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LA SCRITTURA

Introduzione

INTRODUZIONE

La tradizione antica ne attribuisce l’invenzione a Thot, Dio della Scienza, che si sarebbe servito di “segni” per comunicare agli uomini, attraverso i suoi sacerdoti, le idee di cui era depositario,
La scrittura, sappiamo, è il veicolo trainante di idee.
I popoli hanno cominciato a scrivere mediante disegni che miravano ad esprimere i pensieri e molti di essi non hanno superato tale stadio, ma gli egizi vi si staccarono presto.
I loro “segni”, già nel terzo millennio a.C.,  

Come, quando e dove è nata la Scrittura

Dopo la gestualità, il segno stato il sistema di comunicazione più importane per esprimersi e farsi intendere.
Linguaggio e Scrittura!
La Scrittura, però, non è nata in Egitto, come spesso si pensa. La parola geroglifico non è neppure egizia.

Gero   - Glifico    = sacro – segno : in italiano

hieros – gliphein                   : in greco

neter  - medu                       : in egizio


I primi segni della Scrittura erano ideografici: esprimevano, cioè, un’idea, un concetto, un pensiero.
Comparvero per primi in Mesopotamia e precisamente ad Uruk, città sumerica.

Immagini (non semplicemente segni) che volevano esprimere qualcosa o, più precisamente, propiziarsi atti ed eventi sono comparsi già 15.000 anni a.C.

La Scrittura, invece, compare e muove i primi intorno solo al 3000 a.C. in Mesopotamia e successivamente in Egitto, caratterizzandosi come una serie di disegni che riproducono oggetti.
Quegli stessi disegni, successivamente, prenderanno una forma che indicherà dei concetti o delle idee: prima oggetti, poi concetti o, addirittura, oggetti e concetti insieme.
Tali concetti, però, sono migliaia, perciò la Scrittura è qualcosa di molto complicato e laborioso.
Solo più tardi si passerà a disegni che indicheranno suoni (disegni fonetici), i quali verranno, in seguito, sintetizzati in sillabe.

Facciamo un esempio:

il disegno di un volto rappresenta il volto stesso e si pronuncia her
tale segno è: monosillabico
              ideografico
              fonetico

indica il suono della “r”, ma accostato con le vocali, che ancora non ci sono, darà luogo a varie interpretazioni e problemi.
Esempio:
-Her  vuol dire viso
-hor  vuol dire tenda, ma anche recinto
-hir  vuol dire sopra, ma anche occhio


Si dovrà arrivare al 1000 a.C. ed aspettare i Fenici per restringere prima le sillabe ad una ventina di segni  e formare cioè, le consonanti ed poi aggiungervi le vocali

In Egitto, però, le figure accostate alle sillabe
continueranno a costituire a lungo un rebus, poiché la Scrittura egizia continuerà ad essere formata da: - segni ideografici
- segni fonetici
- segni alfabetici

La confusione è creata dal fatto che spesso lo stesso suono ha significato e segno diverso:
Esempio:
con la pronuncia KA  si indicava:
- toro (con figura di toro)
- spirito (con figura di due braccia          
                       alzate)

o anche: pronunciando RA si indicava:
            -  sole  (con la figura del sole) 
            -  bocca (con la figura di una bocca
                      aperta)

La Scrittura egizia si può così sintetizzare:
- Ideografica
- Geroglifica: - Ieratica
               - Demotica
- Copta 

e si può così dividere:
- Fonogrammi : segni fonetici (suoni)
               segni sillabici


            - Alfabeto    : solo consonanti

COME SI LEGGONO I GEROGLIFICI

- Scrittura sacra: da destra verso sinistra
- Altri tipi di scrittura: da destra a sinistra
                           da sinistra a destra
                           dall’alto in basso

- I determinativi: sono figure che servono a rafforzare il significato della frase e si trovano all’inizio o alla fine di essa.

Esempio:
la figura di un coccodrillo indica aggressività
la figura di un uomo, una donna o di un fanciullo indica che quella frase si riferisce ad un uomo, una donna o un fanciullo…

 


Posizione del corpo nella Scrittura

- Corpo seduto: indica semplicemente la persona
               (uomo, donna, fanciullo…)
- corpo seduto con carico: significa lavorare
- corpo seduto con sedia: indica nobiltà-dignità
- corpo in piedi col braccio alzato: significa
                chiamare.
- corpo in piedi con entrambe le braccia alzate:
                significa pregare
- corpo in piedi con bastone: indica uomo oppure
                azione violenta
- corpo in piedi appoggiato a bastone: indica la
                vecchiaia
- corpo capovolto: indica peccatore o cattiveria

- corpo con mani legate dietro la schiena: indica
                 un nemico

 

Posizione delle Mani nella Scrittura
- mani unite e tese: negazione
- mani alzate e unite: energia
- mani a semicerchio: amicizia
- mani a pugno teso: generosità
            -  ecc…

Posizione delle Gambe nella Scrittura

- gamba ben diritta: indica la gamba stessa
- due gambe in movimento: indicano l’azione del camminare
- gamba piegata: significa avere fretta.
- gamba che regge un vaso da cui cade acqua: indica l’atto della purificazione

            - ecc..

 

 

I SUPPORTI DELLA SCRITTURA

 


I supporti principali della Scrittura furono due: la pietra e il papiro.
- La pietra: era abbondante lungo tutto il Nilo. Già ai tempi di Zoser troviamo inscrizioni sulla parete di una cappella: si tratta di figure e geroglifici colorati ed in bassorilievo, che la luce doveva far risaltare.

- Il Papiro: i più antichi sono stati rinvenuti   a Gebelein. (di questa pianta si rimanda ad un approfondimento)

Altri materiali, utilizzati soprattutto a scuola:       
                 legno laccato
                 ostraka  
                 calcare

materiali pregiati nell’uso rituale, ecc..
                 cuoio (come quello trovato nella
                 tomba di Ka, arrotolato, ora              
                 conservato nel Museo Egizio di
                 Torino.
                 Legno: piuttosto raro, a causa
                 della sua scarsità                  
 
                 Lino (come quello rinvenuto a
                 Gebelein e risalente a circa
                 9000 mila anni fa e custodito
                 al Museo Egizio di Torino.

Intorno al 2000 a.C. comparvero i primi sarcofagi i quali recavano scritte e figure all’interno ed all’esterno.
Nota: benché fossero trascritti e copiati da Testi dei Papiri, presero il nome di “Testi dei Sarcofagi”

Seguirono i “Libri dei Morti” in papiro
Di solito le iscrizioni erano limitate; abbondavano, invece, le pitture della Dea del Cielo o dell’Aldilà.
Vi sono, sempre al Museo egizio di Torino, due esemplari completamente coperti di iscrizioni..
 

I Documenti di Scrittura

La Stele

E’ uno dei documenti scritti più diffusi dell’Antico Egitto. Monumento di pietra di modeste dimensioni, su di essa si condensa la decorazione delle pareti di un’intera cappella.
Proprio per questa caratteristica è largamente diffusa, a partire dall’Antico Regno.

Le Stele dapprima hanno forma rettangolare, ma a partire dalla XII Dinastia sono arrotondate; al di sotto, lo spazio si divide in riquadri o registri, dove si alternano scene di offerte, raffigurazioni dei defunti, preghiere agli Dei. (Osiride, Anubi ed Horo, in particolare)

Oltre ad essere monumento di famiglia nelle cappelle, la Stele potevano essere anche:
- Stele Religiose: poste in luoghi sacri come Santuari e Templi; la decorazione presenta persone nell’atto di preghiera o offerta e Riporta Inni Sacri, come quelle poste nel Piramidion (cuspide di piramide), che sormontava le cappelle del Nuovo Regno.
- Stele Regali: contenenti documenti vari legati al Faraone ed alla sua funzione.
- Tavole d’offerta: riportanti anche sui lati, iscrizioni riguardanti offerte.
- Stele Magiche: appartenenti soprattutto al primo millennio a.C. e costituenti, praticamente, degli amuleti. Vi è raffigurato il defunto che reca in mano una stele. La figura dominante è quella di Horo-Bambino, posto su un coccodrillo e con in mano serpenti e scorpioni.
Simboleggia le proprietà terapeutiche del Dio e tutt’intorno vi sono fittissime iscrizioni e formule.
Stele Commemorative: riportanti eventi importanti come imprese, battaglie,ecc.. Famose, tra le altre, sono quella  di Thutmosis III, che celebra la vittoria della battaglia di Kerkemish e di Kamose che celebra la cacciata degli Iksos dall’Egitto.
- Stele di confine: celebre è quella del faraone Akhenaton per stabilire i confini della città di Aketaton.

Le più numerose, però, sono quelle funerarie. Appartengono ad epoche diverse e sono dissimili fra loro sia per forma che per contenuto e fanno la loro comparsa già con la I° Dinastia.

Stele dell’Antico Regno

E’ una edicola ricavata nella parete occidentale della cappella, dove si svolgono i riti celebrativi per il defunto, che è quasi sempre un nobile o dignitario di corte.
E’ chiamata convenzionalmente “Falsa Porta” per la sua struttura a forma di porta, con architrave, stipiti, ecc.
E’ un monoblocco di grande dimensione, quadrangolare, ma più spesso rettangolare ed è monocromatico e completamente rivestito di figure ed incisioni distribuite sui registri.
Nella parte superiore è raffigurato il defunto davanti alla mensa e sull’architrave sono riportati il nome ed i titoli del defunto; lungo gli stipiti compaiono le figure dipinte o incise dei membri della famiglia e dei servitori, nell’atto di porgere offerte.
Lo scopo è quello di assicurare la sopravvivenza al defunto attraverso un cerimoniale magico-rituale e per questo è necessario pronunciare il nome del defunto e recitare la “formula dell’offerta”. (vedi post: “La complessa religiosità degli Antichi Egizi”)

Stele del Medio Regno

Nel Medio Regno la stele funeraria conosce una profonda evoluzione, anche se lo scopo resta sempre lo stesso.
Le stele hanno dimensioni minori rispetto a quelle dell’Antico Regno.
Anche la forma muta: sono arcuate, a simboleggiare il firmamento e la via solare che il defunto deve percorrere.
Sono policromatiche e i colori sono assai vivaci, che siano dipinte oppure a rilievo.
I registri sono due o anche più e mostrano varie scene:
- la figura del defunto, che può essere da solo oppure con altre figure minori.
- scena con la “formula dell’offerta”
- scena di preghiera, esortazione o autoglorificazione. Come la stele di Meru, risalente alla XI Dinastia. Di grande importanza poiché riporta la data: 46° anno di regno del faraone Metuhotep II.
Meru è il Tesoriere del Faraone e i colori predominanti della stele sono:
- il rosso (per la pelle degli uomini)
- il giallo (per la pelle delle donne)
- - il verde (per i vegetali)
- - bianco (per gli abiti di lino)
Altro esempio eccellente è quello della Stele di Abkau, della XII Dinastia.
Nel registro superiore c’è una lunga iscrizione   in cui egli dice di aver raggiunto Abidos,     “scala del Dio Augusto). Poiché questa “scala”, nominata in più stele, corrisponde alla cintura muraria del Tempio di Osiride ad Abidos, forse la stele proviene proprio da lì.
Ne registro inferiore è riportata la scena del defunto assieme alla moglie, Mentutepank, (in atteggiamento affettuoso) davanti alla mensa. Compare anche la figura della figlia Neferut, seduta ai suoi piedi, che si appoggia con gesto affettuoso alle sue gambe.
Sotto, infine, c’è il suo “diletto amico” Ib, il quale, in veste di chery-webb, sacerdote-lettore, dedica le offerte.

nota: il verde dei geroglifici non è originale: di solito si usava l’azzurro, che era il colore del cielo di Horo.
Altra nota: si tratta di persone di ceto meno elevato di quelle dell’Antico Regno e questo significa che c’è una più larga coscienza e consapevolezza di sé, nel popolo, soprattutto se di ceto medio.
Nell’Antico Regno erano principi e dignitari, qui ci sono anche architetti, tesorieri e “nobildonne”, come si è definita una donna nel registro della sua stele.
 

La stele nel Nuovo Regno

Sono le più interessanti e numerose e si assomigliano tutte: arcuate e coloratissime.
Hanno dimensioni ridotte, ma sono molto decorate; in legno dorato, recano iscrizioni votive, propiziatorie e di ringraziamento.
I registri sono diversi e presentano:
- il defunto
- Divinità varie (soprattutto Osiride, Anubi, Horo)
- Testo scritto: con preghiere, ma anche scene del rito della pesatura del cuore o del viaggio del defunto nell’Aldilà.

La principale caratteristica di queste stele sta nel fatto che il defunto non si limita a menzionare i propri titoli (come in epoca Antico Regno), ma vi aggiunge le qualità morali; a questi elementi etici, inoltre, se ne aggiungono altri di carattere religioso: gli Dei, che non compaiono nell’Antico Regno, qui, invece, sono menzionati ed invocati o, addirittura, pronti a ricevere ed accogliere il defunto.
Come nella stele di Nanai, che rende omaggio ad Osiride ed Anubi.
Oppure quella di Kamose, Scriba reale dal 5° al 38° anno di regno del faraone Ramesse II.

Nota: le stele degli operai di Dei-el-Medina, infine, sono tipiche e particolari poiché riportano preghiere rivolte a Meertseger, Dea-Serpente, Protettrice della necropoli; molte di queste stele erano sparse nei luoghi frequentati da serpenti.


Le stele in Eta’ Tarda

Sono presenti un po’ tutti gli stili; ricompaiono perfino le False-porte.
Policrome e molto arcuate, nei registri si scrive un po’ di tutto: dal viaggio del defunto attraverso la DUAT, l’Aldilà egizio, alle scene di adorazioni agli Dei; dalle iscrizioni riguardanti la vita del defunto a  quelle riguardante la storia degli Dei.
Al Museo egizio di Torino vi è una serie numerosa di queste stele, con le seguenti caratteristiche:
- l’Arco, sotto cui il Sole in forma di Disco Solare occupa la parte più significativa della stele
- scene varie, raffiguranti il viaggio della Barca Solare, del Tribunale di Osiride, adorazione agli Dei, ecc..
- iscrizioni varie, come quelle che seguono:
“… chiunque agisca contro questa stele sarà giudicato da Dio, Signore del Cielo”
oppure:
“… io sono stato molto amato dagli uomini…”

Una nota tutta particolare, naturalmente, merita la Stele di Rosetta, la quale ha permesso la decifrazione della scrittura egizia, di cui si rimanda la lettura all’articolo in questione.

 


 

La stele di Rosetta

LA STELE DI ROSETTA

Possiamo dire che la stele di Rosetta fu una scoperta fondamentale per la decifrazione dei geroglifici
Fu rinvenuto ad El Rashid (Rosetta, per l’appunto), un piccolo villaggio su Nilo a qualche chilometro dal Mediterraneo.
Lo straordinario reperto, una spessa lastra di pietra nera della misura di 174 cm di altezza per 72 cm di larghezza, fu rinvenuta dai francesi, ma cadde presto nelle mani degli inglesi con cui proprio in quel territorio si facevano guerra.
Fu donata da re Giorgio III al British Museum di Londra, dove si trova ancora oggi.
Napoleone, però, grande estimatore della civiltà egizia, comprese immediatamente il valore di quella misteriosa pietra nera, appena gli ufficiali del suo Stato Maggiore gliela mostrarono; fece arrivare due esperti da Parigi ed ordinò alcune copie.

Una di quelle copie si trova oggi al Museo Egizio di Torino e fu studiando quello straordinario reperto che il francese  Francois Champollion, (di cui parleremo in altra sede) ne decifrò il contenuto.
Occorsero trenta anni dal suo rinvenimento, però, prima di riuscire a decifrarne le misteriose scritte, ma il grande studioso ed egittologo francese non riuscì mai a vedere l’originale.

Che cosa c’è scritto su quelle pietra? E come riuscì, il geniale ed appassionato egittologo francese a trovare la chiave di decifrazione dopo che per trenta anni insigni studiosi, tra i quali il suo stesso professore, Silvestre Sacy, tentarono invano?

In un ordine di tre registri, ognuno dei quali in una lingua diversa: Geroglifico, Demotico e Greco, sta scritto quanto segue:
“… Tolomeo, Colui che vive in eterno, l’Amato di Ptha, il Dio Epifani, Eucaristicus, il Figlio del re Tolomeo e della regina Arsinoe, Filopatore degli Dei.
Molto bene egli ha fatto ai Templi ed ai loro abitatori ed a tutti i sudditi suoi, poiché è un Dio, Figlio di un Dio e una Dea, come Horo, Figlio di Osiride, che ha protetto suo Padre.”

Si tratta, dunque, di un Decreto dei preti di Memfi, risalente al 196 a.C., in cui si riconosce al faraone Tolomeo V il merito di aver ristrutturato il Tempio di Ptha a Memfi.

1419 sono i Geroglifici, distribuiti in quattordici righe ed incompleti; il testo Demotico, invece, pressoché intatto, è distribuito su 32 righe; le parole in greco, infine, sono 486, distribuite su 56 righe.

Genio e costanza permisero al giovanissimo studioso francese di raggiungere quel risultato inseguito da decine di colleghi più o meno illustri. Fu soprattutto l’intuizione, però, a guidarlo verso il successo ed alla interpretazione di quei segni misteriosi: l’intuizione che i segni dei geroglifici avessero anche un valore fonetico.

In realtà, un altro grande  studioso fu ad un passo dalla soluzione: l’inglese Thomas Young, che già prima di Champollion aveva  intuito la relazione tra la scrittura greco-copta e i geroglifici.
Una sola certezza: si trattava di un unico testo scritto in tre lingue diverse.
All’inizio, decifrarlo sembrò impresa facile.
In realtà, occorsero più di trenta anni e il genio multiforme di Champollion.
Occorsero tanti anni a causa di un errato presupposto. Il testo in greco, infatti, era leggibile e traducibile e, giustamente, si supponeva che le altre due scritture avessero lo stesso contenuto. Siccome, però, si era convinti che la scrittura egizia fosse esclusivamente ideografica, le varie decifrazioni degli altri due testi, risultarono assai fantasiose e, a dir poco, bizzarre.

Poco più di 20 anni, invece, ci vollero all’inglese Young per riuscire a decifrare un nome: quello del faraone Tolomeo.
Era scritto all’interno di un cartiglio inciso su un obelisco di un Tempio sull’isola di File.

Ma fu soltanto dieci anni più tardi e fu servendosi proprio di quella prima decifrazione che Champolliom riuscì a decifrare il cartiglio della regina Cleopatra: i due nomi, Tolomeo e Cleopatra (presenti sia sull’obelisco che sulla stele), contenevano diversi segni in comune.

Partendo da quei segni e confrontandoli al demotico (scrittura assai più fluida e lineare) ed al greco, Champollion riuscì a trovare la corrispondenza tra i diversi gruppi di segni (figurativi, simbolici, fonetici) ed a tradurre finalmente la “Scrittura Sacra”.
La conoscenza della scrittura geroglifica, infatti, s’era persa da quasi due millenni.

 


 

Carattere religioso e magico-rituale della scrittura

CARATTERE MAGICO-RITUALE DELLA SCRITTURA


Un vecchio si aggirava tra le grandiose rovine di Karnak, a Tebe.
Germanico, proconsole romano in Egitto, si aggirava anch’egli  fra quelle spettacolari testimonianze di un grandioso passato e ammirava, attonito e stupito, i misteriosi segni incisi su quelle pietre, che raccontavano, in un linguaggio misterioso, qualche meraviglia.
Il vecchio gli spiegò che quegli splendidi e misteriosi “segni” narravano la gloriosa storia di Tebe e che poteva ritenersi un uomo fortunato, poiché egli era il solo in grado di saperli leggere.
Purtroppo, soltanto da lì a poco, quel vecchio rimase ucciso da un soldato. Forse per errore. Forse no! E nessuno poté più “leggere” quei “segni”
Quel vecchio era l’ultimo dei sacerdoti del Tempio in rovina e l’ultimo uomo ancora in grado di leggere l’antica scrittura egizia.
Questo accadeva circa due mila anni or sono.

In realtà, già qualche migliaio di anni prima, a conoscere quegli straordinari “segni” erano davvero in pochi, poiché il privilegio di “maneggiare” quei “segni era appannaggio di poche, pochissime persone. Persone così gelose di quel privilegio, da indurre il popolo ignorante a starne lontano, convincendolo di una  loro grande pericolosità.
Era il mistero della scrittura: il suono che si trasformava in segno e il segno che prendeva vita e vigore.
Era uno dei misteri più profondi, per l’antico abitante del Nilo: era il mistero della Scrittura! Un mistero a cui accostarsi con cautela e solo con le dovute precauzioni.
Era un “mistero divino”
Medu Neter! Così erano chiamati: Bastoni divini. Accostarsi al divino era proibito, perché pericoloso per la propria sicurezza fisica e spirituale.

C’è da stupirsi? Direi proprio di no!
Il sapere e la conoscenza sono spesso stati appannaggio di pochi. In qualunque epoca e in qualunque civiltà. Questo perché, sapere e conoscenza costituivano un mezzo di potere. Lasciare il popolo nell’ignoranza ha costituito sempre la forza dei potenti… almeno fino a quando è stato possibile!
Proprio come accadde in Egitto.
All’inizio quei “segni”, tanto pericolosi, erano usati solo in campo magico-rituale: Testi delle Piramidi, pitture parietali di tombe,…
Al popolo si lasciava credere che il segno (bisogna tener presente che si era ancora allo stadio della scrittura ideografica), senza le dovute precauzioni, prendeva vita nello stesso momento in cui veniva tracciato.
Così, ad esempio, a riprodurre nella scrittura la sagoma di un coccodrillo o di un pugnale, si correva il rischio di un assalto o di una ferita.
Poi, qualcuno cominciò a porsi qualche domanda: cosa poteva accadere al Ka (spirito) del povero defunto che occupava quelle tombe ricoperte di “segni”?
Ed ecco nascere la figura del chery webb, il “Puro di voce”, sacerdote esorcista, che con Rew  ed he-kau, Incantesimi e Formule magiche, neutralizzava il potere di quei “segni”.
Insieme a lui c’era il  sem, che con l’ Urreka, strumento magico, toccava figure e segni, neutralizzondoli e rendendoli innocui.

A volta capita di incontrare sulle pareti, in mezzo alla scrittura, strani geroglifici: sembrano spezzati a metà. E lo sono! Un’arma, un oggetto, un animale pericoloso… Lo scopo era di renderli inoffensivo dividendoli in due.

Fino a quando durò tutto questo?
Fino a quando la scrittura ebbe carattere esclusivamente magico, come per i Libri dei Morti o per le Stele magiche o anche per i vasi ridotti in cocci per rituali magici. (vedere la Maledizione dei Faraoni)
Sarà così fino alla fine del II millennio, quando la Scrittura riuscì finalmente a liberarsi di tale condizionamento. E sarà soltanto alla fine dell’Antico Regno, durante il quale era stata solo d’uso regale e templare, che la Scrittura verrà estesa alla società con cambiamenti grafici che la renderanno più semplice e scorrevole.
Con questa svolta, farà la sua comparsa la figura dello SCRIBA.

LO SCRIBA

LO SCRIBA

Che lo scriba abbia costituito l’ossatura dello Stato, nell’Antico Egitto, lo sanno tutti, ma vediamo come si esprimevano a suo riguardo i suoi contemporanei.
Per indurre lo scolaro allo studio, nei libri di testo sta scritto così:
“Qualsiasi povero ignorante è simile ad un asino gravato di pesante soma, spronato dallo scriba.”
e ancora:
“Il sapiente istruito è ben pasciuto grazie al suo sapere. Leggi e apprendi ciò che capita al contadino: i parassiti divorano metà del suo raccolto e l’ippopotamo il resto. Poi arriva lo scriba a riscuotere le tasse e con lui ci sono gli aiutanti armati di bastone…”

Ma, troviamo scritto anche:
“Potessi farti amare i libri più di tua madre. Potessi portare la loro bellezza davanti a te… Quella dello scriba è la più grande professione e se uno inizia ad aver successo, anche se è ragazzo, è onorato dagli uomini.”
o anche:
“… non c’è professione che non sia senza un superiore, se non quella dello scriba… egli stesso un superiore.”

Diventare scriba! Era questa la comune aspirazione, presso il popolo dell’Antico Egitto.
Quella dello scriba, infatti, era una carriera aperta a tutti… Teoricamente, almeno!
Era, senza dubbio, una carriera selettiva, per allievi dotati, anche se appartenenti alle classi più umili.
Allievi dotati, dunque. Dotati, intelligenti e scaltri, poiché lo scriba occupava sempre un dei gradi di sacerdozio… e i sacerdoti, recitava un detto, dovevano: essere scaltri come falchi e apparire candidi come colombe.

Quella degli scribi era una casta di uomini rispettati e onorati, circondati di un’aureola di mistero.
Gli Antichi Egizi, infatti, quelli ignoranti ed illetterati, che costituivano la maggior parte della popolazione, erano fortemente impressionati dalla cultura e dalle capacità di questo burocrate; dal fatto che egli fosse capace di imprigionare la parola sul papiro e conoscesse l’aritmetica, che gli permetteva di calcolare sulla carta, nel proprio ufficio, la razione di pani ed altri beni da destinare come retribuzione agli operai, senza il bisogno di maneggiarli uno ad uno.

Assieme agli Alti Dignitari e Funzionari, lo Scriba costituiva la burocrazia dello Stato e le sue mansioni non erano di semplice copiatura di testi, come spesso si è indotti a pensare.
Egli svolgeva mansioni di rilevamenti e calcoli relativi ai confini di proprietà di terreni, al drenaggio di canali, al calcolo delle retribuzioni di operai e contadini ed a molte altre incombenze, compresa quella dell’insegnamento.
Ogni scriba possedeva un sigillo personale, a forma di anello, che apponeva sui documenti per comprovarne l’autenticità e il valore.
La qualifica di scriba era così apprezzata che principi ed alti funzionari amavano farsi raffigurare nelle vesti e funzioni di scriba, per
avere un aspetto più ieratico e spirituale.
Lo stesso Faraone amava atteggiarsi a Scriba.
Fin dalle Dinastie più antiche troviamo titoli curiosi, quali: “Scriba della Terra Grassa”, “Scriba delle bocche che conducono i canali degli acquitrini”.
E ancora:
“Scriba reale”, “Scriba del Libro Sacro della Casa della Vita”.
La Casa della Vita era la Scuola Templare.

Una carriera assai ambita, dunque, quella dello scriba, che richiedeva un lungo percorso di preparazione e formazione, aperto a tutti e molto selettivo, come si è già detto. Un percorso assai duro ed impegnativo che includeva anche l’uso della verga e di altre punizioni corporali... come vedremo nell'articolo che seguirà.
 

Istruzione e Letteratura


ISTRUZIONE E LETTERATURA  nell’ANTICO EGITTO


I grandi fiumi, si dice, sono culle di civiltà.
In verità, il Tigri, l’Eufrate, il Gange, il Nilo, lo sono stati.
Qui, su queste rive si organizzarono le prime comunità; qui fiorirono le civiltà, si espresse il pensiero, ebbero origine la scienza, l’arte e la letteratura.

L’uomo scelse questi posti per la loro fertilità, la felice posizione, ma questi fattori da soli non sono sufficienti allo sviluppo ed al nascere di una civiltà. Se così non fosse, certi Paradisi Terrestri che sono alcune isole del Pacifico, non sarebbero ancor oggi arretrati di qualche migliaio di anni.

E’ l’ingegno umano a produrre una civiltà e l’ingegno umano ha bisogno di essere stimolato e poi organizzato e coordinato per manifestarsi ed operare: la cultura è il risultato di organizzazione, coordinazione ed è il risultato della fatica umana volta a vincere le difficoltà della natura.

La Valle del Nilo, prima che l’opera dell’uomo la interessasse, altro non era che una fascia fertile, sì, ma paludosa ed acquitrinosa stretta tra deserto e montagne: habitat ideale solo per la selvaggina, ma l’opera umana di bonifica e risanamento ne fecero un sito adatto per lo sviluppo della più straordinaria delle civiltà.

L’antico abitante del Nilo, che dovette affrontare acquitrini e paludi e rubare terra al deserto, per farlo dovette compiere uno sforzo grandioso, organizzato e coordinato, ma soprattutto, dovette stabilire un “ordine politico” e il Nilo, questo fiume maestoso, questo “dono degli Dei”, come ebbe a chiamarlo un pio Faraone, venne ad essere la sorgente di questa grande civiltà.

“L’Egitto è un dono del Nilo”
E’ una frase che Erodoto pose in bocca ad un sacerdote egizio e mai affermazione fu più rispondente alla realtà.

La conoscenza della letteratura più antica di questo popolo straordinario è piuttosto precaria poiché, se si astrae dalle iscrizioni su pietra, quelle su papiro, molto più deperibile della pietra, furono soggette a grande devastazione.
La deperibilità, però, non fu la sola ragione. Un’altra ve ne fu, assai più importante: la disinvoltura dell’antico egizio a “riciclare”.

Così come il materiale proveniente da monumenti più antichi servì spesso a certi sovrani per erigere nuove opere (proprio come accadde a Roma con il Colosseo) e coprirla di nuove iscrizioni, dopo averne cancellate le precedenti, così i papiri venivano cancellati delle precedenti iscrizioni per essere riadattati.
 

 
E’ opportuno ricordare a questo punto che in origine, tanto nella scrittura egizia quanto in quella semitica, venivano scritte solo le consonanti; le vocali comparvero solo più tardi, sotto l’influsso fenice e greco.

Poiché le vocali non esistevano, alcuni suoni potevano avere significati diversi:
Il segno del viso, ad esempio, che si pronunciava                   
                     HOR,

poteva avere diversi significati: tanti,  quante vocali avrebbero potuto contenere le consonanti che lo componevano.

Poiché la base consonantica era sempre:
             H  + R    oppure     R + h
inserendo, ad esempio, la vocale i

il segno  HIR significava tenda
e così per gli altri gruppi di consonanti.

Nota: molte parole erano formate da una sola consonante

Poiché, dunque, le vocali non erano rappresentate, il geroglifico delle parole, prese valore di segno fonetico, cioè, indicava un suono.
Esempio:
il geroglifico che indicava la bocca, il cui suono era  R divenne il segno del suono R, cioè la lettera R  o la sillaba  R

Il geroglifico che indicava il pane, il cui suono era T divenne il segno del suono T, cioè la lettera o la sillaba T.

Si sviluppò così un alfabeto di 24 segni consonantici.
 

Ma, pur avendo un alfabeto geroglifico, bisogna dire che gli egizi mai abbandonarono i segni ideografici i quali vennero a confondersi con i geroglifici.
Quando, però, il papiro soppiantò l’uso della pietra e degli ostraka (sottili lastre di pietra o ceramica) la scrittura geroglifica venne a semplificarsi e subì manipolazioni e si chiamò: scrittura ieratica (ancora riservata alla casta sacerdotale).
Solo più tardi, a partire dalla XXV Dinastia, assunse una fase corsiva e sintetica e venne detta: scrittura demotica, cioè del popolo.
Prima che si arrivasse a ciò, la scrittura era quasi diritto esclusivo della casta sacerdotale e del Faraone e il carattere era principalmente amministrativo, religioso e magico-rituale.
 

LA SCUOLA nella società egizia


"Se il figlio di un uomo accetta le parole di suo padre, non fallirà alcun suo progetto."

"Non istruire chi non ti ascolta,
  Non essere oegoglioso del tuo sapere,
Consulta l'ignorante e il sapiente."

Ma anche:
"Guardati dal derubare un povero
  dall'attaccare uno storpio..."

"Non favorire l'uomo ben vestito e non respingere sdegnosamente quello in stracci."


Educare, prima ancora che istruire, era questo l'imperativo degli antichi egizi. Educare con massime moralistiche fatte copiare e ricopiare allo scolaro affinché influissero sulla sua formazione morale oltre che professionale.

I primi rudimenti del sapere si ricevevano in casa o in piccoli centri dove vecchi scribi impartivano nozioni di scrittura e calcolo dietro compenso. Diverso, invece, l'insegnamento nella scuola vera e propria, Governativa e Templare, dove c'era un assetto organico con un orario di lezioni e un sistema didattico ben preciso.
Nebef, ossia "Superiore", era il maestro e khery, ossia "sottoposto" erano gli scolari.
Molto in uso, sia nei piccoli centri che  nelle Scuole Templari e Governative, era l'uso di punizioni corporali.
"L'occhio dello scolaro si trova dietro la schiena." recitava un detto.

Se a mantenere attive le piccole scuole periferiche erano le famiglie dello scolaro, le Scuole Governative locali e Templari erano completamente gratuite; aperte a tutti, erano ferree e rigorosamente selettive.
Le prime  fungevano da organi selettivi per  gli elementi migliori, meritevoli di proseguire gli studi nelle Scuole Templari dove ricevevano  una preparazione conforme  e severissima che li trasformava in quell'elite di Funzionari che noi tutti conosciamo.
Un percorso di merito, dunque, senza alcuna chiusura ai ceti più umili; una selezione oculata, rigida e priva di ogni pregiudizio.

Alla base dell'insegnamento di  ognuna delle discipline scolastiche c'era sempre una solida preparazione teologica.
La "Casa della Vita", ossia il Tempio di Ptha,  di Ammon, di Thot era innanzitutto Scuola di Teologia.
Una prima divisione delle discipline scolastiche può essere fatta tra Studi Scientifici e Studi Umanistici.
Tra le Sciense spiccano gli studi di:
- Astronomia (non Astrologia, come spesso si equivoca): studio delle Stelle, delle Costellazioni, ecc... da cui il primo Zodiaco della storia.
- Geometria ( più che Matematica): era applicata alle edificazioni, alla definizione dei confini dei terreni, ecc...
- Medicina e Chirurgia: le cui conoscenze ci sono note grazie ai Libri di Medicina pervenutici, come il Papiro di Erbers.
- Botanica: fondamentale per lo studio delle piante necessarie in Medicina e Chirurgia

Tra gli studi classici, troviamo:
- Diritto: studi di Giurisprudenza, Redazione di documenti giuridici, documenti privati e pubblici, ecc
- Storia: contemplavano soprattutto la cronologia di fatti ed eventi, Liste di Sovrani, ecc.
- Arti: erano molto varie e molto attive, soprattutto Scultura, Pittura, Letteratura, Musica e Danza.
Di queste discipline, però, per il loro grande interesse culturale, si riporta il lettore ad altri articoli.

LA FAVOLA come strumento di Educazione

BABBUCCE DORATE

Nei tempi dei tempi che furono,  giunse al mercato degli schiavi della città di  Tebe, in Egitto, una bellissima fanciulla di nome Rhodope. Veniva dalla lontana Tracia dove, alla morte del padre, la matrigna cattiva l'aveva venduta ad un mercante di schiavi.
Rhodope era davvero molto bella, occhi neri sfavillanti  come lucernai,    labbra che ricordavano il colore dei fiori del melograno, capelli lunghi, biondi e morbidi che luccicavano così tanto da sembrare bagnati. Di tanta bellezza, però, era  la pelle levigata,  candida e  con le guance  appena rosate il massimo pregio.
Guance-di-rosa la battezzò il suo padrone, Pahor lo Scriba Reale,  appena la vide.
Pahor era un uomo molto colto e raffinato, un po' avanti negli anni e gli piaceva trascorrere il tempo libero in compagnia della bella schiava e Guance-di-rosa era felice di ascoltare i suoi racconti che narravano di antiche Regine e Principesse, che di notte andavano a popolare   i suoi sogni.
Questa simpatia e preferenza nei suoi confronti da parte del padrone, però, attirò sulla bella Rhodope le invidie e le gelosie delle altre donne della casa. Dall'invidia alla cattiveria il passo fu breve e così cominciarono tutte a trattarla male e ad affidarle  i lavori più gravosi,  ingrati ed umili che finirono per tenerla sempre più lontano dalle piacevoli conversazioni con il padrone.
Dal canto suo, il vecchio Pahor era così preso dal proprio lavoro e dagli impegni che lo chiamavano a corte, da non avvedersi della infelice situazione della ragazza.
La bella Rhodope, però, aveva una grande passione che era anche una consolazione a tutti i suoi crucci ed alle malinconie: amava danzare.
Ogni notte al chiar di luna, quando nessuno la vedeva,  correva nel padiglione che Pahor aveva fatto costruire nel bellissimo giardino in riva al Nilo e danzava... danzava...  danzava lieve e leggera come una farfalla, dimenticando tutti i suoi guai.

Una sera, tornando a casa a notte fonda dal Palazzo del Faraone, Pahor la sorprese a danzare e ne rimase affascinato. Restò a lungo ad ammirarla, così piena di grazia e bellezza,  prima di avvicinarsi.
Sorpresa ed intimidita, Guance-di-rose fece l'atto di fuggire, ma il padrone la fermò.
"Dove hai imparato a danzare con la grazia di Kabeut, la  Dea-Freschezza, figlia di Anubi,  Signore della Duat, il Mondo-di-Sotto?" domandò.
"Nella mia terra lontana, -rispose la ragazza - prima che la seconda moglie di mio padre  mi conducesse al mercato degli schiavi."
"E perché non ti ho mai visto danzare prima?"
"Perché sono una schiava e non una danzatrice, signore." rispose lei con accento schivo.
"Da oggi voglio che tu rallegri il mio tempo libero con la tua danza e non solo al chiaro di luna, per la gioia di Thot,  ma anche alla luce del sole, per la gioia di Horo." disse il vecchio Pahor  e le fece dono delle babbucce più belle e preziose che si fossero mai viste, opera degli artigiani di corte. Erano scarpette davvero bellissime. Delicate e preziose. Di papiro laccato d'oro.

La gelosia e il malanimo delle altre donne della casa nei confronti della bella Rhodope, però, 
si inasprì assai e Guance-di-rose si  ritrovò sempre più emarginata, maltrattata e relegata negli angoli più  bui e solitari della casa.
Lei, però, si consolava con la sua danza e un giorno, dopo aver  a lungo danzato,  lavò le babbucce dorate e le stese al  sole ad asiugare. Seduta sull'erba  all'ombra di un albero frondoso,  seguiva il volo degli uccelli che nidificavano sulle cime piumate delle palme.
Un falco attirò la sua attenzione.
Era splendido, lo sguardo era nobile  e il suo volo era una  coreografia  di movimenti regali, quasi una danza e lei osservava con stupefatta ammirazione quelle  eleganti acrobazie fino a che non lo vide, in picchiata improvvisa ed imprevista, puntare su una delle sue babbucce e staccarne una con le zampe. Poi  lo vide  risalire i  volo nel cielo e portarsela via con sè.
IGuance-di-rosa, però, non sapeva che quello non era un falco qualsiasi, ma che si trattava di Horo, il Falco-Divino, amico e protettore del Faraone, un giovane bello ma sempre triste.
Fu a lui che il Falco-Divino portò  la Babbuccia Dorata e quando il Faraone l'ebbe fra le mani, la sua tristezza svanì di colpo, sostituita da un grande desiderio: trovare la fanciulla dal piedino tanto grazioso da poter calzare quella babbuccia.
Per giorni e giorni la fece cercare in ogni angolo del suo vasto Regno, ma della misteriosa fanciulla non v'era alcuna traccia.
Il Falco-Divino, che si guardò bene dal riferire il nome della bella Guance-di-rose o indicare la casa dove  viveva, una notte andò in sogno al Faraone e gli suggerì di dare una grande festa a cui invitare tutte le ragazze del Regno e far provare loro la preziosa scarpina.

Musiche, danze  e luci, a Palazzo Reale, accoglievano tutte le fanciulle del Regno che, con gli abiti più belli e sfavillanti, si presentavano alla festa per provare la babbuccia dorata nella speranza di infilarvi il proprio piede.
Nessuna. Proprio nessuna riuscì ad infilare il piede nella preziosa scarpina: troppo lungo, troppo largo, troppo grande... nessun piede riuscì a calzarla.
Il Faraone fu riassalito dalla tristezza e dalla malinconia.
"Dov'é la fanciulla con l'altra babbuccia dorata?"
"Perché la misteriosa  fanciulla  non é venuta alla festa come tutte le altre ragazze?" chiedeva ai cortigiani, ma nessuno sapeva dargli la risposta giusta .

Il Faraone, però, non poteva sapere che le altre donne della casa dello scriba reale Pahor avevano trattenuto La povera Rhodope in casa costringendola a tirare a lucido la cucina per impedirle di partecipare alla festa.
Il Faraone era sempre più trite e malinconico, ma anche Guance-di-rose  lo era, poiché non poteva danzare con una sola babbuccia.
Ancora una volta il Falco-Divino,  mosso a pietà,  volò in sogno al Faraone e gli suggerì:
"Se la fanciulla misteriosa non è venuta da Sua Maestà, sia Sua Maestà ad andare dalla misteriosa fanciulla."
Con il suo splendido cavallo bianco, soldati e cortigiani, il Faraone si mise in viaggio; attraversò tutto l'Egitto alla ricerca della misteriosa fanciulla.
Cammina... cammina, lungo le rive del Nilo arruffato di giunchi e papiri, rallegrato da isolotti ricoperti di loto e mimose, Sua Maestà aveva ormai quasi perso ogni speranza. 
Si ritrovò quasi per caso nella  residenza del suo scriba Pahor, a poche decine di metri dal Palazzo Reale.
Dopo un inutile tentativo delle donne di casa di tenere nascosta la bella Rhodope nelle fumose cucine e dopo l'intervento  del Falco-Divino che suggerì di chiamare proprio tutte le ragazze presenti in quella casa, finalmente Guance-di-rose si presentò al Faraone.
Il suo piedino, naturalmente, calzò alla perfezione la preziosa scarpina dorata.
Il Falco Divino la invitò a calzare anche l'altra e poco dopo, Guance-di-rose danzava per il Faraone, felice d'aver trovato la misteriosa fanciulla che portò a Palazzo per farne la sua sposa.


Non assomiglia  tanto alla favola moderna di  CENERENTOLA... scritta, però, molto, ma molto più tardi?
Per la cronaca: nella storia dell'Antico Egitto e precisamente nel VI a.C.  ci fu davvero un Faraone che sposò una schiava: il suo nome era Amasis e quello della  schiava era prorpio Rhodope.
nutilmente Guance-di-rose  lo richiamò, lo splendido animale  era già un puntino luminoso nel cielo.

 

C'era una volta... 3500 anni fa


C'era una volta..... 3500 anni fa

Nei tempi dei tempi che furono… iniziavano così le favole, un tempo… regnava in Egitto un Sovrano triste e sconsolato poiché non aveva figli. Tutti i giorni egli si recava al Tempio di Ammon a pregare affinché gliene mandasse uno.
Finalmente il dio di Tebe si mosse a compassione e cedette alle preghiere. Ad una condizione:
“Ti manderò un figlio. – disse – A patto che tu me lo restituisca all’età di diciotto anni.”
Voleva dire che a 18 anni il principe sarebbe morto.
“A prenderlo, - aggiunse – manderò un cane, un serpente o forse un coccodrillo.”
Voleva dire che il ragazzo sarebbe morto per il morso di uno di questi tre animali.
Il Re accettò.
Nato il bambino, però, l’idea di vederlo morire così giovane divenne per lui inaccettabile.
Che cosa fece, allora?
Fece costruire una torre in mezzo al deserto, con una sola piccola porta d’entrata e una stanza con finestrella e lì fece crescere il piccolo, separato dal resto del mondo e sorvegliato dal più fedele dei servitori.
Passarono dieci anni circa; il piccolo principe ignorava completamente le cose del mondo.

Primo insegnamento: senza studio e ricerca non c'é conoscenza.
Un mattino fu svegliato da un suono sconosciuto che l’attirò verso la finestra; vide una strana creatura che correva su e giù, sotto le mura.
“Chi è quella creatura?” chiese al servitore.
“E’ un puledro. – spiegò quegli – Fischia.”
Il ragazzo fischiò, il puledro nitrì; da quel giorno, il puledro venne ogni giorno a galoppare sotto la finestra e i due divennero grandi amici.

                  
Passarono gli anni; arrivò il diciassettesimo.
Un mattino, a svegliare il principe non fu solo il nitrito del suo amico cavallo, ma i nitriti di molti cavalli al galoppo e le voci di cavalieri in corsa.
“Chi sono quelle persone? – domandò il ragazzo al servo – E quello splendido animale che corre davanti ai cavalli, chi è? Come si chiama?”
“Sono cacciatori e quell’animale è un cane.” spiegò il servo.
“Ne voglio uno.” ordinò il principe.
Il servo, però, non poteva accontentarlo e si consigliò con il Re sul da farsi; alla fine, si decise di donargli un cucciolo, facendo attenzione che non lo mordesse e pensando di sostituirlo con un altro, appena fosse cresciuto.
La vicinanza, però e il reciproco rispetto fecero nascere una profonda amicizia fra il cucciolo e il piccolo principe, tanto da vanificare il pericolo della profezia.
Era così che gli Antichi Egizi si spiegavano l’amicizia tra cane e uomo: l’incontro tra un cucciolo d’uomo e un cucciolo di cane!

A questo punto, però, il ragazzo era cresciuto abbastanza da porsi delle domande sulla propria posizione. Mandò un messaggero dal Re.
“Padre, - fece chiedere – perché mi tieni qui, prigioniero?”
Il Re dovette metterlo a corrente del pericolo che incombeva su di lui se avesse lasciato quel rifugio sicuro.
Il principe rimandò indietro il messaggero:
“Padre. - fece dire – Tu sei il Faraone e anche il Sovrano più potente del mondo, ma se Ammon, che è la Divinità più potente fra gli Dei, ha deciso che io debba morire, nulla potrà salvarmi dal mio destino. Lascia che io esca dalla mia prigione e concedimi di conoscere il mondo prima che muoia per il morso di un serpente o di un coccodrillo. Il cane è diventato il mio miglior amico e non temo alcun danno da lui.”
Il Re cedette al desiderio del principe che con il servo, il cane e il puledro, cresciuto con lui, lasciò la torre e partì alla scoperta del mondo.

Dove poteva andare nei pochi mesi di vita che gli restavano? Scelse  di conoscere Babilonia, prima di andare a Tebe dove viveva suo padre.
Babilonia la Grande, la Bella, l’Opulenta! Ne aveva sentito sempre parlare.
La strada per Babilonia, però, si rivelò una vera delusione: era cosparsa di rovine, campi incolti, gente affamata e bande di malintenzionati.
Fermarono un mendicante e chiesero:
“E’ questa la via per Babilonia? Abbiamo, forse, sbagliato strada? Qui c’è solo miseria.”
“Ahinoi! – esclamò quello – La nostra principessa è bella e virtuosa, ma è anche la nostra rovina.”
“Com’è possibile? – stupì il principe – Una principessa bella e virtuosa non può essere la rovina del suo popolo.”
“Oh, sì! E’ così bella, che da ogni parte del mondo arrivano principi per chiedere la sua mano. Si fanno guerra fra loro e quel che vedi, straniero, ne è il risultato.”
La morale è che gli Antichi Egizi non amavano la guerra e che i Faraoni Guerrieri non furono così numerosi.
“Il vostro Sovrano non fa nulla per evitarlo?” domandò il principe.
“Certamente sì! Ha consultato il nostro Dio, Marduk e il consiglio è stato di erigere una Torre e di rinchiudervi la principessa per darla in sposa a colui, fra i pretendenti, capace di scalare le mura.”
“Non mi pare un’impresa difficile.” replicò il principe.
“Quelle mura sono ricoperte di specchi e chiunque tenti di farlo, scivola giù ai primi tentativi e deve rinunciare all’impresa e andar via.”
Arrampicarsi sugli specchi: è facile capire la morale di questo tratto della favola.
Il principe volle tentare l’impresa.
Sarà perché desideroso di compiere una grande impresa prima di morire, sarà perché qualche volta anche le imprese impossibili si realizzano… sarà perché siamo all’interno di una favola, ma il principe riuscì nell’impresa.
Alla principessa, però, dovette confessare che aveva solo pochi giorni di vita e non poteva sposarla, ma che era felice di aver salvato il suo Paese dall’invasione straniera.
La principessa, però, volle diventare ugualmente la sua sposa e così, dopo la cerimonia nuziale, il principe si apprestò, in tutta fretta, a tornare a Tebe per presentare la sposa al padre.
Durante il viaggio la piccola carovana alzò le tende lungo le rive di un fiume; guardie armate sorvegliavano affinché nessun coccodrillo o serpente si avvicinasse alla tenda del principe. Per di più, la principessa vegliava, mentre il principe dormiva.
Verso l’alba, il cane cominciò ad agitarsi e la principessa vide un’orrida testa di serpente sbucare da sotto la tenda. Chiamò i servi, che uccisero il grosso rettile a bastonate.
Il principe, intanto, continuava a dormire.
“E’ quasi giorno. – si disse la principessa – I servi sono all’erta… nessun coccodrillo, ormai, potrebbe entrare qui dentro.”
E così, stanca e assonnata, si addormentò. Proprio nel momento in cui stava svegliandosi il principe che la guardò con tenerezza e pensò:
“Ha vegliato per tutta la notte… lasciamola riposare.”
Si alzò e lasciò la tenda, poi si portò in direzione del greto del fiume per bagnarsi il volto e gli occhi.
Fu allora che la vide. Vide una creatura orrida e affascinante insieme, che esercitò su di lui, in egual misura, attrazione e repulsione.
“Chi sei? – domandò – Come ti chiami? Che cosa fai qui?”
La creatura rispose:
“Sono il tuo Destino. Il mio nome è Coccodrillo e ti aspetto da diciotto anni.”
Quel giorno il principe compiva diciotto anni, ma… la sorpresa sta proprio qui: non conosceremo mai il destino del principe poiché il papiro su cui è scritta questa favola è rotto e il pezzo mancante, con il finale, è ancora sepolto da qualche parte nella sabbia della necropoli di Deir-el-Medina, in Egitto, dove è stato rinvenuto, nella tomba di un ragazzo.

E adesso, dite… non sembra una favola scritta oggi? Se non ci credete, andate al Museo de Il Cairo e troverete il papiro custodito in una bacheca.
 

IL LIBRO DEI MORTI - Testi delle Piramidi e Testi dei Sarcofagi

Testi delle Piramidi!
Sono conosciuti e convenzionalmente chiamati Testi delle Piramidi, quegli scritti geroglifici incisi sulle pareti di camere sepolcrali di alcune Piramidi risalenti alla V° ed alla VI° Dinastia. Precisamente a quella di Unas, (V° Dinastia) e dei Sovrani Pepi I°, Merenra e Pepi II° (VI° Dinastia).
Si tratta di Formule ed Incantesimi, (Rew ed he-kau), le cui concezioni, a volte anche primitive e discordanti tra loro, venivano redatte ad esclusivo beneficio del Sovrano defunto: un lasciapassare che gli permetteva di raggiungere il Sole-Ra, nel Cielo.
Secondo l’opinione di molti studiosi, tale concezione sarebbe nata dalla filosofia religiosa dei preti di Eliopoli, che fecero dell’Aldilà un Paradiso Celeste a cui il Sovrano ascendeva  assumendo la forma di uccello, aspirando il fumo dell’incenso o facendosi sollevare dai venti.
In questi Testi, infatti, vi sono descritti i Sekhet-Hotep (Campi delle Offerte) e gli Hotep-Jaru (Paradiso Celeste).

Verso la fine della VI Dinastia, una rivoluzione democratica, però, riconobbe anche al defunto comune il beneficio di tale “Paradiso”.
Alle raccolte filosofiche-religiose già presenti nei Testi delle Piramidi, se ne aggiunsero molte altre: nuove formule e nuovi incantesimi che, a partire dal Primo periodo Intermedio, furono messe a punto e perfezionate.
Fino al Medio Impero, quando alla raccolta fu dato, (sempre convenzionalmente), il nome di  “Testi dei sarcofagi”.
Si trattava, infatti, di  testi redatti in geroglifici (ieratici e demotici) e di scene illustrative presenti sui sarcofagi oppure scritti su rotoli di papiro e posti all’interno di questi.

I “Testi dei Sarcofagi” conobbero varie  evoluzioni rispetto ai “Testi delle Piramidi”.
Innanzitutto, in questi ultimi erano totalmente assenti le scene illustrate e in seconda analisi,
con i sarcofagi fanno la comparsa  testi nuovi ed inediti, come quelli che vanno sotto il nome di:
- Libro dei Due-Cammini
- Libro della Am-Duat (l’Aldilà egizio)
- Libro delle Porte
- Libro delle Caverne
- ecc… la cui evoluzione parte dal Primo Periodo Intermedio e continuerà fino al periodo conosciuto come Epoca Tarda.

Il “Libro delle Porte”, ad esempio, risale addirittura alla XVIII Dinastia.

I “Testi dei Sarcofagi” (contenenti incantesimi e formule magiche) e il “Libro dei Due-Cammini”, (contenente un insieme di formule che aiutano il defunto a muoversi nell’Aldilà), costituiscono la fase di transizione con il “LIBRO DEI MORTI”, il più importante Testo Funerario della civiltà egizia.

LIBRO DEI  MORTI 

 


Così come convenzionalmente si era data una denominazione alle incisioni ed ai testi trovati nelle Piramidi e sui Sarcofagi, anche per queste nuove raccolte fu usato un nome convenzionale: “Libro dei Morti”
Un nome, forse, addirittura arbitrario: gli antichi Egizi, infatti, non avrebbero mai qualificato con il termine “morto” una persona umana…
Non secondo il nostro concetto: “morire” era, per quel popolo dalla complessa, straordinaria concezione filosofica, solo un “momento di transizione”. (vedere post: La complessa religiosità degli Antichi Egizi)
Per comodità, dunque, si è convenuto di dare all’insieme di questi nuovi scritti ed illustrazioni, il nome di “Libro dei Morti” e così faremo anche noi.
E’ utile, però, sapere da chi e quando, quei testi presero questa denominazione.
Fu l’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius, quando fece una seconda traduzione del famoso papiro conosciuto come “Il Papiro di Torino”, dando alla raccolta il nome di Todtenbuch, ossia Libro dei Morti e così è rimasto fino ad oggi.

Il “Libro dei Morti” si sviluppò solo a partire dal Nuovo Impero.
Bisogna, però, fare una precisazione: non si tratta di un “Libro” e tanto meno di un “Libro Sacro”, paragonabile, ad esempio, alla Bibbia, al Corano o al Vangelo o a qualunque altro Libro Sacro. Si tratta, invece, di una Raccolta di Testi Magici e Incantesimi Funerari  con inseriti Inni a Ra e ad Osiride, con la quale si voleva proteggere il defunto nel viaggio attraverso l’Aldilà.
Quelle formule, redatte su papiri, venivano pronunciate durante il rito funerario da sacerdoti funerari e i papiri, accuratamente arrotolati, venivano riposti nelle tombe in appositi cofanetti.

Il “Libro dei Morti” era anche una mappa per orientarsi nel percorso dell’Aldilà e neutralizzarne i pericoli, prima di raggiungere il Tribunale di Osiride per sottoporsi al Giudizio Finale.

Prima di parlare del più famoso “libro dei morti” degli Antichi Egizi, conosciuto, come si è detto, “Il papiro di Torino”, diamo un’occhiata alla DUAT o AMENTI: l’ALDILA’ egizio.

LA DUAT ci è presentata come un luogo di insidie e pericoli attraversata da spiriti inquieti incalzati da presenze demoniache.
Vi si accedeva attraverso il RO-Stsu, grande porta d’ingresso guardata a vista da tre demoni: Il Portiere, l’Araldo e il Guardiano, il cui compito era quello di impedirne l’accesso al Ka (spirito) del defunto. 
A meno che non si conoscesse il nome di ognuno dei tre Demoni e li si pronunciasse nel modo più corretto e con la giusta intonazione di voce… dopo avere, naturalmente, riferito il proprio e il proprio ren, ossia  il nome segreto..
Non bisogna meravigliarsi di questo. Ancora oggi la “giusta” intonazione della voce è necessaria nelle cerimonie religiose: vedi il  muezzin islamico nella guida della preghiera corale o il rabbino ebreo nelle cerimonie religiose o il prete cristiano nella celebrazione della Messa (soprattutto Messa-cantata)

Attraversato il Ro-Stau, cominciavano le difficoltà… difficoltà di ogni genere.
Per cominciare, bisognava  affrontare le Porte, almeno sette ed a volte anche dodici, sempre sorvegliate da tre demoni dall’aspetto inquietante e armati di mannaie e pugnali, prima di arrivare al Tribunale di Osiride.
Tra una Porta e l’altra, infine, vi erano insidie di ogni genere: Laghi di Fuoco, Paludi, Labirinti, Caverne, ecc… e poi: Coccodrilli, Leoni e Serpenti infernali.
Per ognuno di tali ostacoli, in verità, oltre a Divinità e Spiriti protettori, sempre pronti ad intervenire in soccorso, c’era il supporto della Magia: formule magiche da recitare sempre con la “giusta” intonazione di voce: necessaria e  fondamentale se si voleva produrre l’incantesimo.

A questo servivano gli Scarabei, (di pietra o ceramica) depositati nelle tombe: ad incidervi sulle superfici formule magiche. Lo stesso scopo, naturalmente, avevano le formule incise sui rotoli di papiro.
Qui, di seguito, riportiamo alcune di quelle formule magiche:
 

- Formula per affrontare il serpente Apep (meglio conosciuto come Apofi):
“O Uno, che incateni ed afferri con violenza e vivi di coloro che sono indeboliti. Che io non sia immobile per te, che non penetri il tuo veleno nelle mie membra. Come tu non vuoi essere paralizzato, così non sia io paralizzato. Io sono l’Uno che presiede l’Abisso Primordiale e i miei poteri sono i poteri degli Dei. Io provengo da Atum. Io ho conoscenza.”

- Formula per non morire di sete:
“Che le Porte del Cielo siano schiuse a me e siano spalancate le Porte della Terra della Libazione di Thot e di Hapy…. Fate che io abbia potere sulle acque come Seth ebbe il comando sui seguaci il giorno del Disastro della Terra…”

- Formula per tornare tra i vivi dopo la morte
“O Unico (Osiride), splendente dalla Luna, possa io uscire tra la moltitudine tua. Possa io manifestarmi tra i Glorificati,che la Duat sia schiusa a me per compiere quel che mi piace sulla Terra tra i viventi.”

Il “Libro dei Morti”, dunque, è il termine con cui venne designato ognuno dei rotoli di papiro rinvenuti nelle tombe. Quei testi e quelle formule, però, non erano utili solo ai morti; lo erano anche ai vivi, poiché procuravano gli stessi benefici: contro le morsicature dei veleni, contro l’arsura della sete, ecc..
La formula introduttiva dell’intera raccolta, però, specifica quanto segue:
   “… formule da pronunciare il giorno del funerale, giungendo alla tomba e prima di andar via…”
Spiega anche che le formule recitate sono: “… Parole Divine che sono scritte nel Libro di Thot…”

Era a Thot, inftti, Signore dei Geroglifici, della Sapienza e della Conoscenza, che gli antichi egizi attribuivano la scrittura dei testi.
Parole Divine: Medw Neter.
Parola, ossia Bastone: bastone per sostenersi.
Le Parole Divine erano Bastoni Divini da usare come sostegno, appoggio e mezzo di salvezza.
Attraverso, però, un linguaggio ed un uso della “Parola”, spesse del tutto incomprensibile per noi gente moderna.
Incomprensibile, infatti, per l’uomo moderno, che il defunto attraverso l’utilizzo di tali “Bastoni Divini”, possa “glorificarsi” e “diventare” simile a Divinità come Ra, Ptha, Osiride e perfino Sth, Signore del Male.

Il linguaggio è tanto più incomprensibile perché raramente si tratta di testi di preghiera o invocazione agli Dei, ma piuttosto di minaccia ed intimidazione. (vedi post…)
Tutto ciò, però, è possibile grazie  alla Magia che, della Religione, era parte integramte e non certo subordinata.

Tutti quei testi, però, all’osservatore attento appaiono spesso alterati e corrotti. Ciò è dovuto al fatto che attraverso i secoli essi hanno subito variazioni, aggiunte, correzioni, ecc.. a causa dell’incompetenza o negligenza degli scribi copisti.
Questi, infatti, li copiavano e ricopiavano, trasferendoli dalle pareti ai papiri e viceversa, facendo spesso errori od omissioni.

Questi testi, (rotoli di papiri) generalmente erano redatti presso Templi (di Thot o di Ammon), ma spesso anche presso piccoli laboratori (a volte abusivi) con scribi-copisti non sempre all’altezza del compito.
E non si tratta, come si è già detto, di un’unica produzione, ma di raccolte varie e progressive nel tempo, provenienti da più parti e da varie epoche.
I primi esemplari furono scritti in geroglifici puri, successivamente subentrò la scrittura ieratica e infine quella demotica.

L’esempio di Libro dei Morti più conosciuto e meglio conservato è quello che va sotto il nome di” Papiro doi Torino”.
Si tratta  di un esemplare perfetto sotto ogni punto di vista: grammaticale, ortografico; perfino nell’uso dei determinativi e dei colori.
E’ stato proprio su questo esemplare che gli studiosi di tutte le epoche e di tutto il mondo hanno condotto i loro studi e le loro ricerche.