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I LIBRI DI MARIA PACE

"A G A R"

  • AGAR
  • Brani tratti dai libri

Agar

 

Figura biblica femminile  fra le più controverse. Forse la più controversa.  Perfino nel significato del nome: amarezza, straniera, fuggitiva, nell'intrepazione egizia, ebraica o araba.
Sempre tracciata da mano maschile, mai femminile.
Eppure oggi questa figura, come disse in un'intervista la scrittrice pakistana  Thamina Durrani (autrice del libro Schiava di mio marito), è stata scelta come simbolo islamico per rappresentare l'impegno delle donne musulmane di uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo .
Ma non solamente delle donne   musulmane.
Agar è una donna che, rispetto ai costumi del tempo, si pone in una posizione critica mettendo in  discussione privilegi (maschili e femminili) ed offrendo spunto per riflettere sulla condizione femminile.
Ma chi é il personaggio Agar?
La tradizione ce la consegna quale schiava di Sarai, Sposa Primaria di Abramo, capo del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo) rifugiati in Egitto durante una carestia.
Secondo il racconto biblico  durante la sua permanenza in Egitto Abramo  acquistò servi serve e qualcuno ipotizza che Agar fosse tra  queste.
La prima domanda che viene spontanea é: poteva una persona appartenente al popolo dominante essere schiava di una persona appartenente al popolo ospite e dominato?
Fra le tante leggende sorte intorno a questa figura (di cui non esistono tracce né prima né dopo questi fatti) una la vuole figlia del Faraone che si era invaghito di Sarai. La ragazza si sarebbe talmente affezionata a quella donna dai gusti raffinati (Sarai era di origine mitanne: una babilonese) assai diversa dalle donne egiziane, da averla voluto seguire quando Abramo lasciò l'Egitto... come andò a finire lo vedremo presto!

Agar: schiava o sposa?
Sposa, sorella, serva...  (solo madre, con ben altra funzione) erano termini che si attribuivano indipendentemente alla donna.
Nella cultura ebraica Agar é soltanto la schiava di Sarai, per quella islamica, invece, é la Sposa Secondaria del Patriarca.
Nella Genesi  Sarai dice al marito - verso 16:2
"Ecco, il Signore mi ha fatta sterile, ti prego vai dalla mia serva: forse avrò un figlio da lei."
La consuetudine glielo consentiva: in caso di sterilità il figlio nato dalla schiava, partorito sulle sue ginocchia come dal proprio grembo, le apparteneva. Era suo figlio!
Oggi un simile costume è considerato una violenza inaccettabile.  Per entrambe le donne: per il dolore e la mortificazione di Sara e per l'oltraggio su Agar.
La donna sterile all'epoca era  considerata una sciagura per la famiglia e Sarai era sterile.

Sarai non può adempiere alla promessa di Dio di fare di Abramo "Il Padre di una grande Nazione":  la sua sterilità compromette il Disegno Divino, che è il tema dominante di tutto il racconto.  Ed é proprio Sarai ad intervenire.
Abramo resta nell'ombra.  Egli "ascolta la voce di Sarai" quasi fosse un personaggio secondario del dramma.
Ma le due donne non sono alleate e quell'atto genera conflitti e rivalità. Ogni diritto viene calpestato: Agar diventa un oggetto, uno strumento da usare.
Anche i termini  "prendere"   "dare" ... utilizzati  quando si parla di  lei, sarebbero per una donna dei giorni nostri, oltremodo offensivi.

Agar, riporta la tradizione biblica, si insuperbisce e si carica di arroganza quando resta incinta e Sarai si lagna con Abramo il quale, ancora una volta:
"E' la tua schiava ed é in tuo potere, fanne che cosa vuoi."  dice,  rientrando nuovamente fra le quinte e lasciando la scena del dramma alle due donne.
"Sarai la maltrattò tanto che quella se ne andò."  riporta testualmente la scrittura.
Sara é forte, ma Agar é ribelle. Scappa, ma poi ritorna; si umilia e restituisce il prestigio all'altra.


"Quanta sofferenza, quanta angoscia e desolazione ha causato Agar con la sua complicità nell'intento di dare un erede ad Abramo"  - Genesi  15 -4:5.
Quasi una aticipazione alla tribolazione che verrà: quella rivalità di Popoli che ha attraversato i secoli ed ha raggiunto i nostri giorni.  Rivalità di Popoli che ha avuto origine proprio dalla rivalità di quelle due donne: Sarai, gelosa e prepotente e  Agar, intollerante e ribelle.
La rottura finale giunge, però, con la rivalità dei figli: Ismaele, il figlio di Agar  e Isacco, il  figlio   di Sarai e  ancora una volta Abramo ascolta Sarai, che adesso é diventata Sara, cioé Signora-Regina:
"Scaccia quella schiava e suo figlio perché il figlio di quella schiava non sia erede con mio figlio."
Abramo scaccia Agar e Ismaele.

L'analisi finale del racconto può sembrare addirittura un gesto spietato e immorale: scacciare un figlio e votarlo a  morte quasi sicura.
"Abramo le dà del pane e un otre d'acqua."  -  Genesi  21 8:4
Ai nostri poveri occhi ciechi non pare vi sia della morale in questo gesto: un otre e del pane per affrontare da soli il deserto?
In realtà, per il credente, il disegno divino non si conclude con la  cacciata di Agar.  Agar e Ismaele non periranno nel deserto: in loro soccorso arriverà l'Angelo il cui intervento condurrà all'adempimento delle Promesse  Divine:
"Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della tua schiava che é tua prole"
la stessa Promessa fatta per Isacco:
"Farò di lui il Padre di una grande nazione."

Ma qui un'altra domanda é d'obbligo: Chi... o Cosa é l'Angelo?
Chi ha soccorso veramente Agar e Ismaele? La Provvidenza Divina... Certo!
Lo dice la tradizione biblica, lo conferma quella islamica attraverso alcuni riti del pellegrinaggio alla Mecca, la corsa attraverso le collinette di Safa e Marwa,  che rievocano l'affannosa corsa di Agar alla ricerca di acqua per dissetare il figlio: Agar é forte. Agar é coraggiosa. Agar non si arrende.  Agar ha sempre dovuto conquistarsi ogni cosa.
Agar e Ismaele non sono più tornati alle querce di Mambre, ma sono rimasti nel deserto del Paron.   Nessuna notizia, nessun cenno su quel ritorno, solo che "sua madre gli (a Ismaele) prese una moglie del paese d'Egitto."
Questo potrebbe far supporre che siano tornati in Egitto o rimasti in terra di Sinai,  il cui territorio di frontiera era disseminato di avamposti militari egiziani...  questo, però,  conduce inevitabilmente ad altre supposizioni.

A G A R... Schiava o Sposa?


A G A R…  Schiava o Sposa?

Agar è la figura più controversa della Bibbia.
La tradizione ce la propone come schiava di Sara, la Sposa Primaria del patriarca Abramo, fondatore del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo), ossia degli Ebrei, rifugiati in territorio egizio.
Sara, però, poteva avere come schiava l’egiziana Agar, una donna del popolo dominante?
Chi era, dunque, veramente Agar?
Sposa, sorella, serva,  (ad eccezione di Madre, con ben altra funzione) erano termini che, all’epoca, si attribuivano alla donna, indipendentemente.  Anche in Egitto, la Sposa era spesso chiamata: “Sorella del mio cuore”.
E allora: Agar, sposa o schiava?
E’ possibile  sciogliere l’enigma, attraverso le pagine di un libro che narra le vicende di questa straordinaria donna.

“A G A R”     di Maria Pace 

 

A G A R - Ismaeliti ed Israeliti

  "A G A R"  -  ISRAELITI ed ISMAELITI

Ismaeliti ed Israeliti: sono i discendenti di Ismaele ed Isacco, i figli di Abramo, il grande  Patriarca, fondatore delle tre moderne Religioni monoteiste.
AGAR, di origine egiziana, era la madre di Ismaele e SARA, di origine babilonese, era la madre di Isacco. Chi volesse conoscere le origini storiche del popolo israelita e le loro credenze, gli usi e i costumi,(attinti alla cultura egizia ed a quella babilonese) può trovare esaurienti risposte nel libro di Maria PACE:
“A G A R”
 

A G A R - Prima femminista della Storia

A  G  A  R…  prima femminista della Storia?
Proprio così!
Questa figura femminile biblica, che si pone in una posizione di critica nei confronti delle consuetudini del suo tempo, potrebbe essere scelta anche oggi quale simbolo per quelle donne che vogliono uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo.
 

Brani tratti dal libro "AGAR"

  • LE INSIDIE DEL DESERTO
  • GLI ARCIERI DEL FARAONE
  • IL MISTERO DELLA CRITTURA
  • UNA SPOSA PER IL FARAONE
  • DIVENTARE ADULTA

DIVENTARE ADULTA


Venne a distrarmi il pensiero del banchetto che le donne stavano preparando per festeggiare l'avvenimento.
Stavo osservando le ancelle che adunavano sui tavoli gli ingredienti per i dolci rituali quando vennero ad avvertirmi che mi si doveva acconciare per il banchetto. Venne una piccola folla: Iter, Nefrure, Subad, Nefer, Maritammon e le altre, tutte giulivamente cicalanti e tutte con un dono per me.
Il primo impulso fu di fuggire, ma non c'era alcuna possibilità di sottrarsi  all'avvenimento e così mi concessi loro con rassegnazione e l'espressione di una prefica.
Oltre al prodigioso unguento messo a punto dal Profumiere reale, la regina Meritre mi aveva inviato un altro dono: Tanit e Carite, due ancelle con il compito di occuparsi della mia persona.
Si misero subito al lavoro.
Tanit aveva pressappoco la mia età. Forse più giovane di un anno o due.
Piccola e minuta, aveva un visetto dai lineamenti delicati e un sorriso radioso; l’espressione era assai dolce e nello sguardo brillava un pizzico di vivacità e di malizia. Troppo giovane per avere un incarico nella cura della toeletta della mia persona, le fu dato un ventaglio di piume di pavone affinché ci liberasse un po’ dalla calura ancora assai grande di quegli ultimi giorni d'estate.
Carite, che avevo già visto da lontano al Santuario Dinastico al servizio personale della regina Meritre, mostrò doti di gusto e raffinatezza sia nel drappeggio delle vesti lungo il corpo, che nella combinazione degli accessori.
Aiutò Merit a scegliere le lacche per le unghie dei piedi e delle mani, poi mi sistemò sulle spalle e lungo i fianchi, le pieghe del calasiris, leggero e trasparente, che mi fu fatto indossare sopra la tunica aderente.
In verità, nel sistemare le maniche della veste e nel lasciare le braccia e il collo scoperti per i gioielli, Carite suggerì di lasciare scoperto anche il seno.
“I tuoi seni, principessa Agar, sono ancora piccoli, ma di bella forma.” disse porgendomi una ciotola di latte e aggiunse:
“Bevi! I tuoi seni cresceranno turgidi e rigogliosi e saranno la gioia degli occhi che li guarderanno.”
Avvampai. Alle parole e all’idea che qualcuno potesse ancora violare l’intimità appena recuperata.
“Bevilo tu.- risposi in tono acido respingendo la ciotola con un gesto brusco della mano - Nessuno sguardo riuscirà mai più a penetrare sotto le mie vesti.”
Scoppiarono tutte a ridere.
“Oh! Qualcuno lo farà, mia piccola Dea.- rispose lei deponendo il latte su un tavolino dove c’erano tutti gli arnesi per il trucco - Qualcuno lo farà e non è escluso che la cosa possa piacerti.”
“Ah,ah,ah...” continuavano a ridere tutte.
“Smettetela! Smettetela di ridere e ghignare.- gridai esasperata alle donne e a
Carite dissi - Quanto a te, bevilo, il tuo latte e mettiti in mostra se la cosa ti piace tanto.”
“Oh! - fece lei con un sospiro - Io sono vecchia e le mie armi sono ormai spuntate e non riescono più a concupire un uomo.”
“Non sei più giovane - interloquì Tanit - ma sei ancora assai piacente, a mio avviso, Carite. Sono sicura che qualche vecchio e glorioso guerriero non disdegnerebbe, ah,ah,ah... di mettersi a riposo sul tuo seno ancora rigoglioso.”
“Le mie battaglie le ho combattute tutte, mia cara. Adesso tocca a te e alla principessa Agar. – Carite sospirò ancora - Presto verranno principi stranieri a chiederla in sposa.”
“Ecco perché - riprese Tanit - bisogna che la pelle della nostra principessa sia ben chiara e levigata.” e indicò le ginocchia sbucciate e i gomiti dalla pelle ruvida.
“Lasciate in pace la piccola.- inteloquì Merit venendomi in sostegno, ma anche lei sorrideva. - Avrà tempo per certe cose. Che si goda questa 

Qualcosa di buono in quella giornata, dovevo ammetterlo, c’era davvero: le attenzioni, i doni. Tanti doni: dolcetti, fiori, anelli e bracciali. Due, fra tutti, mi furono particolarmente graditi: la bambola, con cui Merit mi fece capire che per lei sarei rimasta per sempre la "sua bambina" e il prezioso Nodo di Hathor con cui la mia cara Nefrure mi augurava fortuna.
Come erano le donne adulte, continuavo a chiedermi.
Non conoscevo altre donne che quelle del gineceo, ma sapevo che tutte le altre, tessitrici, mugnaie o spigolatrici, nel lavoro non erano affatto seconde agli uomini e non lo erano neppure nella condizione sociale. Merit mi ripeteva sempre che per questa ragione potevamo ritenerci fortunate, noi donne egiziane, rispetto alle donne straniere. Quando al gineceo giungeva una straniera, questa si mostrava sempre sorpresa nel costatare come in Egitto una donna potesse difendersi davanti ad un giudice, ereditare beni o lasciarli in eredità, amministrare proprietà private o pubbliche ed altre cose ancora, esattamente come facevano gli uomini.
Intanto mi chiedevo quali fossero, per una donna adulta, le consuetudini da rispettare, i ruoli da ricoprire, i compiti da svolgere. Tutte le donne adulte che conoscevo non avevano che un pensiero: piacere ad un uomo, giacere con lui e dargli dei figli.
Perfino la Grande Consorte Reale.
Sposarsi! Era questo l'imperativo principale d’ogni ragazza. Sposarsi! Tutte le donne che conoscevo erano contente di sposarsi e non facevano che parlare di matrimonio, di uomini, di figli. Bastava ascoltare le conversazioni di Iter, Nefrure, Maritammon e perfino Nefer, la piccola Nefer. E delle ancelle, naturalmente. Da qualche tempo, però, mi chiedevo se anche per i maschi diventare adulti significasse qualcosa. Da quando, abbracciando Amosis, avevo  scoperto la sua diversità, un improvviso, insospettato interesse in quella direzione cominciava a crescere dentro di me. Il desiderio di scoprire, di saperne di più su quel mistero, faceva salire in me l'empito di una strana eccitazione anche se il solo pensiero, per un inconscio pudore, mi copriva il volto di rossore.
Forse sposarsi non era poi così terribile, ma di sicuro non era un negozio adatto a me. Io mi sentivo votata a qualcosa di mirabile. Io volevo sfuggire all'ordine precostituito delle cose e delle azioni.
Sapere, invece, di essere prigioniera delle consuetudini, sapere di essere destinata a qualche principe alleato straniero, mi faceva sentire come la scimmietta di Nefrure.
Forse, se fossi stata un maschio... I maschi avevano il potere, avevano lalibertà. Con la scusa di farsi la guerra, andavano in giro per il mondo... ma, forse era solo il gran mal di pancia...
(continua)
 

UNA SPOSA PER IL FARAONE

C'era sempre un certo subbuglio per l'arrivo di una nuova Sposa del Faraone.
“Perché - chiesi in piena innocenza, affondando i dentini in una frittella ancora
fumante - il Faraone desidera un'altra sposa?"
"Perché un sovrano deve avere molte figlie e molti figli." spiegò Iter
assumendo un'irritante aria di sussiego.
"Non gli bastano i figli e le figlie che ha già"
"Che domande mi fai?” m’interruppe lei sbuffando ed agitando il capo, il che
fece tintinnare gli orecchini d'oro ornati di lapislazzuli, che sparsero una luce
azzurrina sulla sua carnagione bruna ed olivastra.
“Vieni.- riprese - Andiamo a vedere da dove arriva questo frastuono. Sarà
certamente il corteo della principessa Subad."
Si accostò alla ringhiera della terrazza e si sporse in avanti per guardare di
sotto. La imitai subito e intanto continuavo a chiedermi con infantile
ostinazione perché mai a un Faraone servissero tanti figli e tante figlie.
Mi chiedevo anche come facesse il vecchio Pentaur, il Direttore degli
appartamenti del gineceo reale, a sistemare tutte le ragazze e le principesse,
egiziane e straniere, che continuavano a giungere qua. Sentivo continuamente
ripetere quale grande onore, fosse per qualunque ragazza essere scelta per
entrare a far parte del gineceo del Faraone, ma mi chiedevo come si potesse
offrire loro una degna sistemazione. Forse se lo chiedeva anche Pentaur, e
perfino lo stesso Faraone, dal momento che ogni tanto qualcuna lasciava quella
prigione dorata per andare sposa a quel valoroso soldato o questo fedele
funzionario.
La principessa Subad comparve tra le colonne che reggevano il giardino
pensile e scomparve subito dopo, seguita dal corteo nuziale. Ricomparve poco
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dopo tra le palme della terrazza.
Tra i molti doni per il Faraone, la principessa ittita aveva portato anche
centocinquanta bellissime fanciulle che avrebbero arricchito di grazia l'harem
reale e recato gioia al Signore di Tebe. Erano così graziose, assicurò il
funzionario di corte Pentaur, che sicuramente il Faraone avrebbe
commemorato il gioioso l’evento.
Due occhi spauriti, un viso trasudante stanchezza, l'espressione oppressa da
sguardi critici e curiosi, Subad non aveva davvero nulla di regale, nonostante lo
sguardo altezzoso e la fronte altera.
L'accompagnava la regina Meritre, che per l'occasione aveva indossato la veste
da sacerdotessa dell’Ipet, la Signora del gineceo, aderente e lunga fino alle
caviglie; ai piedi portava sandali dorati. Sicura di sé, lo sguardo rapace sotto la
parrucca ad ali d’avvoltoio, l'acconciatura delle regine, la Grande Sposa Reale
ostentava il suo ruolo e la sua potenza nel gineceo e sulle altre Spose Reali.
Sorrideva alla giovanissima rivale, con cordialità e quasi tenerezza. Senza più
l'inquietudine che traspariva dal suo volto, tutte le volte che, nei giorni scorsi,
si pronunciava il nome della nuova sposa del Faraone.
Negli ultimi tempi Meritare era diventata assai esigente con se stessa. Per
conservarsi giovanile, si sottoponeva a vere torture con massaggi e creme. Le
sperimentava apposta per lei il suo profumiere e le garantivano una pelle
morbida e senza rughe. Gli splendidi recipienti per il trucco, decorati per lei da
artisti di corte con scene erotiche ed amorose, negli ultimi tempi andavano
continuamente aumentando di numero.
Iter mi spiegò che nostro padre aveva stretto alleanza col re ittita e mosso
guerra al popolo di Naharim, che molti chiamano anche Mitanni.
Come farà a dare figli e figlie al Faraone, mi domandavo osservando Subad: era lei stessa una bambina e il principe Amosis la superava in altezza di quasi mezzo palmo.
Subad mi passò vicino e mi guardò dal basso verso l'alto, rovesciandomi
addosso uno scroscio di altezzosità.
Subad non mi piacque. Nè io piacqui a lei!
(continua)
 

Le insidie del deserto


Lasciai Mambre quello stesso giorno. Nell'accomiatarmi dalle donne e ad Abramo, che assicurava per me e mio figlio
la protezione del suo Dio, risposi che non ne avevo bisogno. A lui che piangeva il figlio che stava scacciando, dissi che il suo era un pianto che non lavava la colpa.
Scortati da un gruppo di pastori guerrieri con il compito di accompagnarci fino alla pista del Sinai, dove era accampato l'esercito egiziano, una volta ancora  mobilitato in Siria, Abramo ci lasciò andare, me, Ismaele e Shannaz.
In una bisaccia appesa al dorso di un asino c'era il necessario per affrontare un viaggio che, secondo le sue previsioni, doveva essere breve e senza pericoli.
Conteneva acqua, cibo, coperte, ma anche sacchetti con medicamenti contro punture d’insetti, serpi e scorpioni, che il giovane Kaleb aveva preparato per noi.
Superammo le querce e i magri campi di grano maturo e prossimo alla mietitura. Prima di mettere piede sulla strada polverosa e gialla, guardata a vista da scheletriche sentinelle che tendevano al cielo i rami secchi e magri, congedai la scorta. Qualche timida protesta e gli uomini di Abramo ci lasciarono in quella terra desolata che non ero riuscita mai ad amare.
Nell'allontanarmene, cercavo soltanto l'oblio, che è il miglior rimedio contro ogni sentimento. Cercavo la malinconia, quella profonda e piena, che non ama essere consolata e che aspetta di esaurirsi in se stessa.
"Andiamo, madre." disse Ismaele afferrando la corda che legava l'asino e insieme affrontammo il cammino.
Da lontano giungevano angosciosi latrati: qualche sciacallo in cerca di cibo.
Ismaele d'istinto pose mano al coltello in metallo ittita. Era un dono del Faraone e il suo valore era dieci volte superiore a quello dell'oro. Abramo ne aveva fatto ricoprire il manico con una foglia d'argento, secondo l’uso mitanne.
“Non angustiarti, madre.-  m’incoraggiò - Raggiungeremo presto l’avamposto egiziano e il nostro amico Osor avrà cura di noi."
Le sue parole parevano rotolare sulle sabbie come sassi roventi. Non erano di rimprovero per il padre, ma solo di sollecitudine nei miei confronti. Ma io non ero angustiata.
“Presto sarò a Tebe! Presto sarò nuovamente a casa insieme a mio figlio.” continuavo a ripetermi.
In realtà, non sapevo davvero cosa sarebbe accaduto d’ora in avanti. Il futuro è un'ombra sbiadita che precede il cammino di ognuno di noi.
Nella vita ci si separa per prendere strade diverse. A volte si torna, a volte no. Quali immagini, quali ombre, quali sogni, quali delusioni ci sarebbero venuti incontro dal futuro? Chi parte e non è ricordato, chi muore e non è rimpianto, chi torna e non è riconosciuto, è come colui che non è mai nato. Cosa sarebbe stato di noi? Chi mi avrebbe riconosciuto, a Tebe?
"Madre..."
Ismaele mi richiamò al presente e mi bastò uno sguardo attento su quanto ci circondava per capire che avevamo smarrito la strada per la pista del Sinai. Il deserto non offre punti di riferimento, come la campagna o la città. Perdersi è
facile. Miraggi di cose in lontananza, sfocate e fluttuanti, distorcono la realtà e la dimensione delle cose. Lasciarsi catturare dai meandri di visioni ed illusioni, è molto facile.
Continuammo a vagare. Intorno a noi il silenzio assoluto era rotto solo dal rumore della sabbia smossa dal vento. In alto nel cielo, sopra le nostre teste, il sole picchiava implacabile. Vagammo come la sabbia ed insieme alla sabbia, che costruiva e demoliva cumuli e piccole dune, secondo il capriccio del vento; una sabbia sottile e rovente, che penetrava ovunque: nei sandali, sotto le vesti, tra i capelli e perfino in bocca tra i denti.
"Ho sete, madre." Ismaele rallentò il passo.
Shannaz fermò l'asino e staccò un orcio dalla soma; l'acqua al suo interno era dimezzata, la sabbia era entrata pure là dentro e dal becco usciva mista all'acqua. Cercai nella tasca del mantello qualcuno dei chicchi di sale che Keturah vi aveva messo assieme ad un amuleto e purificai l'acqua prima di porgerla a Ismaele.
Lui avanzava a capo chino e senza un lamento. Lo avvolsi col mantello e lo guardai procedere, quasi soffocato dalla trama fitta di quel grezzo tessuto di lana, ma protetto da tanta ingiuria.
Anche io e Shannaz ci coprimmo il capo con un telo di lana grezza; l'asino avanzava dondolando e Shannaz dondolava dietro di lui, aggrappata ad una delle bisacce.
“Ci siamo persi, madre?” domandò Ismaele girandosi verso di me; il mio silenzio gli fu eloquente.- Non temere, madre. - mi sorrise rassicurante – Non temere. Ritroveremo la pista.”
Non trovammo piste. Ad ogni passo il deserto, aspro e irrequieto, arso e rischioso, andava inghiottendoci come in un ventre ingordo. Sparse ovunque, intorno a noi, c’erano carcasse di animali e ossa spolpate. Forse umane. Il vento dopo un pò cessò di tormentarci, ma la calma che ne seguì, assoluta e quasi innaturale, mi spaventò ancora di più. L'aria calda che si levava dal suolo diventava rovente e la luce accecante. Un’ombra, d’improvviso, si materializzò in 

GLI ARCIERI DEL FARAONE

Un leggero brivido mi attraversò la schiena; l'aria del mattino era assai fresca e
il mio mantello troppo leggero, ma non era la brezza la causa del mio
improvviso turbamento. Perché le donne non combattevano, mi domandavo. Di
donne guerriere conoscevo solo un popolo, quello della terra di Colchide, che
Hiram chiamava Amazzoni, ma mi chiedevo se non fosse anche quello un altro
dei suoi fantastici racconti.
Lo scatto dei carri che partivano alla carica, l'urto dei fanti che sciamavano
lungo i viottoli delle colline, le scarne mura brulicanti di uomini, simili a
termiti guerriere fuori dal termitaio, riassorbirono la mia attenzione.
Alla testa dei nostri carri vidi Amenopeth al fianco del Faraone: sembravano
entrambi l'incarnazione di Montu. Li attorniavano i "Bravi del Faraone" guidati
dal valoroso Amenemhab.
Il principe ereditario combatteva da temerario. Era stato iniziato alle armi
all'età di sei anni e sapeva guidare il carro da guerra, tirar di lancia e battersi
col pugnale.
Amosis, aveva dodici anni e partecipava per la prima volta ad una battaglia.
S’era esercitato a lungo nel tiro dell'arco e il Faraone lo aveva messo nelle
retrovie, al comando di una piccola unità di fanteria composta di venti uomini.
La folle corsa di un gruppo di carri, sette ne contai, che lasciavano la mischia,
diretti verso il lato settentrionale delle mura nemiche, attrasse la mia attenzione
e quella degli arcieri nemici. Riconobbi tra gli altri i carri di Amenemhab e
Amenopeth. Correvano con furia folle e sussultavano a causa della grande
velocità, ma restavano sorprendentemente in piedi.
Nulla, pensavo, poteva fermare l’impeto di quei due valorosi. Né i fossi
praticati nel terreno dagli avversari, né i vari ostacoli nascosti tra sassi e
sporgenze e neppure i pochi ardimentosi che invano cercavano di raggiungerli
e contrastarli.
Conoscevo solo un giovane capace di fermare i cavalli in corsa di un carro da
guerra: Sahure il Nokhtu-aa, Sahure “dalle forti braccia” com’era stato
soprannominato dai compagni.
Sahure era il più grande addestratore di cavalli. Aveva anche fatto da maestro
al principe erede, facendone il migliore fra i suoi allievi. Sahure era il più
bravo anche fra i soldati addestrati a fermare e atterrare i cavalli nemici, in
corsa da soli o attaccati ai carri. Di lui, forte e agile come un leopardo del
deserto, si diceva che fosse stato messo in groppa a un cavallo appena nato.
Per fortuna, mi sorpresi a pensare, Sahure era amico del principe Amenopeth e
non suo avversario.
I carri si fermarono a poche decine di metri dalle mura. A bordo ardeva un
braciere alla cui fiamma, gli arcieri immersero la punta delle frecce prima di
lanciarle nell’aria. Subito dopo, dall'interno delle mura si levarono alte grida ed
urla di terrore e immediatamente dopo dai bastioni e dal terrapieno nemico,
partì una nuova scarica di frecce.
Mosè, Amosis, Nontufer, Kaptha e gli altri, mostrarono quanto meticoloso e
severo fosse l'addestramento di un auriga. Riuscivano a condurre i carri lanciati
a folle velocità senza farli ribaltare, nonostante i sussulti e gli sballottamenti.
Non tutti erano altrettanto bravi. Alcuni non riuscivano ad evitare rovinose
cadute ed altri trovavano scampo solo saltando giù dalla piattaforma.
Per tutta la mattinata Sekhmet ruggì rabbiosa nella valle e la battaglia si accese:
urla, nitriti di cavalli, crepitii di fruste, sibili di frecce, urti di carri.
Le sacerdotesse curatrici - pensai con sgomento - avranno molto da fare
quest’oggi, ma era un altro, il pensiero che mi vagabondava inquieto per la
mente: come seppellire tutti i morti? Come lasciare le tombe in balia
dell'oltraggio nemico? Fare come la gente fenicia, che affidava alle fiamme i
corpi dei propri morti, ne raccoglieva e trasportava le ceneri e le disperdeva in
mare?
"Le ceneri... no! E' ripugnante!" pensai.
Mi consolai un poco al pensiero che i corpi dei soldati caduti sarebbero stati
presi in consegna dai compagni e composti in una miscela di miele e vino per il
trasporto in patria. Già mi pareva di vederli, nei sotterranei della Casa della
Morte, stesi su lettini funebri, il fianco sinistro aperto e il ventre svuotato...
Oh, Potente Anubi!... Non avevo mai pensato alla morte prima, né alla
 

IL MISTERO DELLA SCRITTURA

Mi ritrovai a consumare il tempo copiando e ricopiando massime moralistiche
che avevano un triplice scopo: farci apprendere l'uso della scrittura, temprare il
nostro carattere e assicurare al Tempio cospicui guadagni dalla loro vendita.
"Raddoppia il pane che dai a tua madre.
Essa ebbe gran carico in te e non ti lasciò ad altri."
"Non parlare contro nessuno, grande e piccolo.
E’ un abominio per il tuo Ka."
Queste ed altre massime, scrivevamo su tavolette di legno e ceramica,
intingendo la penna nell'inchiostro con diligenza. Insegnamenti antichi di Saggi
e Sapienti, seguendo i quali, ogni uomo poteva avvicinarsi un po' di più alla
perfezione ed alla verità divina. Ben presto fummo pronte ad usare fogli di
papiro; legno e ceramica erano serviti per gli esercizi dei primi tempi e
servivano ancora per la brutta.
Benché le sponde del Nilo fossero ricche di questa vegetazione, e anche il
Santuario ne avesse nei suoi stagni, la carta pronta all'uso era un bene prezioso
da non sciupare. Ad utilizzarla erano in pochi; sacerdoti, scribi, allievi di
scuole di grado superiore e, naturalmente, il Faraone e la corte. Per la stessa
ragione, i rotoli erano utilizzati più volte e su entrambe le facciate.
Scrivere su un foglio di papiro non era particolarmente difficile, ma le prime
volte incontrammo tutte qualche difficoltà. Secondo le regole, i Testi Sacri
andavano scritti in verticale e da destra verso sinistra; imbrattare d'inchiostro il
foglio e renderlo inutilizzabile se vi si poggiava la mano invece di tenerla
accortamente sollevata, non era cosa rara. Occorreva aver fatto buona pratica
sulle tavolette di legno se non si voleva rovinare un foglio di papiro.
Nofret non faceva che lamentarsi delle mani sporche d’inchiostro e
manifestava la sua preferenza per fusi e telai, ma non tutte erano così disadatte
a tenere una penna in mano. Shannaz riusciva a scrivere anche quattordici
segni per volta, quando invece alle altre occorreva intingere più volte la penna
nell’inchiostro per tracciare lo stesso numero di segni.
Scrivere era bello. Affidare a un pezzo di pietra, tavola o papiro un messaggio
che vagabondava nella mente, era magico.
La Scrittura! Nuove sensazioni erano maturate pian piano dentro di me con la
scoperta della scrittura. Il suono che diventava figura viva, il grido che usciva
dal silenzio, il mistero che diventava conoscenza, esaltavano il mio spirito. Mi
pareva di averli avuti dentro di me da sempre, quei segni. Nascosti,
inconsapevoli, sopiti. Improvvisamente, li "sentivo" diventare "cosa viva",
come partoriti da un grembo fecondo.
I medu neter, che Thot aveva donato all'uomo per consentirgli di elevarsi, erano come spiritelli che prendevano vita staccandosi dal foglio di papiro e penetrando dentro di me. Un'altra sensazione, giorno dopo giorno, stillando nel cervello quelle massime, si fece strada guizzando dal profondo dello spirito: la consapevolezza dell'essere donna e dell'essere Colei che dà la Vita.
Compresi la saggezza delle mie educatrici che agivano non solo per la completezza del mio spirito, ma anche e soprattutto, per la salvezza della mia vita ultraterrena.
Una sola svista, spiegavano le nostre sebau, un solo errore, nel copiare quelle formule magiche, avrebbe causato danno a chi ne avesse fatto uso: ai defunti, ad esempio, che dovevano servirsene per allontanare insidie e pericoli e per  convincere i Guardiani delle sette Arrit ad aprire loro le porte della Duat.
Ogni anima defunta deve conoscere alla perfezione, una ad una, le parole di quelle formule se non vuol correre il rischio di restare per l'eternità prigioniera in un mondo di tenebre.
Per questo cercavo di curare al massimo la forma di ognuno dei segni; anche
dei più semplici. Né dimenticavo i determinativi posti alla fine della frase, solo
perché quei segni non erano letti. Erano utili invece perché, aiutavano a
chiarire il significato.. Erano importanti soprattutto per le formule e gli
incantesimi riportati dai Testi funerari. E tutti conoscono l’importanza di questi
Testi, necessari ai defunti per arrivare incolumi e ben forniti di magia al
Tribunale di Osiride e dei Quarantadue.
Il Libro della Am-Duat, il Libro delle Porte, il Libro delle Caverne ed altri
ancora, dovevano essere per il defunto come la carta nautica per il marinaio:
esatta e senza errori.
Per questo le nostre educatrici erano assai severe e volevano che i rotoli di
   papiro del Santuario fossero corretti e perfetti. Non come quelli che si
vendevano nelle tante bottegucce di scrittura che spuntavano intorno a Templi
e Santuari come i pivieri nella stagione dell'inondazione, pieni di errori e
sviste.   A redigerli, erano scribi ignoranti e senza timor di Dio; gente
indifferente alla sorte dei poveri defunti che n’avrebbero fatto uso. Privi di
scrupoli e desiderosi solo di guadagni, non li copiavano dai rotoli custoditi
nelle giare o in altri contenitori, ma direttamente da pitture parietali. Svogliati e
distratti, finivano per cambiare la disposizione dei segni o per commettere altri
errori. Qualcuno arrivava perfino a saltare parole e frasi intere.
Era pur vero che quei filatteri erano destinati ai pellegrini più poveri che
affollavano i cortili dei luoghi sacri e costavano poco, ma ero certa che, se
quella gente avesse saputo ciò che stava comprando, si sarebbe mostrata più
accorta.
Tutta colpa dell’ignoranza! Sono fermamente convinta che i mali che
affliggono l’uomo, abbiano radici ben conficcate nell’ignoranza e nella cattiva
volontà.