanti che la guardavano ed in cui erano racchiusi sogni e fantasie. La mano le tremava, però, e il manico dello specchietto tremava con essa: lo sguardo, dal fondo di quella superficie d’argento tirata a lucido, aveva catturato il suo e lo tratteneva.
La principessa capì di avere di fronte l’altra “se stessa” e la chiamò:
“Nefer?… Ti chiami Nefer anche tu?… No!… Tu non ti chiami Nefer. Il  tuo nome…. oh, adesso ricordo… il tuo nome è Isa…Isabella. Sì! Il tuo nome, nei miei sogni, è Isabella… Tu sei il Ka di Nefer.. Sei il suo Spirito e il tuo nome è Isabella… - un attimo di attonito, meraviglioso stupore, poi riprese - Parla con Nefer, Isabella… Parla… parla, ti prego…”
Dall’ “altra parte”, Iabella sorrideva!

La principessa Nefer era conscia che la sua voce non poteva raggiungerla. La “sentiva” dentro di sé, nello sguardo, nel cervello, nel sangue, ma intuiva l’enorme distanza che le separava l’una dall’altra.
“Isabella…” chiamò ancora, consapevole che quello non era soltanto un sogno, frutto della sua fantasia, ma una concessione degli Dei, una virtù divina che le permetteva di vedere l’immagine del suo Ka, prima della partenza per la Duat, l’Oltretomba.    
“Isabella…” la chiamò per la terza volta.
Non ottenne risposta e pian piano, al lento movimento della grande barca, le palpebre le si appesantirono. Chiuse gli occhi e si lasciò scivolare in un dolce dormiveglia fino a quando una voce non la chiamò:
“Nefer… Nefer, figlia mia”
Aprì gli occhi: un volto dolcissimo ed amato aveva preso forma in mezzo alle nebbie del sonno.
“Madre… madre mia…” bisbigliò.
“Attenta, figlia! Attenta, Vita della mia Vita! La lunga mano del figlio di Teshnut si tende… si tende per allontanarti dalla tua ombra…”
Uno scarto della grossa barca la scosse e la svegliò.
“Madre… - continuò ad invocare, spalancando gli occhi – Madre, dove sei?”
Accecata dal sole che riverberava sull’acqua, li richiuse; si passò una mano tra i capelli in cui le si era insinuato un soffio di vento.
“Nefer.” 
Ancora si sentì chiamare, ma la voce non arrivava da lontano. Riaprì gli occhi e riemerse da quel mondo dei sogni popolato di misteri.
Una figura era frapposta fra lei e il sole, pochi passi più avanti. La riconobbe.
“Thotmosis.” esclamò lasciando lo scanno; si riassettò le vesti e raggiunse il fratello.

Alto e snello, il principe Thotmosis aveva lasciatola poco l’età dell’adolescenza. Aveva i fianchi coperti da una rigida cintura di cuoio nero da cui pendevano un pugnale ed una frusta. Sul petto portava un ampio collare shebiu composto di dischetti tenuti insieme da una maglia d’oro e i piedi calzavano sandali di papiro colorato. Polsi e braccia erano chiusi entro bracciali d’oro massiccio e in testa, un copricapo nemes, nero e a righe gialle, sormontato da un urex, nascondeva la singolare capigliatura scura che fino a poco tempo prima aveva esibito trattenuta nella “treccia della fanciullezza”.
Andò incontro alla sorella a braccia aperte.
“Nefer! – esclamò con trasporto - Ti ho vista danzare per il Faraone e posso dire di non aver visto danzatrice più graziosa della mia sorellina.”
“Guarda il dono che mi ha fatto il Faraone, nostro padre.”
Nefer gli mise sotto il naso lo splendido anello che esibiva al dito medio. Un po’ grande, forse, ma assai prezioso: quello non era un semplice anello, ma un Sigillo. Un Sigillo Reale e recava inciso sulla superficie, il cartiglio del faraone Meremptha.
“Oh! – non riuscì a trattenersi dall’esclamare  il principe Thotmosis – Nostro padre deve aver gradito assai la tua danza, sorellina, se ti ha regalato uno dei suoi Sigilli… Un Sigillo Reale! E’ davvero un dono assai prezioso… ma… che cos’hai? Ti vedo un po’ strana e confusa.” osservò con un sorriso affettuoso.
“E’ come tu dici, fratello mio… mi sento strana e confusa.”
“Per il Cranio Rilucente e Calvo di Ptha! Vuoi dire… vuoi dire che… - la ragazza fece un cenno affermativo col capo e l’altro proseguì – Sono tornati? I fantasmi sono tornati?”
“Quelli del passato e anche quelli del futuro. – assentì la ragazza – Sì. Sono tornati.”
“Hai incontrato l’altra te stessa? Non mi sembri felice, però!” replicò il fratello.
“Sono turbata. – confessò la principessa – Sono molto turbata, perché insieme al mio Ka, è venuta a visitarmi anche il Ka di mia madre, la regina Telika.”
La regina Telika era una delle Spose Secondarie del Faraone, morta in circostanze misteriose un giorno in cui con un’ancella stava facendo una traversata sul Nilo.
“Oh! – fu lo spontaneo commento del ragazzo – Il Ka di tua madre non ha trovato ancora pace.”
“Il Ka di mia madre non troverà pace fino a quando il suo uccisore non si troverà anch’egli al cospetto di Osiride e dei  Quarantadue Giudici. – esclamò con veemenza la principessa – Il Ka dell’ucciso si rivolta se  il suo uccisore attraversa la sua Ombra.”
“Conosci il nome del suo uccisore?”
“No! Mia madre, però, mi ha messo in guardia da una persona, dicendomi che potrebbe nuocermi.”
“Chi è questa persona?”
“E’ il giovane Enen,  il figlio del Venerabile Teshnut. Mia madre mi ha esortato alla prudenza poiché  quell’Enen, dice, ha seminato la mia strada di pericoli ed inganni. Io, però, non so come questo possa accadere: questo Enen, io nemmeno lo conosco. So, però, che è saggio tener conto dei suggerimenti che vengono dal mondo dei sogni.”
Teshnut era un alto funzionario di Stato, insignito di vari titoli, fra cui quello assai prestigioso di”Amico del Re” ed era un uomo assai potente. Aveva accompagnato il Faraone nella spedizione militare contro il principe libico Marane e i suoi  alleati venuti dal mare e adesso con accanto il figlio Enen, che la principessa Nefer vedeva per la prima volta, stava cogliendo gli allori e i favori del Faraone.
“Per le Sacre Zanne di Upuat l’Apritore dei Cammini! – esclamò il ragazzo dopo una breve riflessione – Teshnut è un uomo molto potente e mi guarderei bene dal muovere accuse a lui ed a suo figlio senza prima aver cercato una valida protezione.”
“Io sono una principessa di sangue reale!” replicò Nefer.
“Allora potresti denunciare le loro cattive intenzioni al Faraone. – suggerì il fratello, ma subito dopo aggiunse-  Però devi presentare prove ben circostanziate, quando ti troverai davanti a Giudici a sostenere le tue accuse. Le hai queste prove, sorellina mia?”
“No! - fece sconsolatamente lei – Pensavo di chiedere consigli a te.”
“Io non saprei cosa suggerirti, sorellina mia. Conosco, però, la persona giusta per un buon consiglio.”
“Osor, l’Esposto!… Ma certo, Thotmosis… Perché non ci ho pensato io? Andrò alla Città dei Morti e parlerò con lui. Osor è molto saggio e saprà ben consigliarmi.”
“Certamente! Disse il fratello - Ricordi il giorno in cui incontrammo lui e quella simpatica canaglia di Ankheren, quando fuggimmo da Palazzo per andare nella Città dei Morti? Io verrò con te. Mi piacerebbe rivedere…”
Il principe Thotmosis non ebbe il tempo di concludere la sua frase poiché, proprio in quel momento, uno dei soldati della Guardia Reale lo chiamò e il principe, sia pure a malincuore, dovette lasciarla.

Rimasta da sola, la principessa restò per qualche attimo a guardare il fratello allontanarsi: Thotmosis era il comandante della Guardia Reale, un contingente di giovani soldati, prigionieri di guerra, senza leggi né regole, ma fedeli ad un capo che sapesse disciplinarne l’esuberanza senza mortificarne lo spirito di libertà.
Thotmosis, ultimogenito maschio del Faraone, carattere ribelle ed esuberante, era il capo giusto per quella gente.

Il principe Xanto

Nefer si girò per tornare al suo scanno. Fatti pochi passi, però, andò a scontrarsi con qualcuno che veniva in senso opposto e che pareva avere Seth, Signore delle Tempeste, alle calcagna e che dovette sorreggerla per impedirle di cadere. Sollevò gli occhi e il cuore le balzò nel petto nell’incontrare uno sguardo, azzurro come il cielo che le stava sulla testa, profondo come le acque del Nilo e ardente come i raggi di Horo.
Era un giovane sui venti anni, prestante ed atletico, capelli biondi. Gli occhi, di colore indefinibile, chiari e brillanti, la guardavano in modo così intenso che a Nefer parve deliziosamente sconveniente e il suo volto avvampò sotto quello sguardo.
Indossava la veste delle Guardie Reali e la sovrastava con l’imponente statura.
“Perdonami, bella fanciulla…” cominciò lui, ma Nefer lo interruppe:
”Tu… tu sei il principe Xanto di Troia.” esclamò; l’altro aggrottò la fronte senza rispondere.

Quel giovane era proprio il figlio di Priamo, ultimo della numerosa prole del Re di Troia e, forse, il più avvenente. La sua storia era uguale a quella di tutti gli altri principi troiani scampati all’eccidio e destinati alla schiavitù. Menelao, re di Sparta e capo dell’armata achea, caduta la città, lo aveva fatto prigioniero e condotto schiavo con sé.
Durante il ritorno in patria, però, la dea Atena aveva ostacolato la traversata del capo dei guerrieri achei perché adirata contro il greco Aiace d’Oileo, che aveva usato violenza a Cassandra, principessa di Troia e sua Sacerdotessa.
L’ira della Dea dell’Ulivo aveva colpito quasi tutti i guerrieri Achei perché non avevano punito quel sacrilegio. Aveva fatto vagare e poi disperdere la flotta attraverso i mari: delle cinquanta navi di Menelao, si erano salvate dal naufragio solamente cinque, più quella di un suo guerriero, a bordo della quale si trovava il principe Xanto.
Fatto prigioniero, dopo la morte del fratello, il grande Ettore, il ragazzo aveva più volte tentato la fuga e quello era solo l’ultimo tentativo di sottrarsi alla prigionia ed alla schiavitù.

“Perché indossi la divisa delle Guardie del Faraone? – domandò la principessa; il ragazzo continuava a guardarlo in silenzio – Sei fuggito? I soldati del Faraone ti stanno cercando, lo sai? Non temere, però. Io non ti tradirò.” lo rassicurò.
“Tu non sei come i soldati del Faraone. – fece con amarezza il principe fuggiasco – Si sono posti sulle tracce di Xanto come un branco di cani rabbiosi che corrono dietro l’antilope per il piacere del padrone.”
“Il Faraone – replicò Nefer – non  ama dare la caccia ai fuggiaschi, siano pure essi figli di Re. Il Faraone è valente cacciatore di tori, leoni ed elefanti e non di uomini!”
“Tu stessa – replicò a sua volta il ragazzo – hai detto che l’esercito intero è sulle tracce di Xanto… neppure per mio fratello Ettore, il più valoroso guerriero della terra, si è mai mobilitato un esercito intero.”
“Non è consuetudine del Faraone, mio padre, cacciare uomini, ho detto e…”
“Per il Sacro Tridente di Poseidone! – proruppe l’altro – Tu sei la figlia del Faraone? Oh, me meschino! Ora mi farai…”
“Ti ho detto di non temere alcun danno da parte mia. – lo rassicurò nuovamente lei – Io conosco ciò che è accaduto alla tua città… Troia! So con quale ingannevole azione è stata costretta alla resa e so della triste fine del suo Re, Priamo, e dei suoi figli… l’ho sentita tante volte per bocca dei cantori che giungono qui, a corte. Ho sentito cantare le gesta di principi guerrieri come Odisseo, Achille e anche Ettore ed Enea… Ho  udito del dono della veggenza che Cassandra, principessa di Troia, ebbe da un Dio di nome Apollo e dell’infallibilità dei responsi del suo gemello, il principe Eleno, che…”
“E’ proprio nella terra dell’Epiro, - la interruppe per la seconda volta il principe Xanto – che voglio arrivare… col favore degli Dei.  Mio fratello Eleno, che mi dicono sia giunto sano e salvo in quella terra, sarà felice di ospitarmi, spero. E lo sarà anche Andromaca, che egli ha sposato dopo la morte di nostro fratello Ettore, avvenuta non per mano di Achille, ma grazie all’aiuto dei suoi Dei. – il principe troiano ebbe una pausa: la sua voce era carica di dolore e di rancore. Si schiarì la voce, tirò su col naso, poi continuò – Ricordo che Andromaca era gentile con me quando ero bambino e giocavo con suo figlio Astianatte.”
“Io ti aiuterò a fuggire.” disse d’un fiato la principessa di Tebe.
“Perché lo fai?” domandò lui; lei scosse la testa e continuò:
“Quando re Menelao giunse qui, salvò una delle figlie del Faraone dalla furia di un toro inferocito e il Faraone gli deve riconoscenza… Sono io quella principessa e chiederò al capo delle Guardie Reali di porti sotto la sua protezione.”
“Il principe Thotmosis?”
“Tu non dovrai più temere per la tua libertà. – assentì col capo la ragazza – Sarà il principe Thotmosis a mettere in atto questi propositi… dopo che gliene avrò parlato, naturalmente.- aggiunse con un sorriso che le immuminò il bel volto - Adesso vai. Nasconditi da qualche parte. Domani ti presenterò al capo della Guardia Reale. Aspettami davanti al Pilone di Ammon-Ra… Sai dove si trova il Pilo… ”
“Ti aspetterò lì! – la interruppe il principe fuggiasco, poi - Non sei solo bella, principessa, ma anche gentile e generosa. – sorrise e prima di allontanarsi aggiunse – Non conosco il tuo nome.”
“Nefer… Sono la principessa Nefer di Tebe.” 
“A domani, dolce fiore d’Egitto. – salutò il ragazzo – A domani, principessa Nefer, bella e splendente più dell’Aurora.”

Rimasta da sola e con le guance diventate porpora, Nefer riassaporò quelle parole e il cuore cominciò a batterle precipitosamente.
“Mi trova bella.” pensò sottovoce, cercando la propria immagine riflessa nello specchietto della danzatrice. Cercò anche  quello dell’altra se stessa, ma Isabella non c’era più.

               ++++++++++++++++++++

Quella non era la prima volta che Nefer e il principe Thotmosis si allontanavano di soppiatto da Palazzo per raggiungere la necropoli, sulla riva occidentale del fiume.
L’indomani, di buon’ora, i due fratelli raggiunsero il posto convenuto: il Pilone di Ammon-Ra. Il faraone Ramesse lo aveva fatto costruire più di venti anni prima, in coppia con un altro dedicato a Ptha-Osiride.
Costituiti da due massicci torrioni decorati con scene che vedevano il Sovrano vincitore sui nemici, i Piloni fiancheggiavano le Porte di accesso di Templi e Palazzi e fungevano da monumentali ingressi.               
Nefer non era da sola quando giunse all’appuntamento e il fratello non mostrò eccessivo entusiasmo per la presenza del ragazzo che era in sua compagnia e col quale mostrava d’essere in ottima intesa.
“Chi è lui?” domandò subito.
“Viene con noi nella Città dei Morti.” disse lei per tutta risposta.
“Ti ho chiesto chi è.” insisté il fratello.
“Il suo nome è Xanto, principe di Troia. E’ arrivato in Egitto con re Menelao, suo prigioniero ed ha…”
“Che cosa ci fa in tua compagnia?” la interruppe Thotmosis con accento severo.
“Sto aiutandolo a fuggire.” rispose con disarmante candore la principessa.
“Devi aver perso il senno, sorellina! Non puoi aiutare il prigioniero di un ospite del Faraone a fuggire.”
“Ho promesso di aiutarlo a lasciare la città e questo farò. Speravo nel tuo aiuto, ma se ti rifiuti, chiederò a qualcun altro di aiutarmi.”
“Non ho detto che non voglio aiutarti. – replicò il fratello; il principe troiano non aveva ancora aperto bocca – Ho detto che non è una buona idea!”
“Invece sì! – questa volta fu Nefer ad interrompere il fratello e con un tono che non ammetteva repliche – Xanto è un principe di sangue ed io ho immaginato i miei fratelli… ho immaginato te, schiavo  del tuo nemico e l’idea mi è parsa pesante da sopportare. Per questo voglio aiutarlo. Se tu conoscessi le traversie che ha dovuto affrontare… racconta… racconta, Xanto. Racconta anche a lui quello che hai detto a me… Racconta.”
“Avevo due anni quando le vele achee…” esordì Xanto, ma Thotmosis lo interruppe:
“Mi racconterai tutto sulla strada per la Città dei Morti. – disse – Ora è meglio allontanarsi da qui e cercare qualcuno che ci traghetti dall’altra parte. Venite… Venite.”

Soddisfatta della velocità e facilità con cui aveva trascinato il fratello in quell’impresa, la principessa Nefer lo gratificò del più smagliante dei sorrisi, poi si apprestò a seguirlo.
Sulla scia di un gruppo di forestieri che andavano in direzione del fiume, i tre ragazzi lasciarono il Pilone.
Le strade erano affollate. Di qua giungevano le grida del barbiere che raccomandava i clienti di attendere pazienti il loro turno e di là quelle del venditore di pane e ciambelle che invitava la gente a comprare la sua merce fumante. A destra un sarto e un calzolaio con aghi d’osso e arnesi di rame tagliavano e cucivano all’aperto ed a sinistra venditori di ventagli invitavano i passanti a liberarsi del fastidio delle mosche; un fabbricante di calzature, dal canto suo, assicurava piacevoli passeggiate con ai piedi i suoi sandali e  un venditore di fibule e collane elogiava la bontà della sua merce esposta.
Ogni cosa, gesti e parole, si svolgeva sotto l’occhio vigile di guardie armate di verghe e funzionari provvisti di calami e papiri.

Attraverso una selva di mura e colonne, il gruppetto raggiunse il porto e il quartiere più turbolento della città. Qui, stradine e stretti vicoli vennero incontro saturi di odori: quello di pane appena sfornato stuzzicò immediatamente il loro giovane appetito.
Lungo quei vicoli si aprivano numerose bettole e si ammassavano le case di fango della gente più povera, simili ad un gregge di pecore sorpreso dal temporale.
I tre ragazzi percorsero una di quelle stradine; in fondo, si apriva una distesa gialla di grano che sembrava un immenso mare d’oro. La stagione della siccità aveva raggiunto il culmine ed una moltitudine di persone affollava i campi. Mentre i bambini giocavano e si ruzzolavano per terra, uomini e donne mietevano il grano, lo pulivano dalle impurità e lo caricavano su pesanti carri.
I tre passarono accanto ad un gruppo di uomini che con lunghi forconi raccoglievano il grano per farlo passare in un setaccio rettangolare: la resa, sotto lo sguardo vigile di due Funzionari del Dicastero dei Lavori Regi, avrebbe determinato la misura dell’imposta da applicare.
Gruppi di persone accovacciate per terra riparavano attrezzi, altre cercavano di tenere lontano gli uccelli e gruppi di donne  reggevano in testa grosse ceste di datteri, fichi e melograni: il loro profumo riempiva l’aria.

Avanzando indisturbati, i tre raggiunsero un pontile dove imbarcazioni di ogni forma e dimensione caricavano e scaricavamo merci.
“Vorrei restare qualche giorno ancora a Tebe. – esordì Nefer girandosi a guardare un operaio coperto di polvere da capo a piedi, che con una ciotola riempiva di grano un sacco retto da un bambino – Invece a corte stanno facendo già i preparativi per tornare a Pi-Ramesse.”

Pi-Ramesse, fatta edificare con dovizia di mezzi dal faraone Ramesse II, era la residenza che i sovrani della XIX Dinastia avevano fissato per se stessi e la corte.

“Il Faraone desidera tornare a Pi-Ramesse per seguire i lavori al Tempio dio Ra.- spiegò il fratello – Ha dovuto trascurarli, da quando ha mosso guerra contro le tribù dei Libu e dei Mashwash, ma tornerà a Tebe per il Giubileo.”
“Aspetta…”
Nefer si fermò per raccogliere una manciata di grano e deporla nel sacco di vimini retto dal ragazzino.
“Ma che fai? Vieni!” la sollecitò Thotmosis, prendendola per un braccio; Nefer resistette agli strattoni del fratello e poi intonò:
              “Chiccolino dove sei?
               Sono sotto terra, non lo sai?
I due ragazzi la guardarono e si scambiarono un’occhiata; anche il ragazzino, che aveva chiuso il sacco e lo stava sollevando da terra, la fissò stupito; Nefer continuò:
    “E là sotto non fai nulla?
     Dormo dentro la mia culla.
     Dormi sempre, ma perché?
     Voglio crescere come te.
     E se tanto crescerai, chioccolino che farai?       
     Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò.”
“E questa che cos’è?” domandò alla sorella Thotmosis, al ché, il principe Xanto disse:
“La principessa Nefer canta come un citaredo dell’Arcadia… Dove la gente è felice, contenta e un po’ strana.” aggiunse con un sorriso.
“Da qualche tempo anche la mia sorellina è un po’ strana, vero Nefer?”
“Aspettate.” fece per tutta risposta la ragazza. Una giovane donna, intanto, con un bimbo in spalle e una cesta in mano, s’era avvicinata per aiutare il ragazzino a chiudere il sacco. Ignorando la sua vera identità, disse:
“Che cosa vuoi, ragazza?”
“Nulla.” rispose Nefer facendo spallucce e allontanandosi per seguire i due ragazzi.
“E’ una bella filastrocca.” sorrise il principe troiano girandosi a guardarla con quella dolce insistenza con cui si contempla un prodigio; intanto, il canto delle cicogne che nidificavano tra le canne del fiume, giungeva sommesso.
“Isabella… è lei che la recita spesso.” spiegò.
“Isabella? – fece eco Xanto – Che nome strano!”
“E’ il nome che ha preso l’altra me stessa… - una pausa per un sorriso, poi la principessa proseguì – Isabella è colei che verrà dopo di me, nei tempi che verranno dopo questi.”
“L’altra te stessa? Non capisco quello che dici.”
Xanto la guardava con sempre crescente stupore.
“L’hai sentita? – interloquì Thotmosis – Ti ho detto che da qualche tempo dice cose strane.”
“Le ragazze dicono spesso cose strane. – Xanto scosse il capo sorridendo, ma ridiventò subito serio – Anche Cassandra, una delle mie sorelle, diceva spesso cose strane… Nessuno le dava ascolto. Oh!… - la voce gli si incrinò – Parevano cose senza senso anche quando profetizzava la caduta della nostra città. Quando mio fratello Paride condusse a Troia Elena, la Regina di Sparta, lei mise in guardia la mia gente dal pericolo che incombeva. Pianse e scongiurò, ma nessuno volle crederle e invece…. Invece le sue visioni erano vere… Se solo le avessero ascoltate, i Saggi e il Re di Troia…”
Nefer e Thotmosis ascoltavano in silenzio: conoscevano la storia di Cassandra e dell’indesiderato dono della preveggenza inascoltata; ebbero un sospiro e ripresero la strada.
Proseguirono, ma si fermarono dopo pochi passi ad osservare le operazioni di carico di alcuni blocchi di pietra. Erano stati caricati su due slitte e assicurati a robuste corde, spesse quanto il polso di un uomo. Altre due slitte erano già pronte, con il carico coperta da stuoia, a bordo di una chiatta pronta a partire.
I tre aspettarono per un pezzo prima che tutte le slitte fodero caricare e la strada dichiarata libera poi si allontanarono.
Seguendo le orme lasciate nel fango da qualche carro pesante, raggiunsero la strada del porto.
Era un’arteria affollatissima: gente povera, a piedi scalzi e i laceri perizomi e gente ricca, con vesti di lino pregiato o fresco di bucato.
C’erano mercanti e pescatori, funzionari e barcaioli, soldati e lavandai, ma, in quella stagione, c’erano soprattutto raccoglitori di loto e canne di papiro.
Qui, i cespi erano più bassi e meno sviluppati di quelli del Delta e, per questo, meno pregiati, ma anche i rischi erano minori: non c’erano acquitrini, né sabbie mobili e anche il numero di coccodrilli ed ippopotami era inferiore.
Un carro carico di anfore  passò sfrecciando al loro fianco, grosse e panciute, chiuse con tappi di argilla, contenevano birra e portavano inciso il nome del birraio, il luogo e la data di fabbricazione.
Benché la gente, soprattutto i contadini, fabbricassero da sé la birra, quello del birraio era uno dei mestieri più lucrosi ed apprezzati.

“Perché non entriamo in una di queste taverne? – propose  Nefer con disarmante candore – Quest’aria calda mi soffoca. Gradirei un boccale di birra.”
“Ah.ah.ah… - scoppiò a ridere Thotmosis – Tu, un boccale di birra!”
Neanche Xanto riuscì a trattenere un sorriso divertito.
“Che cosa c’è di male? – replicò in tono seccato la principessa di Tebe – Quaggiù nessuno conosce il principe Xanto. Avanti. Entriamo.”
Scambiatasi una breve occhiata i due ragazzi si infilarono, seguiti dalla ragazza, in una di quelle aperture da cui proveniva allegro vociare. Sulla facciata campeggiava una vistosa insegna con la scritta “Le Fauci del Coccodrillo”.
La taverna sorgeva al centro del porto, strozzata da steccati, terrapieni e cataste di legna. Aveva l’aspetto di una barca in disuso ed era a due piani, però non si vedevano scale all’esterno. Accanto all’insegna erano appese due lanterne.
Era mattino presto e l’odore pungente delle immondizie date alle fiamme dagli addetti alla pulizia delle strade feriva le narici; i tre si lasciarono il puzzo alle spalle.
Thotmosis scelse un tavolo vicino alla porta e un servo si avvicinò immediatamente, chiedendo:
“Cosa volete?”
“Tre coppe di birra. - ordinò Thotmosis, tirando fuori della cintura del perizoma un pezzo d’oro – Basta per pagare tre birre?” domandò girandosi verso i compagni, come a chiedere conferma.
Nefer si rese conto di non conoscere il valore del denaro ed ebbe il sospetto che neppure il fratello fosse pratico di conti.   
“Sufficiente per le prime tre coppe, - il servo mostrò, invece, di aver compreso appieno la situazione – Per le successive, però…”
Xanto lo interruppe subito:
“Questo pezzo d’oro – precisò – è buono per le prime tre e anche per le successive, se ne ordineremo. Ed ora portaci subito da bere.”
Il servo cambiò immediatamente atteggiamento, rispose che li avrebbe serviti subito e si allontanò.
Consumando l’attesa nel guardarsi intorno, i tre cominciarono a fare apprezzamenti sul locale.
Il materiale da costruzione di tutta la locanda, dal pavimento alle panche, era vecchio legname ricavato da barche in demolizione.
Nefer passò l’orlo della tunica sul tavolo per liberarlo delle briciole lasciate dall’ultimo avventore e Xanto, additando una delle assi:
“Queste tavole provengono dallo scafo della nave di Idomeneo.” disse.
“Chi è questo Idomeneo?” domandò Thotmosis.
“Un guerriero acheo. – rispose Xanto accostando alle labbra il boccale con la birra che il servo aveva appena posato sul tavolo e bevendo a piccoli sorsi – Trasportava i cavalli di Reso.”
“Ho già sentito questo nome.” disse  Thotmosis.
“Era un alleato troiano. – spiegò Xanto – Un oracolo gli aveva predetto che se avesse bevuto acqua di fonte del fiume Scamandro insieme ai suoi magnifici cavalli, Troia non  sarebbe mai stata espugnata… Lo Scamandro – aggiunse – scorre nella pianura della mia terra perduta.”
“Mi dispiace!” esclamò Nefer.
“Che cosa è successo?” domandò Thotmosis.
“Un infido e astuto guerriero acheo di nome Odisseo e il suo degno compagno, Diomede, tesero un tranello al valente guerriero Reso,  l’uccisero e caricarono i suoi cavalli sulla nave di Idomeneo, al seguito di re Menelao. – il principe troiano fece seguire una seconda pausa ed intanto addentava una delle focaccine al miglio che una servetta aveva appena posato sul tavolo – Io ero su quella nave, prigioniero del mio odiato nemico, quando fu affondata, nello scontro con alcune navi troiane in fuga… Fu in quella occasione che fui condotto a bordo della nave del Re di Sparta, suo prigioniero… da dove, poi, sono fuggito, appena toccata questa terra.”
“Hai lottato per la tua terra ed ora lo farai per la tua libertà e noi ti aiuteremo.” esclamò solennemente il principe Thotmosis, posando il boccale vuoto sul tavolo ed avviandosi verso l’uscita. Gli altri due lo seguirono immeediatamente dopo.
 

ANKHEREN

Montati sulla jeep, i tre fecero ritorno al campo; l’aria cominciava a riscaldare, il sole a bruciare e la sabbia ad accecare.
Più tardi, mentre a lunghi passi si avvicinava alla sua tenda, qualcosa allertò il professore: un campanello dentro il cervello. Il “sesto senso”, come lo chiamava lui: il senso della sopravvivenza.
Con cautela e circospezione, entrò nella tenda e sorprese alle spalle un uomo che stava frugando dentro una delle casse che componevano il suo equipaggiamento.
“Ehi, tu. Che cosa stai facendo? Cerchi qualcosa?” disse facendosi avanti a lunghi passi.
L’uomo si voltò; alto e robusto, indossava un caftano, ma non era di razza araba. Un tedesco, forse, a giudicare dalla testa biondiccia e stempiata, tendente al bianco.
Quaranta cinque o cinquanta anni, aveva una faccia insignificante e afflitta da un’espressione spenta e un po’ sbiadita; forse, però, era solo lo sguardo, chiarissimo e vacuo, che spiccava sulla faccia annerita dal sole.
“Allora vuoi rispondere? Che cosa stai cercando in quella cassa?”
“Che cosa sta succedendo? – Hammad si affacciò sull’imbocco della tenda – Un altro ladro?… Ma io lo conosco. – aggiunse, avanzando anch’egli all’interno – Questo tipo si chiama Von kessler… Sei Von Kessler?“ domandò.
“Certo che è lui! – anche Alì, comparso alle spalle del padre, puntò l’indice sull’uomo – E’ proprio Von Kessler.”

Kessler, il volto sfaccettato e duro, che pareva essere stato scolpito con uno scalpello, assunse un’espressione piuttosto distaccata, in verità.
Assai noto nell’ambiente per le sue attività illecite di contrabbando di Antichità, non dava segno di preoccuparsi troppo di essere stato scoperto con le mani nel sacco… e forse per la prima volta nella lunga carriera di ricettatore.
Tutti sapevano della sua attività, ma nessuno era riuscito mai a coglierlo sul fatto.
Genio multiforme della truffa e del raggiro, gestiva un fiorente commercio di falsi, assolutamente perfetti, in una botteguccia nelle vicinanze del Museo; qualcuno dei quali, si trovava di certo presso qualche Museo o collezione privata.
“Ecco qui un uomo più inafferrabile di Arsenio Lupin.- esclamò Alessandro – Se ti sei esposto personalmente a tanto rischio, vuol dire che c’è qualcosa di grosso… Dobbiamo chiamare i soldati…”
“Un momento. Un momento! – l’uomo, che non aveva ancora aperto bocca e stava certamente valutando la situazione, fermò il professore che già stava mettendo mano al telefono portatile – Vogliamo la stessa cosa. No?… Aspettate.” disse.
“Io non credo.” rispose Alessandro.
“Voi state cercando un papiro e un sigillo faraonico.. –li sorprese l’uomo. I nostri amici si scambiarono un’occhiata; c’era anche Isabella – Vogliamo la stessa cosa… dicevo.”
“E quale sarebbe?” domandò Alì e per la seconda volta, l’uomo li sorprese… assai sgradevolmente:
“Scoprire il segreto della manipolazione della materia che gli antichi sacerdoti egizi dovevano ben conoscere!” spiegò quello, tutto d’un fiato.
“Sembra che tu abbia preso un brutto colpo di sole in testa,- interloquì Isabella – Non ho mai sentito parlare di una cosa più sciocca e insensata in vita mia… Il Mistero delle Piramidi, la Maledizione dei Faraoni ed ora la Manipolazione della Materia…   Questa Egitto-mania sta diventando davvero una mania.”
“Caro Von Kessler, - intervenne a questo punto Alessandro, afferrandolo per un braccio – non so quale fantasia tu stia inseguendo, ma, qualunque sia, per ora hai raggiunto il capolinea. Fra poco saranno qui i soldati e…”
“No… no! Ascoltatemi. Lasciamo stare fantasie e misteri… Ciò che vi preme… ed io lo so benissimo… è ritrovare il papiro e il sigillo che vi sono stati rubati – Alessandro fece l’atto di riprendere la parola, ma quello lo prevenne e continuò – So tutto del papiro e del sigillo del faraone Meremptha, perciò non prendiamoci in giro. Mettiamoci, invece, in società e ne verremo sicuramente a capo. La mia specialità è ritrovare oggetti… ah,ah,ah … smarriti e la tua, professore, è leggere le antiche scritture.”
“Davvero? Ma io non ho bisogno di te, Kessler. Io ho già una copia del papiro.” si lasciò sfuggire Alessandro e subito dopo si morse le labbra.
“Magnifico! Si tratta solo di ritrovare il Sigillo – lo interruppe l’altro – ed io ho già qualche idea in proposito.”
“Sarebbe?”
Kessler assunse un’aria di complicità e cominciò ad esporre la sua idea:
“Quel sigillo che… altro non è che un anello… - fece notare – non si trova di certo nella tomba della principessa… la presenza di quello scheletro armato di moschetto ( vedi libro: IL GUARDIANO DELLA SOGLIA) dimostra che qualcuno c’è già stato in quella tomba.” Spiegò.
“E allora?” incalzò Alì.
“Io sto seguendo una pista. – seguitò l’uomo – Se venite nel mio negozio a Il Cairo, avrei qualcosa di straordinario da mostrarvi… se mi lascerete andare, naturalmente. Ci sono troppi cani intorno a quest’osso… siete già entrati nel mirino di qualcuno, mi pare.”
“Tu che cosa ne sai?”
“Oh! Io sono Von Kessler: sono al corrente di tutto… anche del  movimento del più piccolo granello di sabbia che si trova in questo posto… Allora? – incalzò – Soci?”
Con un cenno del capo, Alessandro lo lasciò andare.

“Perché lo hai lasciato andare?” domandò Isabella, appena quello ebbe lasciato la tenda.
“Lo ha solo assecondato… Vero, Alessandro?” chiese conferma Hammad.
“Voglio scoprire le carte in mano a quell’uomo scaltro e furbo e… mi spiace ammetterlo, assai capace. Sarebbe un disastro se in qualche modo quel Kessler riuscisse ad arrivare al segreto del nostro prodigioso amico Osor.”
Chiamato in causa, come sempre accadeva, Osor cominciò:
      “Dama dei Terrori. Signora della Distruzione che respinge
       Che protegge il viandante dalla distruzione
       Il nome del Guardiano è Nerut…”
“Che cosa stai dicendo, amico mio?” domandò Isabella, ma Hammad:
“E’ una delle formule che il defunto doveva recitare per avere il permesso di entrare nei Campi Jaru… il nostro Paradiso…  - spiegò - attraverso le Porte della Dimora di Osiride. Nerut era uno dei sorveglianti.” aggiunse.
“Ma.. ma perché le sta recitando? Nessuno di noi sta per morire.” replicò Isabella.
“Non lo so!” Hammad scosse il capo.
“Forse – interloquì Alì – il nostro amico è alla ricerca di qualche formula magica per risolvere i nostri problemi… La magia è tutto per lui, ah.ah.ah.” sorrise.

                            **********

Lasciata la tenda, il mattino del giorno dopo, Isabella si fermò a guardare la valle che si stendeva sotto il suo sguardo come un delta aperto a ventaglio, custode di incalcolabili ricchezze. Stava sorgendo l’alba e all’orizzonte le vette fiammeggiavano; Sirio, invece, nel cielo, andava impallidendo dolcemente.
“Sothis, la Mattiniera, – sorrise – come direbbe la principessa Nefer, ama scomparire prima che Horo compaia all’orizzonte.”
Osor, che l’aveva seguita:
“… per annunciare prossima l’inondazione delle acque.” fece eco.
La ragazza tese il volto e la magica creatura le toccò la fronte col prodigioso indice; immediatamente dopo, ogni cosa intorno a lei andò mutando di forma e consistenza: le rovine tornarono edifici freschi di costruzione e i viottoli polverosi ridivennero stradine frequentate.
“All’alba del terzo giorno…” una voce le attraversò la mente; Isabella riconobbe gli accenti vibranti del Sacerdote di Bes, Osor l’Esposto, e comprese di aver attraversato la “barriera” e di aver raggiunto il mondo della principessa Nefer e dei suoi amici.

“All’alba del terzo giorno, dal molo de “Le fauci del Coccodrillo” partirà una chiatta per la città di Pi-Ramseth con le statue del Faraone… Il principe Xanto potrà mescolarsi ai caricatori e arrivare al mare.” stava dicendo Osor.
“Devo raggiungere la città di Butruto, la nuova Troia, che mio fratello, il principe Eleno, ha fondato in Epiro.” assentì Xanto.
“Anche il principe Eleno è scampato alla cattura?” s’informò il principe Thotmosis.
“Gli Achei gli hanno lasciato la libertà in cambio delle sue profezie… le sue previsioni sono sempre esatte.” aggiunse.
“Il faraone RamSeth, Sole dei Principi, - interloquì Ankheren, che come tutti faceva sempre seguire un titolo quando pronunciava il  nome del proprio Sovrano -  ha costruito una  splendida città, con la speranza che possa essere eterna come lo è Memfi. Le ha dato il nome di Pi-RamSeth e l’ha posta sotto la protezione di Seth, il Litigioso.” aggiunse con malcelata disapprovazione nella voce.
Sul gruppo scese il silenzio: il sentimento di avversione verso Seth, il Dio cattivo, colpevole della morte di Osiride, era molto sentito dagli abitanti della Valle.
Osor, però, il saggio Sacerdote di Bes, così parlò:
“Quando gli Immortali assegnarono ad Horo l’eredità di Osiride, a Seth diedero da governare la Terra-Rossa e Ra, Padre degli Dei, così ordinò: Mi venga affidato Seth, figlio di Nut, affinché sieda accanto a me. Egli sarà come Figlio. Urlerà al Cielo e si avrà terrore di lui.”
Il giovane Ankheren, però, non sembrava del tutto convinto:
“Sua Maestà dice che Seth e Horo vivono in armonia e il popolo deve a Seth la devozione che ha per Horo, ma… – replicò, senza, però, ardire di sollevare lo sguardo sul Sacerdote di Bes che lo guardava bonario, come si fa con un discepolo che si vuol condurre all’obbedienza e dimenticando che ad ascoltarlo c’erano anche i figli del Faraone – Ma… riprese - la Notte e il Giorno non sono alleati dell’uomo nella stessa misura.”
Il ragazzo trasse un sospiro, poi, fermandosi per appoggiarsi ad una sporgenza e infilarsi i calzari che portava appesi al collo con una cordicella 
“Oh!… - esclamò, vedendo gli occhi di tutti puntati sulle sue estremità, tirò su col naso e continuò – Mi piace sentire il calore della terra sotto i piedi – spiegò – ma ho tre paia di calzari, perché, mio padre, Mursil l’Ittita, guardiano dei tori al Tempio di Ptha, vuole che suo figlio faccia bella figura tra gli studenti del Tempio.”
“Forse non sai, Ankheren, figlio di Mursil l’Ittita… - anche il sacerdote di Bes non era davvero tipo da arrendersi quando portava avanti una discussione – Non sai che a rendere feconde le piene del Nilo sono tanto le Libagioni di Horo, nel Basso Egitto, quanto le Libagioni di Seth, nell’Alto Egitto? E’ per questo che dobbiamo riconoscente devozione ad entrambi… al Figlio della Celeste Nut ed al figlio di Osiride.”

In realtà, in tutto l’Egitto, solo Osor l’Esposto, forse, poteva comprendere il grande disegno del Faraone Ramseth di far vivere in armonia gli Dei del Delta con quelli della Valle, senza che i seguaci di entrambe le Divinità si facessero continuamente guerra, appigliandosi a millenari rancori.
Forse nemmeno la principessa Nefer e il principe Thotmosis comprendevano quella necessità; tanto meno Ankheren e meno ancora il principe Xanto, cui premeva solo di allontanarsi da lì e raggiungere quella città… qualunque fosse il suo nome.
“Sono contento – esordì il principe troiano – di poter ammirare la nuova città del Faraone d’Egitto.”
“Quando arriverete a Pi-Ramseth, tu e il venerabile Osor, - interloquì la principessa Nefer, posando lo sguardo sulla figura del carismatico prete di Bes – cercate la taverna de “Le Zanne dello Sciacallo”. Al taverniere chiedete di Menkaura il traghettatore, e quando lo avrete di fronte, mostrategli questo Sigillo. – aggiunse sfilandosi dal dito il grosso anello-Sigillo avuto in dono dal Faraone il giorno in cui aveva danzato per lui, e porgendolo al fuggiasco – Menkaura è il padre della mia ancella Tirsa. – spiegò - Sarà lieto di aiutare il principe Xanto.”
Il principe troiano prese il prezioso anello, lo rigirò tra le dita e, prima di infilarlo all’anulare destro, esclamò:
“Dieci vite non basterebbero per saldare il mio debito con te, principessa Nefer, e con tutti voi, amici, ma… come faccio a farti riavere indietro il tuo anello, principessa?”
“Lo consegnerai al venerabile Osor, che saprà averne cura… appena ti avrà lasciato in salvo. Ora, però, bisogna trovare un rifugio sicuro.” concluse Nefer.
“Al “Castello dei Milioni di Anni”… - suggerì il sacerdote di Bes – E’ lì che andremo. A nessuno verrebbe mai in mente di cercare il principe Xanto là dentro.”

Per raggiungere il Castello dei milioni di Anni, il Tempio Funerario del faraone Ramseth II, che i posteri chiameranno Ramesseum, gli amici lasciarono il villaggio degli operai.
C’erano numerosi cantieri in quella parte della Città dei Morti, poiché numerosi erano i Sovrani che avevano scelto di farsi seppellire in quell’anfiteatro scolpito dalla natura: la catena montuosa che la racchiudeva era così particolare, da ricordare il geroglifico con cui gli egizi rappresentavano l’orizzonte.    
Una moltitudine di operai, di ogni razza e provenienza, molti dei quali avevano lavorato anche alla costruzione delle città di Pi-Atum e Pi-Ramseth, nel Delta, animava quei cantieri, di dialetti e costumi vari. Alcuni erano uomini liberi, altri erano prigionieri di guerra e altri ancora provenivano dalle tribù del deserto: Amu, Mashwash, Ibrihim ed altri ancora, venuti ad offrire la loro opera al Faraone, in cambio di cibo e protezione.
Il gruppo raggiunse indisturbato il primo dei due Piloni.
Lungo settanta metri, sulla facciata recava incise scene delle vittorie riportate in battaglia dal faraone Ramseth il Secondo.
Rasentando un pezzo della possente e massiccia muraglia del Pilone ed oltrepassarono il corridoio che separava i due Piloni; Osor entrò nel primo cortile subito seguito dagli altri.
Quadrangolare ed a cielo aperto, il cortile era immenso, ma non deserto. Numerosi ibis reali, storditi dal riflesso del sole sul selciato, sostavano immobili sulle sommità del muro; altri occupavano le punte di obelischi e colonne. Rimasero immobili al loro passaggio, quasi facessero parte di quello straordinario complesso di pietra.
Uno solo di loro, appollaiato sulla spalla sinistra  di una delle due colossali statue del Faraone, si mosse, agitò il capo, allungò il collo e infine allargò le ali per levarsi in volo; la luce di mezzogiorno riverberava sull’acciottolato della pavimentazione e sulle acque del canale, sollevando bagliori.
Xanto mostrò un attimo di esitazione
“Non ho mai visto nulla di tanto grandioso in tutta la mia vita. - confessò – A Troia, il palazzo del Re era maestoso, ma qui, Palazzi, Templi ed ogni altra costruzione, non sembrano fatti per uomini, ma per Titani.”
Osor sorrise.
“Ra dei Sovrani è molto più, dei vostri Titani.” disse.
“Ra dei Sovrani” era il nome della colossale statua che tanto aveva impressionato il ragazzo.


 

LA MAGIA di OSOR

Isabella, in quell’istante, stava osservando insieme agli amici i movimenti di Smith il quale si era fermato davanti alla porta chiusa di un bazar. Lo videro bussare tre volte con due colpi intervallati: certamente un segnale.
Una finestra, chiusa da persiane di legno dorato e traforato, si aprì, sotto una grossa insegna che recava la scritta: JOSEF HASSAN.
Alla luce di una lanterna appesa alla porta, apparve il volto di un uomo che scomparve subito dopo aver fatto un cenno con la mano.
“Ho visto già quel tipo. – disse Alì – L’ho visto al campo di scavo del professor Aziz curiosare e fare domande agli operai. E giurerei – aggiunse dopo brevissima pausa – di averlo già visto anche al bazar di Ashraf Sheik.”
”Anche quella canaglia? – proruppe Isabella – Si ritrovano proprio tutti qui, stasera.”
“Già! Venite… scopriamo  che cosa si nasconde dietro quella porta.”
”Come facciamo ad entrare?” replicò la ragazza.
“In qualche modo faremo.” Alì le fece un buffetto sulla guancia.
“Quando hai quello sguardo, mio bel principe d’Egitto, qualcosa bolle in pentola… direbbe il mio amico…”
“Chi sarebbe costui?” domandò Alì con accento un po’ risentito.
“Oh… - sorrise la ragazza – Solo un personaggio dei fumetti.”
“Ah!… Guarda queste vecchie case – continuò il ragazzo – sono legate insieme da un muro senza aperture… ad eccezione di queste finestrelle che fanno ventilazione ai sotterranei dove un tempo la gente teneva al fresco le provviste.”
L’apertura era sufficientemente larga da consentire loro di passare dall’altra parte; perfino Osor non ebbe difficoltà. Dall’altra parte, però, la parete era alta più di due metri ed Isabella si calò giù per finire nelle braccia di Alì che le fece fare una tripla piroetta prima di metterla giù. Scoppiarono a ridere e la prodigiosa creatura, alle loro spalle, li guardava in silenzio; i suoi occhi brillavano nel buio dello scantinato: un lampo di tenerezza, si sarebbe detto.
“Qui sotto è buio pesto. – disse la ragazza –Attenti a dove mettiamo i piedi… ma tu, non porti sempre fiammiferi con te?”
“Non ho fiammiferi con me questa sera, però ho un paio di accendini.
Subito dopo una fiammella tremolò nel buio.
“Accendini? Ah.ah… e da quando ti sei dato ai vizi?”
“Vizi? No!No!  Ahhah… fumo solo il narghilè. Questi accendini, con la figura di Thut-ank-ammon, sono del mio amico Aziz che vuole lanciarli sul mercato del turismo… Per Allah! – il ragazzo divenne serio, mentre il lume faceva luce d’intorno e strappava al buio dello scantinato, spigoli di grosse casse, sacchi di juta e cordame vario – Ma in che posto siamo capitati?”
“Speriamo non dentro la brace del proverbio!” fece lei.
“La brace di che cosa?”
“Non conosci il proverbio? Cadere dalla padella nella brace?”
“Io ho un presentimento…”
“Buono, spero… ahi! - una sporgenza nel suolo, contro cui Isabella era andata a finire, le strappò un’imprecazione – Con questo buio non si vede dove metti i piedi.”
“Ti sei fatta male?… Per tutti i Peli della Sacra Barba del Profeta! – l’esclamazione soffocata di Alì costrinse la ragazza a dirottare l’attenzione su di lui - Guarda qui, Isabella.”
“Santo cielo! Ma… ma questo è un sarcofago.”
“Non proprio un sarcofago… più un finto sarcofago per accogliere il Ka del defunto…” ipotizzò il ragazzo.
“Come quello di Sekhem-Khet a Sakkara?” domandò la ragazza, ma fu la voce di Osor a sorprenderli:
       “Ho perlustrato il Cielo e scavato l’Orizzonte – recitò –
        Ho percorso la Luce e i mi sono impadronito dei poteri…”
“Che cosa stai dicendo,Osor?” chiese Isabella.
“Sta recitando formule dei Testi dei Sarcofagi. – spiegò Alì – Guarda qui, sul fianco del sarcofago. -  Alì sollevò l’accendino ed alla luce della fiammella – Diamo un’occhiata qui intorno.” propose.   

Per lustrarono il locale, si imbatterono in una porta che si apriva su una scala di cinque o sei gradini, dal fondo della quale partiva un corridoio che percorsero con circospezione.
“Ma dove siano finiti?” esclamò Isabella.
“Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto!” recitò il ragazzo.
“Sarebbe?”
“Ho idea che stiamo per imbatterci in qualcosa di grosso. Dì… non senti anche tu che…”
“Sento che stiamo per cacciarci in qualche guaio!”
“Quello che intendevo! – scherzò Alì – Guarda quella porta laggiù… Vediamo cosa si nasconde dietro.”
“Un campanellino nel cervello mi dice di stare lontano da quella porta, ma io… sai… non lo ascolto mai…”
“Magnifico!”
Alì spinse la porta, che fece qualche resistenza, ma poi cedette ad una spallata di Osor, chiamato a risolvere la faccenda.

Lo spettacolo che li accolse, quando la porta fu aperta ed una potente luce, forse collegata alla serratura inondò l’ambiente, era degno di un Faraone: mummie, sarcofagi, armi, arnesi, gioielli e numerosi altri oggetti di uso quotidiano.
Ovunque si posavano, gli occhi si riempivano di stupore e ammirazione: ori, argenti, ceramiche, pietre preziose.
“Allah sia magnificato!… Qui! Sotto il naso di tutti!” esclamò Alì.
“Non è possibile! – anche Isabella era sconcertata -  Il tesoro di Abdel il Rosso!… Lo abbiamo cercato ovunque. Tu lo hai cercato in ogni angolo della Valle e il tesoro trafugato dai contrabbandieri era qui… sotto il naso di tutti… Qui c’è tutto quello che il Rosso e la sua banda hanno portato via in tanti anni, senza che nessuno sospettasse mai nulla…”
“Direi proprio di sì! Ecco qui…”
Voci e rumori di passi interruppero il ragazzo.
“Nascondiamoci… presto. – disse la ragazza – Nasconditi, Osor… ma resta fermo ed immobile come una statua.” aggiunse.
Cercarono un riparo per nascondersi.
Appena in tempo, perché la porta si spalancò lasciando entrare Smith in compagnia di due uomini alti e snelli, dagli occhi nocciola e la pelle scura: sicuramente di razza nubiana.
“… non ti fidi troppo di quell’esperto del Museo di Torino? Io…” stava dicendo a Smith uno dei due nubiani.
“Tranquillo.  - rispose Smith – Esperto, ma ingenuo! L’ho segui per settimane, a Torino e…”
“E… tciii!”
Un fragoroso starnuto proveniente da dietro ad uno dei sarcofagi mutò le espressioni sulle facce dei presenti; anche di Isabella che non era riuscito a trattenerlo, facendo scoprire la sua presenza e quella di Alì e di Osor.
“Chi c’è qui? – gridò Smith  estraendo un revolver da una delle tasche del largo caftano che lo copriva da capo a piedi; anche gli altri due estrassero subito affilatissimi pugnalo di fattura yemenita, dall’impugnatura in cono di rinoceronte – Chi si sta nascondendo? … Qualcuno è nascosto qui dentro…”
Non ci volle molto a tirar fuori del nascondiglio i due ragazzi; Osor era on piedi accanto ad un grosso sarcofago in alabastro e nessuno pareva essersi accorto della sua presenza, mimetizzata nelle ombre.
”E voi due, da dove spuntate? – Smith si  piazzò davanti al ragazzo – Come avete fatto ad entrare qua dentro?”
“Apriti Sesamo!” disse in tono mordace la ragazza, alle spalle di Alì.
“Ehhh?” fece quello.
“Come Alì Babà e la sua banda. – continuò sempre con lo stesso tono la ragazza – Lo conosci Alì Baba?… Dovresti! Svolgeva la tua stessa attività.”
“Spiritosa, la piccola! Ah.a.h.ah.” rise l’uomo.
“La conosci? – domandò uno dei due compari – Conosci questi due?”
“Non conosco la ragazza, ma conosco lui. – Smith indicò Alì – E’ il figlio di Hammad Azim…”
“Il dottor Azim… l’archeologo?”
“Hhhh!” fece Smith afferrando Alì per un braccio.
Alì tentò di liberarsi strattonando, ma il gesto lo spinse in avanti, di fronte al prodigioso Osor, immobile e fermo come una statua, proprio come gli era stato ordinato; sempre al fianco del sarcofago.
“Fai qualcosa, amico. – Alì fissò il suo sguardo scuro africano in quello di quarzite della prodigiosa creatura, sfingea e sempre immobile – Ehi! Muoviti! – gli gridò – Fai qualcosa o finiremo presto anche noi a perlustrare il Cielo e scavare l’Orizzonte… come ami ripetere di continuo.”
Osor non mosse un solo muscolo, lo sguardo di quarzite…
“Volete rispondere? – la voce di Smith alle spalle del ragazzo – chi vi ha detto di questo  posto? Come avete fatto ad entrare qui?” continuava a chiedere.  
“Con le nostre gambe, naturalmente. – rispose il ragazzo – E recitando per tre volte “Apriti Sesamo”… come dice la mia amica Isabella.”
“Sì! – interloquì la ragazza – Sono molto brava nei giochi di magia… “
“Anche spiritosa, la piccola! Brava! Mi piacciono le ragazze coraggiose e odio, invece, quelle  piagnucolose.” la zittì l’inglese, afferrandola per un braccio e facendole fare, con gesto assai  sgarbato, un passo in avanti.
“Ehi!… Mi fai male! Lasciami!” protestò Isabella.
“… e te ne farò molto, ma molto  di più se non rispondi alle mie domande .- disse Smith. Piccolo e smilzo, una studiata negligenza nel vestire, l’apparenza insignificante, quell’uomo non smetteva di sorridere, mentre minacciava – Come avete fatto ad arrivare a questo posto… Avete parlato con qualcuno? Chi vi ha…”
“Adesso basta! – interloquì il ragazzo – Vuoi sapere come siamo capitati qui?… Se Allah permette, abbiamo ragione di credere che tu sia in possesso di un reperto che non ti appartiene.”
“Davvero? – fece l’altro con insostenibile ironia - E che cosa vorresti?… Riaverlo?”
“Naturalmente! – la pronta risposta del ragazzo; Osor era sempre immobile come una statua e nessuno pareva fare caso a lui – Ma anche farti conoscere le prigioni locali,  amico.!
“Ah.ah.ah!” scoppiò a ridere l’altro, trascinandosi nella ridata anche i due nubiani, cui l’inglese fece cenno e che afferrarono immediatamente il ragazzo per le braccia.
Inutilmente Alì cercava di svincolarsi.
“Per la Barba del Profeta! – sbottò infine, girando il capo verso il prodigioso amico – Tu non fai nulla, Campione? – proruppe - Te ne stai immobile come una statua… Isabella.. Isabella… Digli di darsi una mossa… avanti.”
“Osor…” disse semplicemente la ragazza e la creatura, come un gigante addormentato svegliato dal sonno, si scosse e si avventò sui tre.
Smith lasciò cadere da sotto il caftano il prezioso astuccio con il papiro della principessa Nefer.
Nel silenzio irreale che seguì, lo  squillo del cellulare di Isabella lacerò l’aria.
”Questo è Alessandro.” disse la ragazza.
Era proprio il professore e li raggiunse pochi minuti dopo insieme ad Hammad ed alla dottoressa Fatma; li scortava una jeep di gendarmi che presero in consegna i tre malviventi e si allontanarono.

Il verso di una civetta riempiva la notte di sibili prolungati e la luna, sulle case più alte, saliva veloce nel cielo.
Isabella prese l’astuccio che il fratello aveva raccolto da terra. Lo toccò. Quasi l’accarezzò e il bel volto assunse immediatamente quella espressione smarrita ed estatica che gli amici ben conoscevano.
Lo sguardo fissava assente i buchi disuguali e storti che l’umidità e l’oscurità avevano distribuito tutt’intorno nelle pareti e che una mano di tintura bianca tentava vanamente di nascondere.
L’ormai ben noto turbinio di emozioni le scompigliò il cervello e lei si avviò, ancora una volta, lungo il sentiero che “conduceva” alla principessa Nefer di Tebe.

Ogni cosa intorno andò sfocando e quando la nebbia si dissolse, si ritrovò in quell’”altro mondo”, nei panni della principessa Nefer ferita e sanguinante.


Nessuno degli amici pareva essersi accorto di lei e della sua ferita; gli sguardi di tutti erano concentrati sulla figura del Sacerdote di Bes: Osor era chino al suolo sopra un mucchietto di terra.
Anche Nefer aveva lo sguardo fisso su di lui.
Un ginocchio per terra, l’altro appoggiato ad una bassa sporgenza il giovane prete della più misteriosa Divinità della necropoli di Tebe stava bagnando la sabbia con l’acqua del piccolo otre di pelle che portava sempre legato in vita.
Con gesti rapidi e precisi le dette volume e consistenza e quando il mucchietto informe ebbe preso la sagoma di un leone di sette o otto pollici, Osor lo irrorò con le ultime gocce dell’otre.
A questo punto, intonò una cantilena struggente, modulata e dolce: la “giusta voce” che solo un sem, sacerdote esorcista di grado elevato, conosceva ed era capace di impostare.
Nefer guardava in silenzio e l’orecchio  seguiva frastornato i suoni incomprensibili delle He-Kau, le Sacre Parole dell’incantesimo: il deserto, le rocce e il cielo, parevano rinviarne i suoni e gli accenti misteriosi
La piccola sagoma di sabbia cominciò ad oscillare; i granelli vibrarono, si mossero, poi si unirono in una massa compatta ed omogenea. Una miriade di piccole scintille, che parevano prendere vita direttamente dall’aria e dal riverbero rovente del suolo, formarono un’aureola che circondò il piccolo simulacro di leone e colui che l’aveva creato.
Quando Osor ebbe pronunciato l’ultima parola, un leone dalle straordinarie proporzioni fisiche, palpitante di vita, balzò fuori dall’alone di luce trasparente.
Un potente, terrificante ruggito riempì l’aria e raggelò il sangue nelle vene; i soldati smisero di tirar frecce e fuggirono spaventati.
“Che prodigio è mai questo?”  “Via… via! Scappiamo!”  gridavano.
IL gruppo di amici arretrò sparpagliandosi; il principe Xanto appariva il più turbato:
“La tua magia, amico Osor, supera di gran lunga quella di ogni altro mago!” continuava a ripetere.
“Neppure il mago Vebaoner, avrebbe potuto reggere il tuo confronto, amico mio.” assentì il principe Thotmosis con il tono di chi si sente fortunato.
“E neppure l’ebreo Mosè, che guidò la rivolta di alcune tribù del popolo degli Ibrihim contro il nostro beneamato Faraone, fece mai tanto.” gli fece eco la voce del giovane Amenemhat, allievo di Thot.
“Non conosco questo Mosè. – confessò il principe troiano – Era un guerriero del Popolo di Mare?”
“No! – interloquì Ankheren – Al cospetto di Meremptha, nostro beneamato Signore, Amato di Ptha, il potente mago Mosè voleva mettere in mostra la potenza del suo Dio: trasformò in serpente il suo bastone, facendogli divorare quelli in cui  i maghi d’Egitto avevano trasformato i propri, ma… quel magico serpente svanì come nebbia al sole quando lui – l’allievo di Ptha indicò il prodigioso prete di Bes – lo toccò con l’indice della sua mano destra.”
Il rumore di cavalli in arrivo, mentre Enen minacciava i soldati in fuga, attirò l’attenzione del ragazzo.
“Sentite? – disse - Zoccoli di cavalli. Deve essere il principe Sekenze.”
Enen, intanto, continuava ad urla ed inveire:
“Tornate indietro, stupide donnette… Non fuggite come gazzelle impaurite… E’ solo un trucco!… E’ solamente un trucco…”

 

 

EPILOGO


        “Io mi sono unto con gli unguenti Sacri.
         ho sulle spalle la pelle di pantera…”
salmodiava Osor, sacerdote di Bes, nelle dolenti vesti di sem, sacerdote funerario.
        Mi sono purificato con acqua in cui Horo si purificò
        Quando ha fatto da sem per suo padre Osiride
        Mi sono purificato con acqua in cui Thot si purificò…”

Il soffio rovente di Horo sferzava implacabile la Valle proibita, ma una folla dolente e silenziosa assiepava i viottoli che conducevano alla Set-Nefure, la Sede-della-Bellezza, ad occidente del Nilo, che i posteri chiameranno Valle delle Regine.
Era lì per consegnare la principessa Nefer all’Eternità.
        Mi sono purificato con l’acqua in cui Anubi…
Continuava a salmodiare il giovane Osor mentre alle sue spalle la voce delle prefiche, vestite di bianco e con le teste cosparse di cenere, era un solo lamento.
Lasciata la Ua-bet, la “Casa della Purificazione”, dove per settanta giorni il corpo era stato preparato per la Rinascita, la principessa Nefer era pronta ad affrontare l’ultimo viaggio. Deposta in un sarcofago di pregiata fattura, stava abbandonando per sempre il mondo dei vivi.

Alla guida della mesta processione, che si era fermata all’imbocco del sepolcro, nascosto e sprofondato nella montagna, c’era Osor.
Spiccavano, nel gruppo del corpo sacerdotale che lo seguiva, la maschera di Sciacallo del sacerdote di Anubi e quella di Falco del sacerdote di Horo.
Un gruppo di fanciulli depose per terra alcuni oggetti funerari che avevano portato in corteo: vasi, sedie, strumenti per la scrittura, unguenti e profumi, ghirlande di fiori ed oggetti preziosi; alcuni servi provvedevano a trasferirli all’interno della tomba, man mano che arrivavano.
         “Il corpo alla terra,il Luminoso al cielo…” continuava a salmodiare, mentre due fanciulle, sorellastre della piccola defunta, nel ruolo di Iside e Nefti, piangevano la sua morte, così come le due Divinità avevano pianto quella di Osiride.
Due operai, infine, portarono la statua della principessa, che avrebbe fatto da supporto fisico al Ka,  lo spirito, se il sahu, il corpo imbalsamato, si fosse deteriorato.
Per ultima, portarono la statua del Guardiano, copia perfetta del giovane prete di Bes, che tanta ammirazione aveva destato negli amici di Nefer, quando erano giunti al laboratorio del giovane scultore Mosè.
Osor aveva voluto farne dono all’amica defunta; Mosè era presente ed aiutò gli operai a sistemarla nella tomba.
Quando ogni oggetto ebbe avuto la propria collocazione,  quattro sacerdoti sollevarono il sarcofago e lo issarono su un monticello, al fianco dell’entrata della tomba, per dare inizio al rito funerario.

Meremptha, il Faraone, come qualunque padre affranto dal dolore, piangeva assieme al suo popolo l’amatissima figlia.
C’erano tutti: ricchi e poveri, schiavi e soldati, cortigiani e studenti ed avevano tutti un dono per la loro principessa, fosse anche un semplice fiore.
C’era l’intera Famiglia Reale, principi e principesse di sangue. E non mancava la presenza di principi ostaggi ed alleati del Faraone; c’erano, poi,  i Sovrani di Sparta, Menelao ed Elena.
Non mancavano, naturalmente, gli amici di avventure, venuti a darle l’ultimo saluto: Thotmosis, il fratello amatissimo, Xanto, che aveva aperto all’amore il suo cuore adolescente. Né potevano mancare Ankheren e il principe Semenze, con i  loro doni e le loro lacrime e c’era Amenemhat, l’allievo di Thot, che l’aveva conosciuto solo da poco e già la rimpiangeva con tutto il cuore.
C’erano proprio tutti e tutti con un dono e la barba incolta e se la barba non era ancora spuntata, con il capo cosparso di cenere.

Le donne ripresero i loro lamenti, gli uomini ad imbrattarsi il capo di cenere ed un torello ad arrossare la sabbia con il suo sangue
Quasi che anche la natura volesse partecipare a tanto cordoglio, una coltre di nubi, scura e grigiastra, oscurò il sole.
“Horo, non nasconderti. – si levò la voce del sem – Torna da noi ed accompagna la Figlia del Cielo nel suo cammino verso la Gloria…”

Una pausa lunghissima riempì il tempo d’attesa, poi Horo, lentamente, ritornò. Le nubi veleggiarono lontano e la calura tornò a schiacciare ogni cosa contro il suolo rovente; i corvi sopra le creste dei monti e le cicogne sulle colline, storditi dal riflesso  della sabbia e dei sassi incandescenti, stavano immobili, simili a piccoli simulacri di pietra,
In lontananza il Villaggio degli operai biancheggiava contro il fianco della montagna ed alle spalle delle case, spiccava una grande costruzione a forma di tenda: il Luogo-Puro, la Casa-della-Purificazione e la Casa-dell’Imbalsamazione.
Osor e due Sacerdoti-funerari, intanto, avevano dato inizio al rito misterioso della Up-Ra o Apertura-della-Bocca, che avrebbe conferito alla defunta tutte quelle facoltà attraverso cui si manifesta la Vita.
Osor cominciò sfiorandole le guancia e poi il capo con l’UrriKa,  lo strumento magico, mentre il sacerdote di Anubi versava qualcosa nel tripode, alla sinistra del  sarcofago.
Subito dopo, una fumigazione si levò dal braciere e prese ad espandersi d’intorno.
        “Che la sua bocca sia aperta da Ptha
         che Ammon disserri le pastoie della sua Barca
         che Thot arrivi munito della sua parola magica…”
cominciò a recitare il chery-web, Sacerdote lettore, Colui che possedeva la giusta intonazione della voce per richiamare l’attenzione degli Dei, per il più misterioso dei rituali  
          sia lei capace di respirare
          muovere gli arti e camminare…     
          Sia aperta per lei la Duat
          Siano aperti per lei i Chiavistelli di Geb…”

Terminata la  cerimonia di Rianimazione-del-Corpo, il sarcofago venne chiuso e adagiato su un piano inclinato; fu fatto lentamente scivolare fino all’interno della tomba accompagnato dal pianto delle prefiche che si alzava al cielo più straziante che mai.
Il sarcofago, sacro e prezioso, doveva essere la “dimora-eterna” della principessa; sulle fiancate recava incisioni in oro, di cui era fatta la carne degli Dei e in argento, di cui erano fatte le ossa: tanta divina protezione avrebbe preservato dalla corruzione anche la sua carne e le sue ossa.

Soltanto Osor, il sacerdote di Bes, e i sacerdoti di Anubi ed Horo lo seguirono all’interno, tutti gli altri, lo stesso Faraone, rimasero fuori e laggiù, nel cuore della cripta, prese atto la parte più occulta e misteriosa del Rito.
L’attenzione dei tre uomini degli Dei si concentrò sulla statua della principessa:
   “O Ra,che vieni dall’Orizzonte, che Nefer
    possa stendere il braccio come il Signore della Corona.
    che possa tenersi eretta come Horo e sedere come Ptha…”
recitò il chery-web.
Il rito si trasferì poi sulle statuette ushabtiu, chiamate a fare i lavori nell’aldilà.
Per ultimo fu lasciato lo splendido simulacro dalle fattezze di Osor; il giovane prete di Bes gli appese fra le dita della mano sinistra un misterioso sacchetto poi armò la desta di una lancia.
Sfiorò ogni parte della statua, così come aveva fatto con tutte le altre, con la punta dell’urrika mentre il chery-web intonava:
      “Osor è il tuo nome
       Guardiano della Soglia e Coercitore degli avversari.
       Sorgi,tu,come l’essere che si è dato la Forma.
       Salva Nefer dai Guardiani dei Passaggi e dalle loro mannaie
       Fa che non precipiti dentro le loro fornaci
       Respingi con la lancia i profanatori di questa tomba
       A te,che hai nelle mani il tocco della Morte Incognita
       è affidata l’eterna vigilanza.
       Custodisci la sua dimora.
       
Il Sacerdote-Lettore ebbe una pausa; là sotto l’aria era torrida ed irrespirabile. Fece seguire un lungo respiro, si schiarì  la voce e riprese, in tono più vibrante:
       Sorgi nell’ora di vivere con le interiora degli Dei
       Tu mi proteggi Occhio di Horo
       Il ramo è il dito di Sokar
       Il palo è la gamba di Nemo
       La punta è la mano  diIside
       Sorgi nell’ora di vivere…”

  
La “giusta voce” circondò il simulacro, lo avviluppò, lo imprigionò. Come energia misteriosa e inarrestabile, penetrò nella materia inerte. Scavò, sprofondò al suo interno e raggiunse la “principio vitale” che v’era nascosto.
       “Sorgi nell’ora di vivere…” 
Il richiamo perentorio che ordinava di lasciare la materia inerte che lo teneva imprigionato, che turbava le “regole della natura” percorsero il “principio vitale” del simulacro.
Il legno vibrò; si ammorbidì. Si udirono impercettibili scricchiolii, chiari indizi di qualcosa che andava mutando dentro di esso: metamorfosi di atomi e molecole.

I tre sacerdoti levarono le braccia al cielo per un’ultima invocazione, poi si avviarono verso l’uscita.
Alle loro spalle gli scricchiolii si fecero più intensi, ma nessuno dei tre osò girarsi per guardare. A passi spediti lasciarono la tomba, che venne sigillata e chiusa per sempre.

       “Io sorgo nell’ora di vivere
        Sorgo nell’ora di vivere con le interiora degli Dei.”
Gli occhi del simulacro di colpo si spalancarono. Un lampo di consapevolezza di “vigore fisico” e di “forza di vita”, attraversò il suo sguardo di quarzite.
Il legno comprimeva ancora la sua “forza vitale”. La serrava, la difendeva come uno scudo incorruttibile. La “giusta-voce”, però, penetrò il legno e lo attraversò, per chiamarlo alla vita.
        “Io sorgo nell’ora di vivere…
Le labbra si mossero ma le parole rimasero ancora prigioniere del legno.
        “Io sorgo nell’ora di vivere…”
La voce. Fu la “sua” voce,  questa volta, a ripetere il comando.
Il petto gli si allargò in un respiro.
Il primo.
In una sinfonia di echi e scricchiolii, la materia inerte e dura vibrò di vita e Osor il GUARDIANO, copia esatta di  Osor, il sacerdote di Bes, si erse in tutta la prestanza fisica: alto, atletico, imponente, le sue proporzioni erano quelle di un Semi-dio.
I colpi di martello che sigillavano la cripta gli fecero sollevare il capo e scuotere la folta, singolare luminosità corvina della capigliatura trattenuta sulla fronte da un cordino di pelle.
Seguì il silenzio, poi la magica creatura si accostò al sarcofago in cui riposava la principessa Nefer, e la sua voce,come proveniente da abissali profondità, esordì:
“Chiamami,o mia Signora, ed io verrò. Sarò la tua ombra e libererò il tuo cammino da ogni insidia.”
   
                                                                      F  I  N  E

 

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