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OSORKON

IL GUARDIANO DELLA SOGLIA - vol. I

Siamo nell'Antico Egitto - Epoca XIX Dinastia Regna il faraone Meremptha, figlio di Ramseth II Nefer, ultimogenita del Faraone e Isabella, sorella dell'archeologo Alessandro, comunicano telepaticamente grazie al misterioso intervento di OSORKON, la statua che i sacerdoti egizi hanno messo a guardia della tomba della principessa. Le due ragazze si scambiano notizie sull'epoca in cui vivono: storia, miti, riti, scoperte, usanze, misteri, segreti... Le loro storie si intersecano fino a... al lettore il piacere di fare scoperte e di emozionarsi attraverso le avventure vissute dalle protagoniste e dai tantissimi personaggi che le accompagnano.Testo


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Osorkon: Il Guardiano della Soglia (Volume 1) (Italian Edition) (Italian) Paperback – February 1, 2015
by Maria Pace (Author)
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nota: LO  SI  PUO'  RICHIEDERE  SCONTATO  E  AUTOGRAFATO  DIRETTAMENTE 

PRESSO  L'AUTRICE. 

mariapace2010@g.mail.com

Brani tratti dal Libro

PROLOGO

Nel pomeriggio che andava infocando, la lunga processione raggiunse la Valle del Silenzio, ad Occidente del Nilo. Qui, nella Set Nefure, la “Sede della Bellezza”, che i posteri chiameranno “Valle delle Regine”, la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, veniva consegnata all’Immortalità.
L’Immortalità!
Nessun popolo, forse, al pari di quello dell’Antico Egitto, fu ossessionato dal concetto di Immortalità. Per l’Immortalità eresse statue e templi colossali, per l’Immortalità costruì inquietanti complessi funerari e per l’Immortalità impresse nella pietra enigmi insoluti come la Sfinge e le Piramidi.
Grande era il cordoglio che accompagnava la principessa di Tebe nel suo viaggio verso l’ultima dimora, nell’assolata e pietrosa distesa ad occidente del fiume; le lacrime erano sincere, la cenere sul capo era fresca e le sponde del Nilo erano un unico lamento.
   “Il corpo alla Terra, il Luminoso al Cielo.
    Vai verso le Signore della Terra Grande
    Esse ti daranno il benvenuto…”
salmodiava il sem, sacerdote esorcista, riconoscibile per la pelle di leopardo poggiata sulle spalle -

Alle spalle dell’uomo degli Dei, il Faraone, come un qualunque padre mortale affranto dal dolore, seguiva il feretro; Anubi ululava lontano, la sua eco andava a spezzarsi contro il lamento delle prefiche.
Il carro funebre, che due pariglie di buoi aggiogati trascinavano sulla sabbia, avanzava lento, preceduto e seguito da sacerdoti che spargevano di latte la via e bruciavano incenso; la brezza del deserto ne trasportava lontano l’acre odore e il sole dava lucentezza alla sabbia rovente. Il corteo si fermò, raggiunto il cuore di quell’assolato anfiteatro roccioso ed un gruppo di operai cominciò a scaricare i numerosi oggetti componenti il ricco corredo funerario della principessa. Li lasciarono sull’imbocco del sepolcro; due soltanto, di loro, avevano il compito e il privilegio di collocarli all’interno della tomba.
Quando ogni cosa ebbe il posto assegnato, il sarcofago fu fatto scivolare nel cuore della cripta sopra un piano inclinato sui gradini. Qui, dove precedentemente era sceso assieme ad altri tre sacerdoti, il sem dette inizio ai magici riti necessari a risvegliare il Ka della principessa andato in letargo al momento del trapasso e che nella tomba avrebbe continuato la sua esistenza.
      “Destati dal sonno e la Morte
       colpisca chiunque ti disturberà…”
La voce del sem, grave e carica di una forza e di una vitalità arcane, faceva fremere l’aria torrida e soffocante della cripta e le dita, veloci ed agili, presero a toccare la bocca e gli occhi della statua che raffigurava la principessa per consentirle di nutrirsi, guardare e gioire nella nuova ed eterna dimora. Le legò al collo i magici amuleti: il Pilastro di Osiride, il Nodo di Hathor e l’Occhio di Ra, affinché la proteggessero e tenessero lontano dal suo Ka le entità maligne.
Il Ka o “Doppio”, destinato a vivere in perpetuo nella tomba, secondo la Teologia Egizia era in grado, attraverso le He-kau, formule magiche, di identificarsi e riconoscersi nel defunto che occupava la tomba o, più precisamente, nel corpo fisico trasformato in mummia oppure nella statua che lo rappresentava.
La statua della principessa Nefer, in legno d’ebano della Nubia, sembrava cosa viva: il velluto delle guance, lo splendore delle labbra, la seta delle ciglia: gli scultori avevano fatto opera eccellente.
Era il ritratto gentile e delicato di una ragazza che aveva lasciato da poco l’adolescenza. Minuziosa nei particolari, come l’acconciatura o il movimento del capo portato in avanti, ma senza perdere di vista la funzionalità. Quella statua non era solo l’immagine, ma l’essenza stessa della principessa e ancora qualcosa di più: era la persona stessa.
La sua funzione era importantissima: era il supporto fisico di una esistenza intermedia tra spirito e  corpo, capace di trattenere il defunto sul piano terrestre e di impedirgli il riassorbimento da parte del Cosmo.
Ma c’erano altre statue, piccole e non, in legno o pietra: le ushbtiu, chiamate a svolgere i lavori nell’Aldilà. Anche queste, il sem animò con frasi e gesti di magia, ma fu davanti al ritratto statuario di un giovane che il sacerdote esorcista si soffermò molto più a lungo.
   “Sei tu, Osor, che respingi con la lancia
    i profanatori di questa dimora.
    Tu proteggi il sepolcro di Nefer…”
declamò, agitando l’urreka, il magico strumento capace di infondere vitalità alla materia inerte.
Era il ritratto di un giovane dalle splendide fattezze; il passo era ampio e arioso, il braccio destro, staccato dal busto, avanzava verso la lancia in un atteggiamento di serena compostezza e consapevolezza. Quella statua aveva una funzione ben precisa: proteggere il sepolcro della principessa.
Perfetta espressione del proprio compito, la sua immagine di potenza e prestanza fisica coglieva i caratteri del Protettore e li metteva in evidenza, così come gli artigli in una belva o le corna in un toro.
   “La tua mano insorga tremenda sul sacrilego,
    rovesci sulla sua testa rovine e disgrazie…”
continuava a salmodiare il sem, traendo da una scatola sigillata un sacchetto di lino e mettendolo tra le dita della mano destra della statua:
   “A te, che hai nella mano
    il tocco della Morte Incognita,
    è affidata l’eterna vigilanza.
    A te il compito di proteggere
    l’Amata di Ammon, la principessa Nefer.
    Custodisci la sua dimora.”

LA TOMBA

Per molta gente quello dell’archeologo è un lavoro romantico e pittoresco, ma il professor Alessandro Scanu, chiamato semplicemente “il professore”, ripeteva sempre che il suo era  un lavoro ripetitivo e ingrato. In realtà, sapevano tutti quanto la sua passione per quel lavoro fosse autentica e genuina e lo fosse soprattutto nella fase della ricerca e nel momento in cui un oggetto trattenuto da un prigionia spesso millenaria, tornava alla luce.
Trentasette o trentotto anni, spirito irrequieto e curioso, il professore, stanco di meditare su stele e papiri, aveva cominciato ad attraversare l’Egitto in lungo e in largo, misurando, annotando, fotografando e disegnando. Soprattutto disegnando.
“Il disegno – amava dire – è l’immagine di chi guarda.”
Tenace, intelligente, brillante, modi decisi e fascino indiscusso, Alessandro era dotato di una prestanza fisica assai apprezzata dai nativi del posto, gente rude e di poche parole, che di lui diceva:
“Non è un italiano… è un egiziano!” e questo era proprio un complimento.
Da quasi dieci anni scavava e studiava  sulle tracce di una tomba della XIX Dinastia dei Faraoni, confortato dal ritrovamento di alcuni interessanti reperti. Lavorava e frugava nel terreno dall’alba al tramonto e mangiava e dormiva in una camera-sepolcro scavata nella roccia e risalente ad epoca tolemaica. Di fronte al sepolcro aveva fatto innalzare una tenda per la cucina ed una per gli attrezzi e le provviste.
Non era solo. A dividere quella singolare abitazione c’era Isabella, la giovanissima sorella, giunta da poco per le vacanze.

                 *************
                                             
      “Svegliati o Karnak, Regina degli Dei
       Svegliati in pace, Ammon,
       Signore di karnak!”
recitava una voce dolce e modulata: Isabella, la sorella del professore; alle sue spalle, il chiarore dorato del mattino che andava formandosi, inghiottiva le ultime stelle.
Quindici anni, gli occhi di un azzurro intenso, il sorriso dolce e la persona piena di grazia, Isabella s’era tuffata nell’atmosfera con appassionante entusiasmo. Recitava con naturalezza dosando parole e tempi, pause e toni, in modo tale da rendere l’orazione, ritmica e calzante all’atmosfera che voleva creare.
      “Il legame è spezzato. Il sigillo è rotto.
       Le Due Porte del cielo si aprono.
       Anche le Porte della Terra
       si stanno spalancando…”
Una seconda voce faceva eco.
Erano i versi dello spettacolo “Suoni e luci di Karnak” offerti ogni sera ai turisti tra le rovine; Alì, il figlio dell’assistente del professore, recitava con la ragazza.
Aveva un anno più di Isabella, profondi occhi neri che mandavano scintille e sprizzavano gaiezza ed un figura agile e snella che prometteva per l’età matura un fisico atletico. Parlava quasi senza interruzione, ma con scioltezza e nel modo più naturale e spontaneo.
      “Lode al Te, Ammon, Signore di Tebe
       Signore del cielo e Creatore degli Astri.”  riprese Isabella.
L’aria s’era fatta luminosa e i monti fiammeggiarono sotto il sole che veleggiava già alto sopra l’orizzonte.
      “Tu hai aperto tutti gli Orizzonti
       Tu hai fatto nascere gli Dei…”
Un’ombra gli cadde alle spalle. Alì volse il capo: Alessandro stava giungendo e con lui c’era Hammad, il suo assistente; il ragazzo si schiarì la voce.
      “Signore di Tebe, Signore dei Signori
       Padrone del terrore e della Pace,
       io  ti venero.” continuò a recitare.
      “Ecco la fascia bianca.”
riprese la voce di Isabella.
      “Perché la luce del tuo Occhio
       possa brillare!”
      “Ecco la fascia verde.”   ancora Isabella.
      “Per le acque feconde.”
      “Ecco la fascia rossa.”
      “Affinché la Terra sia generosa
       e il sangue fecondo.”
“Ehi, ragazzi... ma siete proprio bravi!”
Hammad avanzò con passo rapido. Hammad assomigliava ad un ritratto a tinte marcate: marcate le sopracciglia nerissime, marcato il colore scuro degli occhi, marcati da una breve barca i contorni del volto. Al contrario di queste caratteristiche, il fisico era asciutto ed elegante.
“Qualche novità? - Alì si staccò dalla ragazza e sedette a cavalcioni su una sporgenza del terreno, il mento poggiato al dorso della mano – Conosco quello sguardo. Dopo tanto frugare in questo terreno e tante polemiche, deve pur esserci qualche nuova incoraggiante.” disse.
Alessandro scrollò il capo.
Polemiche ce n’erano state, ma, a quanti gli dicevano che il tempo delle scoperte  nella Valle del Nilo era già finito, rispondeva che altri avevano detto quelle stesse parole, poi smentite dai fatti: il ritrovamento della tomba di Thut-ank-Ammon ne era stato l’esempio più illustre. Gli scavi, condotti con metodi sistematici, non lasciavano inesplorato un solo centimetro di terra. Da quattro giorni Alessandro aveva raddoppiato i turni di lavoro: da quando, cioè, ai piedi della montagna, una sporgenza era affiorata dal suolo. Una sporgenza casuale, a prima vista, una increspatura della superficie sabbiosa messa in rilievo da una fotografia.

I quattro lasciarono il posto.

In uno scenario estremamente arido, ma sotto un cielo di un azzurro intenso, sconosciuto ad altre latitudini, nella luce porporina del mattino, il deserto grigio-antracite digradava verso l’orizzonte. Faceva già caldo, nonostante l’ora: lì, il sole non era amico né alleato dell’uomo.
Alessandro indicò da lontano la protuberanza rocciosa messa a nudo dalla sabbia: una grossa selce, forse le fondamenta di qualcosa.
Fosche colline profilavano l’orizzonte; un gruppo di avvoltoi si levò gracchiando, sul fondo, saturando l’aria dei loro striduli versi, poi  si dispose in diagonale prima di sparire dietro le colline.
“Credete che ci sia qualcosa là sotto? – esordì Isabella; il fratello fece un cenno d’assenso, la ragazza proseguì – Non c’è quasi nessuno al campo… non si potrebbe fare qualcosa per accelerare i tempi?”
“Ah.ah.ah… - rise Alì – Sei diventata impaziente.”
Dalla loro postazione si vedeva tutto il campo e ogni cosa appariva un po’ sfocata dalla nebbia del primo mattino: le tende, i mucchi di detriti e dei materiali estratti, le buche scavate in precedenza.
“Oggi è venerdì.” fece osservare Alessandro.
“Già! E giorno di festa e di preghiera per la gente musulmana. – convenne la ragazza – Ecco perché Alì indossa la sua tunica bianca…”
Alì rispose con un sorriso e lo stesso fece Hammad, che disse:
“E’ così! E’ pur vero che la fretta è cattiva consigliera… come dice il professore.” continuò.
“Parole sante! – assentì Alessandro – In passato si sono spesso adottati metodi veloci  e disinvolti, ma oggi, nessun serio professionista va più a caccia di bottino con polvere da sparo. Le leggi, oggi, sono assai severe.”
“Per volontà di Allah! – convenne Hammad – Captare il respiro del mondo antico è ben più esaltante di qualunque bottino.”
“Paradossalmente, - osservò Alessandro – a salvare molti dei monumenti dallo spoglio e dalla rovina, è stato proprio l’abbandono: la popolazione, costretta a spostarsi verso IL Cairo, ha permesso alla sabbia di proteggere i resti di tante gloriose testimonianze…”
“Insomma – replicò Isabella – questo posto è una sorta di tombola… di caccia al tesoro per i posteri… per il popolo.”
“Per il popolo! Hai detto bene, piccola. – sorrise Hammad – E’ una sorta di giustizia del destino. E’ un rendere al popolo quanto è costato ai suoi antenati in fatica e dedizione a Dei e Faraoni.”
“Furono tanti i Faraoni che seppellirono ricchezze in paludi o sotto le sabbie… Oh, siamo arrivati… - Alessandro si fermò – Guardate questo terreno: è compatto ed omogeneo. Qui sotto c’è qualcosa..” affermò convinto. 
“Sì! – Hammad era dello stesso parere – Qui sotto dev’esserci veramente qualcosa.”
                                                
                 ***************

 


 

IL GUARDIANO

 L’alba trovò Isabella immersa nel leggero dormiveglia che segue ad una notte insonne. La luce del mattino, entrando dalla fessura della porta accostata, investì la sua figura rannicchiata nel letto ed ancora un po’ infreddolita: nel deserto si avvicendano due mondi,  quello assolato del giorno e l’altro gelido della notte.
Isabella aprì gli occhi; stele e papiri dipinti davano vita e storia alle pareti e al soffitto della camera-sepolcro che divideva col fratello, una tendina ammorbidiva le linee della finestrella.
Ritta, ai piedi del letto, investita dallo stesso fascio di luce, Isabella vide una figura, una  straordinaria, stupefacente figura: quella del Guardiano della tomba della principessa Nefer.
La ragazza balzò a sedere e il sangue retrocesse immediatamente dal bel volto stupefatto, per far posto ad un profondo pallore; le arterie pulsavano velocemente e i muscoli erano rigidi come legno.
“Sto… sto ancora sognando…” balbettò.
“Nefer, piccola signora del cielo… - una voce straordinariamente dolce parve accarezzarla, ma lontana, cavernosa, gutturale, nonostante che alcune consonanti fossero accompagnate da un sibilo acuto – Osor è qui!”
La  creatura fece un passo avanti; Isabella la fissava inquieta.
“Chi… chi sei?” domandò e neppure il suono della propria voce riuscì a  stemperare minimamente il terrore prodotto da quell’inquietante presenza.
“Sono Osor il Guardiano, mia dolce signora.” rispose quello.
La figura possente, i muscoli guizzanti sotto la pelle bruna, le spalle atletiche,  i fianchi coperti da un corto gonnellino, la folta e singolare capigliatura trattenuta da una cordicella di pelle… No! Quella, pensò la ragazza, non era affatto una statua… o quello che era parso nella tomba la sera precedente … ed era ben vivo.
“Osor ti seguirà fedele come l’ombra. – riprese la voce. Era antica, ma calda e profonda . – Osor libererà il tuo cammino da ogni insidia. Così è, da quando il Messaggero è venuto a porsi davanti a te.”
“Non è possibile! Sto sognando...” continuava a ripetere la ragazza,  poi, di colpo, afferrò la situazione, per quanto fantastica e paradossale apparisse: quella che le stava davanti era una persona o qualcosa di simile. Ed era ben viva. Non era una statua…. Ma no! Non era possibile. Stava sognando. Quello era un sogno e presto si sarebbe svegliata e la visione sarebbe svanita come la nebbia di primo mattino… Ma che diamine! Come aveva potuto credere… ah.ah.ah… come aveva potuto credere ad una cosa tanto assurda…
“Le parole di Alì, ieri sera… – continuò sottovoce il suo pensiero. L’eco della sua stessa voce era quasi irriconoscibile alle orecchie, ma riuscì a tranquillizzarla – Non mi faccio prendere la mano dalla fantasia, io… La statua che prende vita, Ah.ah.ah! Che sciocchezza! Accidenti!.... Perché non mi sveglio? Se metto i piedi a terra, forse il pavimento freddo mi sveglierà e questo qui se ne andrà. Ecco… adesso mi alzo…”
Mise i piedi fuori del letto.
Era certa che il contatto con il pavimento terroso l’avrebbe svegliata e avrebbe fatto svanire l’inquietante presenza. In piedi; un passo, un secondo, un terzo e un altro ancora.
Quello era sempre lì. Sempre sorridente. Il suo sguardo era sempre dolce e mansueto. Da vitello da latte.
Isabella fece ancora un passo; quello era sempre lì, ad un passo da lei, bello di una bellezza selvaggia, da antico galate.
Tese una mano per toccargli il braccio.
Era forte, potente, vibrante… vivo!
Isabella ebbe una vertigine; il terreno le mancò sotto i piedi e lui la sorresse. L’accolse fra le braccia… Il contatto con la pelle di lui… calda e viva…
“Santo cielo! – seguì un attimo di confuso e sbalordito silenzio, poi  - Ma… ma chi sei?... cosa sei?”
“Sono Osor, mia signora. Sono la tua ombra e ti libererò…”
“… il cammino dalle insidie. Ho capito! – lo interruppe la ragazza – Per la miseria! E’ proprio vero! Non sto sognando. Come è possibile?... Eppure è accaduto. Sei qui. Davanti a me. E adesso che cosa devo fare? Bisogna che ne parli a qualcuno… Ma che posso dire? Penseranno che sia diventata pazza e nella migliore delle ipotesi, penseranno ad uno scherzo. Che pasticcio!... Alì! Devo parlare con Alì.”
Passi in avvicinamento.
Isabella fece cenno alla creatura di nascondersi dietro una tenda; l’altro ubbidì docile.
La porta s aprì e nel vano si stagliò la figura di Alì; la ragazza lo chiamò, con voce concitata:
“Alì, sei tu? Vieni avanti. Presto.”
“Buon giorno Isabella. Come stai?”
“Come sto?... Ah!”
“Sei ancora molto pallida. – salutò il ragazzo entrando – Brutta nottata? Capisco Dopo quello che…”
“Oh, aspetta a parlare. – lo interruppe lei – Vedrai che sorpresa.”
“Ti vedo molto agitata. E’ successo qualcosa d’altro?”
“Osor!” chiamò semplicemente la ragazza e la creatura lasciò il nascondiglio.


“E questo chi è?”
“Chi o cosa!.. E che ne so! Non lo riconosci? E’ il Guardiano del sepolcro della principessa Nefer… il Custode, se preferisci. E’ il mio Protettore!”
“Ma che dici! Stai scherzando?”
“Scherzando? Guardalo bene. Toccalo… parlagli.”
“Ma… - il ragazzo scuoteva il capo – E’ uno scherzo?”
“Ti pare uno scherzo?”
“Ma allora… No! Nooooo! Non è possibile! E’ pazzesco!” anche il ragazzo si rifiutava di credere ai propri occhi.
“Quando mi sono svegliata e l’ho visto ai piedi del letto per poco non morivo d’infarto. – spiegò la ragazza, poi aggiunse – Lui crede  che io sia la principessa Nefer.”
“Non è possibile! – continuava a ripetere Alì – Vuoi dire che la statua… la statua del Guardiano, che è stata rubata, ha preso vita… E’ questo che vuoi dire? Come sarebbe accaduto?  Chi lo avrebbe animato?”
“Non chiederlo a me.”
“Che cosa facciamo?”
“Non lo so, ma di certo non vogliamo che diventi un esperimento da laboratorio, vero? Lui è innocente e puro come un fanciullo. E’ dolce. Guardalo.”
“Questo innocente fanciullo ha ucciso due persone, se l’hai dimenticato.” replicò il ragazzo, senza staccare gli occhi dalla creatura, immobile e silenziosa.
“Non è stato lui.”
“No? Ma rifletti… tu sei stata assalita da quei due malviventi e… e questo… questo… dice di essere il tuo protettore… metti insieme le due cose.”
“Tu credi?”
“Ne sono convinto.”
“Se è così, lo ha fatto solo per proteggermi.”
“Non ci sono dubbi. Allah di Misericordia! – seguì una pausa, come a far posto ad un pensiero che avanzava veloce nella mente – E’ tutto vero! E’ vero, dunque, che gli Antichi Egizi erano capaci di manipolare le forze della Natura e i ritmi biologici dell’uomo e magari, anche di quelli del futuro.”
“Non capisco nulla di queste cose. – confessò la ragazza – Però, dobbiamo fare qualcosa per lui, dal momento che tuo padre e Alessandro sono via.”
“Cominciamo col fornirgli abiti adeguati.”
“Certo! Con questo look attirerebbe subito l’attenzione. Cerco un paio di jeans ed una camicia di Alessandro.”
“Temo non siano della sua taglia. – obiettò il ragazzo – Proporrei un caftano. E’ più comodo e lo farebbe passare inosservato.”

LA FESTA della GOCCIA

Rimasta da sola, Isabella posò il capo sul cuscino.
“Voglio tornare a Tebe – pensava sottovoce – Voglio sapere quale delle figlie del Faraone, gli ambasciatori di Ugarit hanno scelto per il loro Re.”
Osor le si avvicinò, ma scosse il capo.
“Morirà, la mia signora, se tornerà ancora nel tempo che non le appartiene.” l’ammonì.
Anche Isabella, però, scuoteva il capo; la sua mente era un vulcano e faticava a tenere insieme pensieri e sensazioni o, più esattamente, frammenti di pensieri e sensazioni che appartenevano a due vite diverse, vissute in due tempi diversi e che mai avrebbero potuto formare insieme un unico mosaico di vita.
Capirlo era stata una folgorazione, ma accettarlo era quasi impossibile.
“Non corro alcun pericolo.” rispose caparbia.
“Morirai. – la voce della prodigiosa creatura era dolce ma inquietante e faceva fremere l’aria nella camera-sepolcro come frullio d’ali – Morirai, perché colei che ti ha preceduto, la principessa Nefer di Tebe,  morirà!”
“Io non voglio che la principessa Nefer muoia!” replicò la ragazza.
“Così sarà! – fece l’altro con espressione sfingea  stampata sul voltom– E’ già deciso!”
“Io tornerò laggiù per impedirlo... Ho una ragione valida per farlo.”
“A nessuno è permesso cambiare il corso del proprio destino… né entrare nel destino di altri.”
“Non voglio entrare nel destino di nessuno, ma voglio impedire che la principessa muoia e so come fare… chiederò aiuto al principe Thutmosis.”
“Anche il principe Thumosis di Tebe morirà.” continuò implacabile Osor.
“Allora sono due le ragioni per tornare laggiù, ma prima dimmi… quando morirà Thutmosis? Voglio saperlo.”
“La Notte della Goccia. – rispose Osor – Il principe morirà durante le Feste della Notte della Goccia.”
“La Notte della Goccia?... il quindici del mese di Thot! – esclamò con accento preoccupato Isabella – La notte del Ferragosto? Cioè questa notte? Che cosa accadrà questa notte? – domandò con voce incalzante la ragazza - Dimmi, Osor, che cosa accadrà a Thutmosis questa notte?”
“Il principe di Tebe questa notte  berrà alla Coppa della Verità e si incamminerà per la Terra che gli uomini mischia.”
“ La Coppa della Verità?... significa che morirà avvelenato. Santo Cielo!...  – impietrì - Devo correre laggiù. Ti prego, Osor… ti ordino di mandarmi laggiù!” 
E Osor posò il prodigioso indice sulla sua fronte e subito ogni cosa intorno a lei andò dolcemente sfocando in un etra fluido, leggero ed impalpabile, entro cui andò incamminandosi, libera e staccata e sempre più lontana.

“Nefer… - una voce fluttuò in mezzo all’aria rarefatta, quasi impercettibile – Nefer… Nefer…”
“Chi mi chiama?” pensò a bassa voce.
“Nefer. – ancora quella voce, la sua eco bassa e prolungata – Nefer, ma perché non mi ascolti?”
Isabella aprì gli occhi e l’aria andò espandendosi intorno a lei, più chiara e nitida. Sorrise, cosciente di essere là, lontana nel tempo. Il sorriso era quello di Isabella, ma lo sguardo era quello di Nefer: un sorriso lucente e radioso, così simile al lucernaio appeso alla parete del Laboratorio di Kamose.
“Thutmosis!” gridò, lasciando il posto di posa che Kamose le aveva assegnato – Kamose era lo scultore di corte e Nefer era nella sua bottega perché egli affidasse la sua immagine all’Immortalità.
“Dolce Figlia di Iside,. – lo scultore le prese un braccio – permetti all’indegno Kamose di toccare la tua sacra persona affinché possa riportarti in posa.”
Nefer-Isabella tornò ubbidiente all’immobilità.
La statua che la riproduceva, un blocco dalla struttura a parallelepipedo, atto ad esaltarne la figura, era quasi completata e Nefer si compiaceva a sfiorarla  con lo sguardo e il sorriso; guardava il fluire leggiadro delle linee di contorno e l’elegante rifinitura dei particolari.
C’erano molte statue in lavorazione nel laboratorio, che principi e dignitari di corte avevano commissionato per la loro tomba e molti blocchi erano appena giunti dalle cave. Su alcuni erano ancora appoggiati i fogli quadrettati che riportavano le proporzioni delle statue, fedeli alla linea del blocco, adattando così il modello alla pietra e non viceversa.
“Andiamo. – Thumosis tornò alla carica – Vieni con me, Nefer. Ho qualcosa da farti vedere.”
Negli occhi del ragazzo c’era un scintillio di gaiezza che era contagioso e prima che il povero Kamose potesse replicare, Nefer seguì il fratello; Thutmosis la prese per mano.
“Come faremo ad uscire dal Palazzo?” domandò lei.
“Con questa confusione non sarà difficile, se indosserai vesti da serva come ho fatto io.” 
Il principe Thitmosis, infatti, indossava un perizoma dal colore indefinibile e niente altro e tese alla ragazza una modesta tunica di canapa sottratta a qualche ancella.
Pochi attimi dopo i due fratelli sgattaiolarono fuori, oltre il portico della corte esterna su cui si aprivano i laboratori degli scultori di corte. Strisciarono veloci come le ombre del pomeriggio sui muri e furono fuori della Porta Grande.
Nefer si sentì subito il più libero degli ibis e il più felice dei loti e una gran tenerezza la prese, per il viale, le palme, i sicomori e per ogni cosa.

                                               ************

 

IL RITORNO

 

La nave reale con a bordo il Faraone , i principi reali e le principesse, salpò insieme alle ombre della sera che andavano allargandosi e navigò tutta la notte, prima che le mura del distretto di Shetep,  profilassero l’orizzonte.
Una distesa desolata a nuda si distendeva a perdita d’occhio: un mondo levigato e in continua, lentissima mutazione, dove acque, prati e foreste erano scomparsi per sempre o affondati nelle profondità.
Shetep era nota per la caccia ai tori selvaggi, passatempo assai amato dai Faraoni.
In piedi sul suo carro da guerra, all’inseguimento di uno splendido esemplare di toro, il faraone aprì la caccia. Lo seguivano i carri dei principi reali e dei principi ostaggi: figli di Re vassalli o alleati; seguivano gli arcieri e i mandriani che avevano  raccolto in un ampio recinto i tori selvaggi della regione.
Le donne del seguito, spose reali e principesse, erano state fatte allontanare dal campo e dall’alto di una collinetta seguivano ogni fase della caccia; tra loro d’era anche la principessa Nefer.
Nefer avea cercato un buon posto di osservazione e non perdeva neppure un gesto di quanto stava avvenendo nella piana assolata; alle sue spalle, il sole del primo mattino aveva già raggiunto l’orizzonte e da lontano arrivava il rumore dei campanacci degli armenti al pascolo.
“Guardate Thomosis. – la principessa Nefrure tese un braccio – Guardate con quanta spericolatezza si spinge incontro a quel toro dalla testa spaventosa… Oh!... Il nostro divino padre dovrebbe imporgli più prudenza.”
Nefer volse il capo nella direzione indicata; il gesto fece tintinnare gli orecchini di lapislazzulo.
“Quello scervellato – interloquì la voce petulante della principessa Iter – verrà sbalzato dal carro, le cui redini, il principe Omohlo di Creta, con troppa leggerezza, gli ha messo nelle mani.”
“Thotmosis è un ottimo guidatore. – puntualizzò Nefer – Se il principe di Creta gli ha affidato la guida del suo carro è perché Thomosis merita la sua fiducia.”
“Thotmosis è il prediletto di nostro padre. – sorrise Nefrure. Aveva un sorriso dolcissimo, la principessa Nefrure – Certamente Thotmosis vorrà fare buona figura ai suoi occhi.”
Mefer guardò il fratello, il suo fisico nervoso e svelto che prometteva prestanza per l’età matura, poi guardò il Faraone.

Il faraone Meremptha era imponente come una Divinità. Nefer lo guardava ammirata, mentre con la mano sinistra scagliava la lancia e con la destra reggeva le redini e dominava l’irrequietezza dei cavalli; ne ammirava l’assoluto dominio su quelle creature nobili e fiere.
Nefer amava i cavalli ed amava i racconti di caccia e di guerra che, come tutte le ragazze a corte, aveva ascoltato fin da bambina e che vedevano i loro uomini, padri e fratelli,sempre vincitori.
La corsa dei carri, i muggiti dei tori, lo scalpitio dei loro zoccoli contro le pietre, lo stridore delle ruote, il corno di caccia del trombettiere, esercitavano su di lei un fascino strano ed irresistibile e la trascinarono giù dalla collina, spingendola a disobbedire agli ordini del Faraone. Lasciò le altre donne e di corsa si portò verso uno di quei sentieri. Di corsa lo attraversò, per raggiungere l’altra collina da dove sarebbe stato più facile seguire le fasi della caccia.
A metà sentiero, un potente muggito l’aggredì alle spalle. La ragazza si voltò e restò impietrita: un’enorme massa scura le stava davanti, dieci quintali e più di muscoli  guizzanti sotto un manto di lucido pelo raso.
Un toro.
Nefer sollevò il capo e il suo sguardo andò a perdersi in due pupille di vitreo liquido giallastro. Ubbidendo ad un impulso incontrollato, si voltò per darsi alla fuga; il toro, alle spalle, sbuffava. Lo zoccolo batteva così forte da farle tremare il terreno sotto i piedi. Da lontano la raggiunsero le grida d’orrore delle donne e lo stridore delle ruote di un carro in avvicinamento: il Faraone stava puntando nella sua direzione.
Un urlo, però, piombò sulla scena come un tuono; attraversò l’aria e la riempì di echi.
Un urlo di guerra.

Uno straniero, poi, un guerriero, calò giù dalla collinetta e si frappose fra il toro e la principessa. Lo scontro fu brevissimo: la lunga, affilatissima spada del guerriero, quelle in uso presso i Popoli di Mare, forgiata nel prezioso “metallo degli Dei”, penetrò nella fronte dell’animale che stramazzò fulminato ai suoi piedi.
Nefer, sempre di corsa, andò quasi a farsi travolgere dai cavalli del carro del faraone che la evitò solo grazie alla sua perizia di guidatore.
Un bagliore si levò dagli occhi del Faraone mentre, consegnata la principessa alle cure di ancelle accorse premurose e spaventate, scendeva dal carro per andare incontro allo straniero il quale avanzava verso di lui a lunghi passi.
Questi si liberò il capo dall’elmo piumato e mostrò i capelli biondi.
Il suo aspetto era fiero e la fronte grave, gli occhi erano ardenti e la mascella energica e volitiva. La figura, sotto la tunica di pregiata lana, era possente e salda. Odorava di acqua salmastra, di sangue e sudore.
Fu lui a salutare per primo, nel riconoscere le insegne reali che posavano sul largo petto di Meremptha.
“Signore d’Egitto, Figlio degli Dei…” cominciò
Il Faraone lo interruppe e continuando a fissarlo con molta intensità domandò:
“Chi sei? Qual è il tuo nome, straniero? Vieni in amicizia ed alleanza o come nemico? Se è come nemico che sei giunto su queste terre, sappi che io, Meremptha, ho ricacciato in mare popoli invasori. Li ho uccisi e fatti prigionieri a migliaia ed ho costretto le loro donne a servire le donne di Tebe.”
“Giungo nella tua terra, potente Sovrano, - rispose lo straniero  - naufrago e perseguitato da un Fato avverso. Sono supplice e non nemico.”
Il Faraone addolcì un po’ l’espressione del proprio volto; i suoi occhi scuri parvero.incassarsi ancora più dentro le orbite mentre fissavano quelli azzurri del suo interlocutore. Scrutava attentamente quel volto dall’aria selvaggia: il volto di un uomo che doveva aver combattuto molte battaglie e non tutte contro altri uomini.
“Il tuo nome, straniero. – disse infine – Possa io conoscere il nome di chi ha salvato la vita di una delle mie figlie e dargli il degno benvenuto nella mia casa.”
“Menelao, io sono, figlio di Atreo e Re di Sparta!”

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Per onorare l’illustre ed inatteso ospite, il Faraone offrì un banchetto che raccolse intorno a tavole riccamente imbandite ed ornate di ghirlande  di fiori la rappresentanza più nobile di una corte disciplinata ed allineata secondo il rigido protocollo.
Avvenenti ragazze offrivano ai convitati profumi e fiori di loto e il Faraone, che aveva preso posto su un grosso scanno  alla testa del tavolo, aprì il banchetto alzando la coppa.
Accanto a lui sedeva la Grande Consorte Reale. Seguivano le altre Regine e le principesse in ordine di grado; la principessa Nefer venne a trovarsi accanto alla regina Amesh e di fronte al principe Thotmosis.
All’altro capo del tavolo sedeva l’ospite d’onore: Menelao, Re di Sparta e Principe di Micene.

Nefer lo guardava di sottecchi, ma con insistenza. Aveva udito molti racconti sui “Popoli di Mare” e le loro strane abitudini. Ora, per la prima volta, ne vedeva da vicino non uno, bensì due, poiché con lui c’era la donna la cui bellezza, si diceva nel gineceo di Tebe, aveva scatenato una guerra: Elena, regina di Sparta.
Nefer guardava anche lei, ma con aria disincantata ed occhi sgomenti: era bellissima. La donna più bella che avesse mai visto.
La Regina di Sparta aveva forme perfette, pelle luminosa, occhi brillanti e capelli di vivido oro.
Molte donne, si disse la ragazza, possedevano quegli stessi pregi, ma nessun’altra donna da lei conosciuta aveva quel fascino particolare che emanava dalla persona, dallo sguardo, dal sorriso e che attirava su di lei ogni sguardo.
“Una bellezza che soggioga gli uomini e li rende rivali – si sorprese a pensare – è una bellezza pericolosa!”
Non sapeva se le storie udite sul suo conto che Laria, la sua schiava cretese, amava colorire di molti particolari, fossero vere oppure leggende.
Merende, la sua nutrice, che era una donna piena di saggezza, diceva che in ogni leggenda si nasconde sempre un fondo di verità.
Laria aveva raccontato di un principe troiano di nome Paride a cui tre Dee straniere avevano chiesto di giudicare chi tra loro fosse la più bella, promettendogli in cambio doni favolosi; Paride aveva scelto il dono della Dea dell’Amore e cioè l’amore della donna più bella del mondo: Elena, regina di Sparta, già moglie di Menelao, principe di Micene.
Quella scelta, però, s’era rivelata infelice e sciagurata poiché aveva trascinato in una lunghissima guerra contro Troia, risoltasi con la caduta della città, molti dei Re della terra.
Nefer non era ancora nata quando quegli avvenimenti avevano avuto inizio, ma poteva costatare quanto dolorose fossero ancora, per i protagonisti, le conseguenze.
Lei non poteva né voleva giudicare quegli eventi poiché appartenevano ad altre genti, di altre terre, che seguivano altre consuetudini ed adoravano altri Dei, ma… una donna che tradiva il proprio marito, dopo averlo fatto Re, per seguire un altro uomo…

Come richiamata dal suo sguardo, la regina Elena si voltò verso di lei. Le puntò addosso uno sguardo lucente, trasparente, luminoso, che ricordava acque azzurre attraversate da brezze, raggi splendenti… Nefer si sforzò di non provare pietà per quella donna, ma qualcosa dentro di lei, estranea alla sua volontà, la conduceva verso di lei.
Gli Dei! Pensò. La colpa era tutta degli Dei.
Brutto affare ingelosire una Divinità… ma anche gli uomini, sempre in cerca di gloria, di avventure, di bottini. Uomini che…
L’ingresso di un gruppo di cantori e musicisti interruppe i suoi pensieri. L’arpista era già in attesa e un giovane, avvenente cantore, cominciò il suo canto accompagnandosi con le note di un liuto.
    “Gettate alle spalle crucci e pene e volgete l’animo alla gioia –cantava-
      finché si leverà il giorno in cui
      dovremo viaggiare verso la Terra-che-ama-il-silenzio…”
La musica era dolce e le danzatrici si muovevano con grande grazia. L’attenzione di tutti, però, non era per loro, ma per il Re di Sparta, che il Faraone aveva invitato a prendere la parola.
Re Menelao cominciò a raccontare. Narrò delle peripezie che lo avevano trascinato per mare con i compagni fino a sospingerlo verso la terra d’Egitto.
“La mia storia è intessuta di dolori e sciagure – cominciò– La collera del Tonante Zeus ha spinto fin qui me, la mia sposa e i pochi compagni che mi rimangono   e nulla del ricco bottino depredato a Troia.”
Apparve subito,  da quelle prime, sofferte  parole, lo spettro di una guerra conclusa con l’inganno.
Era noto dappertutto, anche in Egitto, l’inganno ordito da un astuto guerriero di nome Odisseo e del suo grande cavallo di legno spacciato per sacrificio offerto ad un Dio di nome Poseidone.
Re Menelao parlava, parlava, parlava e sciacquava le parole con piccoli sorsi di un corposo vino proveniente dalle vigne del tempio dio Ammon, annacquato ed aromatizzato, contenuto nella coppa d’oro che gli stava davanti. Narrò della caduta di Troia, dell’ultimo assalto degli Achei e della loro partenza carichi di bottino. Molti loro, disse, come Agamennone, Odisseo ed egli stesso, avevano dimenticato di placare con sacrifici l’ira degli Dei di Troia. Soprattutto l’ira di Atena, corrucciata con gli Achei, spiegò, perché sotto il suo altare, il guerriero Aiace aveva violato Cassandra,  figlia di re Priamo e sacerdotessa della Dea.
L’immagine della Dea, disse con voce rotta dall’emozione, aveva distolto lo sguardo con orrore dalla scena di violenza.
Mentre Menelao parlava, la regina Elena piangeva e nel silenzio profondo si udivano soltanto le parole dell’Acheo e i singhiozzi della regina di Sparta.

Il volto commosso e impietosito da tanta tragedia, la principessa Nefer non si accorse di piangere lei pure, se non quando, un rivoletto di lacrime le inondò la guancia. Piangeva il destino di tutte le donne che quella guerra aveva ferito: Cassandra vittima della cieca violenza di un guerriero vincitore, Andromaca, madre e sposa sfortunata, Ecuba, madre infelice, Enone, sposa abbandonata. Piangeva per tutte le donne vittime di quella e di altre guerre e piangeva anche per Elena e il suo destino di donna troppo bella. Piangeva per lei e con lei ed intanto Menelao continuava a raccontare, dosando parole e tempi con grande lentezza, quasi che ognuna di quelle parole gli costasse fatica e dolore; parlava con essenzialità e senza l’uso di parole superflue, come si faceva invece a Tebe, dove la consuetudine di parlare era diventata un uso ed abuso di parole inutili che allungavano le frasi e le rendevano deboli e spesso incomprensibili.
Questo rendeva il racconto dell’ospite ancora più drammatico e le sue lacrime e quelle della regina Elena, sempre più copiose.
“Sanguina il cuore rivolto alla casa lontana – il racconto dell’illustre naufrago si avviava alla conclusione – ed esulta ogni volta che gli occhi scorgono una terra all’orizzonte, ma ogni volta, Poseidone sconvolge le acque, scatena i venti e sospinge lontano i legni…. A gran fatica raggiungemmo la tua terra, o Figlio di Osiride.”
Gli occhi del guerriero acheo, mentre parlava, fissavano un punto imprecisato del mosaico del pavimento: una moda approdata in Egitto dalla sua terra. Quando si rivolgeva al faraone o alla Regina d’Egitto, però, levava su di loro gli intensi occhi azzurri come il suo mare.
“… così riuscimmo ad approdare in una delle molte insenature di un’isola.” si concluse il racconto.
Nefer si passò le dita sul volto rigato.
“Mia dolce signora. – un’ancella le porse il catino; piangeva anche lei – Cancella il pianto con l’acqua e alleggerisci il cuore con una coppa.”
Nefer prese il catino, vi affondò le dita, agitandone lievemente l’acqua.
La superficie andò improvvisamente muovendosi. Nefer restò a fissarla.
Sopra la sua testa, intanto, Ammon veleggiava veloce verso occidente e il suo bagliore riverberava nelle gocce che cadevano dalle mani e in quelle che le coprivano il volto proteso. Seguì un lieve vertigine, accompagnata da una leggera inquietudine: i lineamenti del volto riflesso nell’acqua erano i suoi, ma la zazzera scomposta e soffice e gli occhi che ricambiavano il suo sguardo, quelli non erano davvero i suoi.
Comprese di avere di fronte l’altra “se stessa”.

Si guardarono e si fissarono, la principessa Nefer ed Isabella, e si chiesero la stessa cosa: riuscivano l’un l’altra anche a “vedersi” mentre si fissavano?
“Mi… mi senti? – fu la principessa Nefer ad approcciarsi per prima – Qual è il tuo nome?... Ti chiami Nefer anche tu?”
“Nefer… Nefer, sorellina…”
Una voce la strappò dall’abissale lontananza; la principessa sollevò lo sguardo che andò a naufragare in quello del  principe  Thotmosis .
“Ancora i fantasmi delle tue visioni, sorellina?” chiese il ragazzo.
“Non sono fantasmi, ma persone reali come me e te.” scosse lei il capo.
“Per la Barba di Seth!” esclamò il principe afferrando la coppa di vino spumeggiante che un servo gli tendeva. Un’ancella vi aveva lasciato cadere un petalo di profumatissimo loto blu; Thotmosis le sorrise, sorseggiò, poi tese la coppa alla sorella.
Alle ragazze non era consentito bere vino, soprattutto in presenza di estranei, benché al gineceo le mogli delle guardie portassero loro da bere di nascosto, ma si trattava sempre di un vinello dolce e leggero
Nefer tese la mano per prendere la coppa, ma qualcosa riaffiorò dal profondo del suo essere: qualcosa simile ad un ricordo lontano.
Fu come se quel velo di minuscole scintille che sempre imprigionava le sue “visioni”, si fosse finalmente squarciato.
Ricordò.
Ricordò voci, volti, nomi: Isabella, Alì, Alessandro, Jim, Hammad…Osor.
Ricordò le loro voci risuonanti nelle orecchie; riudì le risate, le esclamazioni di stupore.
Non più solo come in un sogno, ma reali.
“… la morte giungerà sul petalo del loto blu caduto nella coppa…”
Quelle parole le attraversarono la mente come un lampo. Si lanciò in avanti per afferrare la coppa che aveva restituito al fratello e che questi stava portando alle labbra, ma un capogiro la fermò e quel velo di scintille tornò a ricomporsi e ad avvilupparla strettamente.

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La principessa Nefer riaprì gli occhi.
“Isabella.”
La stavano chiamando con il nome dell’altra “se stessa”. Sapeva, però, di non “essere” Isabella. E sapeva di non essere neppure soltanto più la principessa Nefer. Sapeva di essere parte di entrambe.
C’era Osor accanto a lei e lo sguardo della prodigiosa creatura era più intenso e più “vivo” che mai ed indusse in lei una malinconia improvvisa. Un presentimento.
Comprese, senza bisogno di parole.
“Devi andare?” bisbigliò.
Osor annuì.
“Perché? Perché vai via?” domandò.
“Il compito di Osor, il Guardiano della Soglia, è terminato e Osor deve andare.”
“Io non voglio che tu vada via.” Gemette Isabella-Nefer
“Io non ti lascio…  -  Osor indietreggiò verso l’uscita con un sorriso indecifrabile sulle labbra - Io tornerò,. Tutte le volte che chiamerai ,  Osor, il Guardiano della Soglia, accorrerà a liberare dalle insidie il cammino di Isabella, la sua Signora.”
“Isabella|… Mi hai chiamata con il mio nome. – stupì la ragazza – E’ la prima volta che mi chiami così…”
Osor sorrise ancora, in quel modo indefinibile che solo lui era capace di avere e  arretrò 

EPILOGO


                                      
                                                   EPILOGO

L’aereo che avrebbe riportato Isabella in Italia, finite le vacanze, sarebbe
decollato dall’aeroporto de Il Cairo alle sette del pomeriggio. La ragazza raggiunse la capitale in compagnia del fratello nel primo pomeriggio e con lui si recò per un’ultima visita al Museo.
Immediatamente riconosciuto, la sua fotografia era su tutti i giornali, Alessandro fu subito assediato da fotografi e curiosi e la ragazza si allontanò indisturbata, confondendosi tra la gente che affollava le sale del  Museo.
Non si lasciò distrarre, come le altre volte, dal simulacro del faraone Eknathon, che con le sue fattezze imponenti e un po’ deformi, inquietava gli animi dei visitatori; non si lasciò attrarre dalle Sale del Tesoro di Thut-ank-Ammon, che occupavano buona parte del piano. Avanzò oltre, verso l’ala estrema del piano dove era stata allestita la “Sala della principessa Nefer”: una copia esatta della tomba da poco scoperta.
Il fratello le aveva detto che il sarcofago non era stato aperto, ma, inspiegabilmente, in lei si era quietato quello spasmodico desiderio di vedere  l’altra “se stessa”. Le mani, però, indugiarono a lungo nel toccare e accarezzare le immagini esterne del sarcofago: una stilizzata dea Iside e un’alata dea Nut.
Dalle ampie vetrate si vedeva avanzare il crepuscolo della sera e c’era in esso un accento di malinconia Un’ombra, d’improvviso, cadde alle sue spalle, familiare e cara, e uno sguardo le sfiorò la nuca. Di colpo si voltò.
“Osor!... Osor, sei tu? Sei tornato? - la voce tremava di intensa emozione – Sei qui per proteggere la principessa Nefer?”
Osor raccolse le mani tese di lei e la tenne fra le sue. Non disse nulla, ma lei comprese.
“Tu… Tu sei legato a questo luogo. – disse – Vero?”
La prodigiosa creatura la guardava con quei suoi occhi piedi di magia e di splendore, poi scosse il capo e sorrise.
“No! – rispose – Osor, il Guardiano della Soglia, ed Isabella-Nefer, non saranno mai legati a null’altro che a se stessi. – un rumore di passi in avvicinamento – Vai, ora.. Vai,.” aggiunse.
“Ti rivedrò, Osor? Ti vedrò ancora, amico mio unico?” chiese lei con voce affannosa.
“Il Guardiano della Soglia tornerà ogni volta che Isabella-Nefer chiamerà! Vai… vai…”
Isabella assentì col capo, sciolse le mani da quelle di lui e restò immobile a guardarlo indietreggiare e rientrare nelle ombre della sala da cui era uscito.
La porta alle spalle si spalancò per lasciar entrare il fratello.

                                                       F I N E

Segue  (per chi fosse curioso di sapere se Isabella e Nefer si incontreranno un giorno) il secondo volume dal titolo: