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QUI RAMSETH, PASSO E CHIUDO

INTRODUZIONE

Siamo nell’Antico Egitto – Nuovo Regno - XVIII Dinastia.
Emma e Ramseth sono due ragazzi  che comunicano attraverso un computer sperimentale, ma che sono separati da uno spazio di tempo di 3.500 anni.
Emma è una studentessa, figlia di uno scienziato che conduce  ricerche sulla Intelligenza Artificiale e Ramseth è un ragazzo dell’Antico Egitto, studente della “Casa della Vita”, la Scuola del Tempio di Ammon, a Tebe.

La teoria della relatività del tempo e dello spazio, la moderna ricerca scientifica, la misteriosa e inquietante storia del Faraone Thut-ank-Ammon, sono il filo conduttore di questa storia.
Al suo interno si snodano le fantastiche avventure di Ramseth, amico personale del Faraone e di Emma, ragazza del XXI secolo, che si intrecciano in un crescendo di emozionanti scoperte.
I due ragazzi si scambieranno motizie e conoscenze sulla propria epoca e faranno conoscere al lettore misteri ed enigmi che ancora oggi fanno discutere ricercatori e gente comune.
Due civiltà a confronto: l’epoca faraonica e l’epoca tecnologica.

Nota dell’autrice.
Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1990 ed adottato come libro di testo di narrativa italiana nelle Scuole Medie e nel Biennio Superiore, ha avuto diversi riconoscimenti e diverse edizioni ( 6 edizioni.
Ha fatto da supporto in diversi Laboratori Didattici, Attivita’ Interattive e Riduzioni Tetrali in numerose Scuole Medie ed è stato Presentato al Salone del Libro di Torino ed in vari Circoli Letterari e Culturali.

Si tratta di un libro di carattere storico-fantascientifico supportato da rigorosa ricerca storica, tecnica e scientifica, cui si è aggiunto l’elemento fantasia per rendere la lettura più leggera ed avvincente… adatta ad ogni tipo di lettore.

Cap. I - Omikron

 

CAPITOLO  I  -  OMIKRON

 

Era proprio un bel telescopio ed Emma corse sul balcone per vederlo; la sacca di jeans con i libri di scuola volò nella stanza e finì sul letto.
Poggiato su una base di legno, il telescopio puntava la canna della lente a specchio  contro il cielo e pareva aspettare solamente l’occhio umano per spiare remote distanze.
“E’ splendido! – esclamò, girandosi a guardare sua madre, che l’aveva raggiunta alle spalle – Non potevate farmi regalo più bello.”
Sedici anni, un po’  rotondetta, un musetto sbarazzino, Emma era una ragazza dinamica ed allegra. Aveva due splendidi occhi neri grandi e luminosi sotto un morbido caschetto che andava a posarsi sull spalle e che conferiva al suo volto un’espressione tipicamente romantica.
Emma aveva due grandi passioni: le stelle e il computer.
Passava mattinate intere in compagnia di Omikron, il suo computer, in una sfida eccitante e sempre più stimolante e serate intere dietro un cannocchiale puntato contro il cielo.
Si era anche iscritta ad una specie di club per appassionati di stelle ed era in contatto epistolare con riviste scientifiche astronomiche che, per la sua giovane età, l’avevano accettata come socio onorario.
Cercare “quel che di profondmente nascosto dietro le cose”, come diceva Einstein, ecco ciò ch appassionava Emma e suo padre l’assecondava nella ricerca.

Il professor Curti era uno scienziato. Era un ricercatore nel campo della Intelligenza Artificiale e uno studioso, tra i più insigni d’Italia, della visione artificiale e della memorizzazione di una macchina.
I suoi progetti erano ambiziosi e competitivi come quelli americani e giapponesi.
“Ti prometto solennemente… - la ragazzina si portà la mano al petto – che per un mese intero laverò i piatti.”
“Ah.ah.ah… - rise sua madre, poi, guardando l’orologio – Santo Cielo! Sono in ritardo. Devo correre all’aeroporto. L’aereo di tuo padre atterra tra meno di un’ora.”
“Poso venire con te, mamma?”
“Certo! Ma credevo che ti saresti attaccata al tuo telescopio.” sorrise la donna.
Piera Curti era una donna moderna, dinamica, giovanile. Fisicamente Emma le somigliava moltisimo; fece una carezza a sua figlia poi si voltò per raggiungere la porta.
“Sono ansiosa di vedere papà. Ha sempr tante cose da raccontare quando torna dai suoi viaggi.”

La macchina era già fuori del garage, nel vialetto alberato di tigli; madre e figlia la raggiunsero.
“Sono ansiosa di vedere i regli che papà mi ha portato dall’Egitto.” disse Emma, prendendo posto accanto alla madre, già alla guida.

Trovarono il professor Curti al bar del’’aeroporto di Caselle che stava prendendo un caffè in compagnia di un signore.
Alto,  leggermente brizzolato, un paio di occhiali posati quasi con noncuranza sul naso, il professore era un uomo dall’aria simpatica.
Lo sguardo un po’ svagato, tipico dell’uomo di studio, il mento volitivo, la mascella quadrata, Ernesto Curti era una persona tranquilla dall’aria cordiale.
Al contrario, l’uomo che lo accompagnava, molto giovane,  simpatico, affascinante, occhi e capelli nerissimi, colorito bruno, era un bel ragazzo davvero e non passava di certo inosservato.
Si chiamava Dario Cardiff, da poco laurato in Fisica Nucleare ed era un collega del professore.
“Ciao, papà!”  gridò la ragazza correndo incontro al padre.
“Ciao, piccola! Tutto bene? – il professore l’abbracciò, poi abbracciò la moglie – Ti presento il dottor Dario Cardiff – disse rivolto alla donna, poi al giovane – Lei è mia moglie Piera e questa signorina è Emma.”
“Lieta di conoscerla, dottore.”
Emma tese la mano.
“Niente dottore. Mi chiamo Dario.” sorrise il giovane.
“Ciao, Dario!” Emma rispose al sorriso.
“Sono felice di conoscerla, signora.”
Dario si girà verso Piera Curti.
“Fa molto piacere anche a me.”

I quattro salirono in macchina.
“Dario resterà a cena da noi.” informò il professore mettendosi accanto al posto di guida; Emma e Dario sedettero dietro.
”Con molto piacere.” sorrise la donna.
“Spero di non procurare molto disturbo.” 
“Ma le pare, Dario?” tornò a sorridere Piera avviando il motore.
“Questa sera potremo assistere ad un tramonto inconsueto. – interloquì Emma – Sai, papà…  è arrivato il telescopio.”
“Molto bene! Sarai contenta!” rispose il padre, girandosi a guardarla.
“Felicissima!”
“Ti piace l’Astronomia?” domandò il giovane, accanto a lei.
“Moltissimo. – ripose la ragazza – Mi appassiona quasi quanto un computer… forse anche di più!”
“Una fortuna che Emma ci abbia chiesto un telescopio per la sua promozione,  quest’anno e non un motorino. – disse la donna, infilandosi  nella statale diretta in città -  Con i pericoli del traffico, è una consolazione per noi…”
“Non è che lo scooter non mi piaccia…” rettificò sorridendo la ragazzina.
“Fermati davanti a quell’edicola. – disse il professore alla moglie – Prendo l’ultimo numero di Archeologia.”
La donna frenò e la vettura si fermò con un rantolo; erano giunti a Torino. Il professore ne discese, atteaversò la strada e si avvicinò all’edicola, dove  comprò la rivista.

Ernesto Curti era appassionato di Archeologia ed era di ritorno da un viaggio-studio in Egitto, studi che conduceva quando non era impegnato con il proprio lavoro o era in vacanza.
Da uno di questi viaggi aveva portato qualcosa che aveva aiutato molto il suo lavoro. Qualcosa che riteneva assai preziosa: un pezzo di pietra. Un cristallino, forse un pezzo di meteorite, che aveva immediatamente colpito il suo occhio professionale.
Si trattava quasi sicuramente di un frammento di meteorite o di asteroide. Non ne era ancora assolutamente certo. Di sicuro sapeva solo che era ricco, incredibilmente ricco, di silicio. Un quantitativo enorme di silicio che avrebbe poortato avanti di molto l’hardware, il computer in elaborazione di Emma, cui erano indirizzate le sue ricerche: OMIKRON, come l’aveva battezzato sua figlia.

Da qualche anno, un gruppo di scienziati italiani, tra cui lo stesso professore, avevano spinto le ricerche in maniera davvero avanzata, giungendo alla vigilia, ne erano certi, di una grande conquista nel campo dell’Intelligenza Artificiale: dare al computer la possibilità di capire i segnali luminosi ed organizzarli ad alto livello.
In altre parole: dotare la macchina di sensi.
Il computer tradizionale non era in grado di svolgere questo compito, sia per dati, sia per istruzioni. Occorrevano più computers connessi, uniti in parallelo, in cui fare contemporanemente diverse elaborazioni su diversi punti dell’immagine.
Un esempio: la vista della macchina.
Occorrevano processori più potenti e memoria più ampia.
Il professore sperava che il cristallino rinvenuto tra le rovine di Tebe, sulla riva orientale del Nilo, per il suo altissimo contenuto di silcio, elemento base per la memorizzazione della mcchina, potesse davvero aiutarlo molto.
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Erano trascorsi due mesi dal viaggio in Egitto e c’erano ospiti, quel giorno, a casa del professore e la converazione era animata ed appassionata.
“In altre parole, comprimere un’ora in un secondo.”
L’ospite si portò la sigaretta alla bocca con gesto meccanico; la sigaretta era spenta e un bel cartello, molto chiaramente riportava:”non fumare”.
“Di più! –  spiegò il professore – Di più! E’ comprimere un’ora in un decimo di secondo.”
“Una macchina capace di realizzare un miliardo di LIPS… è davvero un progetto molto ambizoioso.”
“Certo! – esordì Dario, c’era anche lui – E con simili prestazioni sarà possibile ottenere risultati strepitosi in ogni campo. Quello più importante è la memoria: una capacità di memoria che permetterà risposta ad ogni quesito, permettendo di attingere direttamente all’intera conoscenza umana.”
“Suggestivo! – replicò l’uomo – ma il traguardo…”
Costui era un uomo non più giovane. Vestiva di blu e grigio, a quadri; un abito dal taglio giovanile che rendeva meno severa l’espressione del suo volto. Sui cinquant’anni, stempiato, brizzolato, naso largo e carnoso, bocca larga, denti protesi e grossi; le orecchie, però, erano piccole e un po’ piatte e stonavano con le proporzioni del capo e della faccia.
Se è vero che ognuno di noi ricorda le sembianze di un animale, quel volto proteso in avanti, dalla radice del naso al mento, ricordava una testa di cavallo… ma molto simpaticamente.
“Il traguardo? – spiegò il professore – Non troppo lontano… forse due o tre anni…”
“Non le fa impressione una macchina con spetti quasi umani?” replicò l’altro.
“Si rassicuri, signor Lamberti. – sorrise il professore – Nessuna macchina avrà mai capacità umane. Non si lasci trasportare da certa letteratura e certo cinema…”
“Una macchina è capace solo di eseguire ordini con velocità e precisione. .. Nulla di più!”
L’attenzione di tutti si spostò sull’uscio e sulla persona che stava facendo il suo ingresso e che disse subito, in tono di scusa:
“Scusate!… Non volevo intromettermi nei vostri discorsi.”
“Vieni avanti, ragazzina. – sorrise l’uomo in grigio – Hai detto una cosa molto giusta!”
“Questa ragzzaina è mia figlia. – disse il professore – Vieni, Emma. Vieni a salutare il professor Lamberti.” e sul suo volto comparve un’espressione di paterno orgoglio.
Emma avanzò nella stanza.
“Siedi con noi e concludi il tuo pensiero.” sorrise ancora Lamberti.
“Grazie! – Emma sedette – Dicevo che la macchina fa solo quello che le viene ordinato… E’ vero – aggiunse  - che negli ultimi tempi sono stati creati linguaggi evoluti… quasi umani… Dialogare con un computer, però, non è poi così complicato! – il professore fece un cenno affermativo col capo e lei continuò –Il linguaggio LOBO, ad esempio, è stato introdotto perfino nelle Scuole. Proprio questa mattina se ne parlava in classe. Credo che una  commissione parlamentare… crisi permettendo, ah.ah.ah… abbia preso in esame la possibilità di introdurlo in tutte le scuole italiane.”
“Sei molto informata.”
“Io continuerò gli studi di mio padre, signore.” sorrise Emma, poi si girò in direzione della madre che stava giungendo con un vassoio pieno di tazze fumanti e che salutò dicendo:
“Ho preparato della buona cioccolata.”
“Brava, mamma! – disse Emma, andandole incontro per prendere il vasoio e distribuire le tazze – Ahi, come scotta! – disse portandosi alle labbra una delle tazze – Però, è tanto buona!”
“Buona davvero! – si complimentarono tutti – Buona davvero!”
Piera Curti sorrideva contenta e soddisfatta.
“La macchina – chiese – sarà un giorno in grado di eseguire ordini mentali?”
“E’ il sogno dell’uomo moderno da quando questa corsa ha avuto inizio. – rispose il marito – Oggi il computer ubbidisce agli ordini più complicati, ma  non sarebbe in grado di rispondere al più semplice dei quesiti se non gli  si descrivesse nei minimi particolari quello che si vuole da lui.”
“Ubbidisce passivamente, dunque!”
“Le ultime ricerche sulle emissioni di onde cerebrali fanno ben sperare.” spiegò il professore, avvolgendo con uno sgurdo carezzevole la persona della moglie. C’era, tra i due, un’intesa perfetta, che traspariva da sguardi e gesti.
“Davvero? – domandò Piera Curti – Di che si tratta?”
“Secondo questi studi, – spiegò il professore – onde e radiazioni provenienti dal cervello vengono emesse prima ancora che la persona pronunci le parole che intende pronunciare. E’ stato anche scoperto che ad ogni parola corrisponde una radiazione diversa.”
“Ma allora… - osservò la donna – In questo modo si possono risolvere i problemi dei sordomuti.”
“Molto è stato già fatto. – spiegò lo scienziato – e molto si farà ancora.”
“E’ una ricerca così affascinante! – interloquì Dario Cardiff – Tanto che null’altro è ugualmente affascinante ed entusiasmante!” continuò, lasciandosi trasportare dall’entusiasmo.
“Dimentica le stelle, Dario.” replicò Emma.
“E’ vero! – disse suo padre – La nostra Emmolina ama i computer quanto le stelle.”
Le sorrisero tutti.
“Adesso, però, devo tornare in camera mia. – Emma rispose al sorriso – Domani ho un compito di matematica.” spiegò, alzandosi e salutando,  poi  si allontanò, seguita da sguardi sorridenti e compiaciuti.

Cap. II - Ramseth

“Emma, domattina devi alzarti presto. – la madre della ragazza spinse la porta del balcone. Emma era dietro il suo telescopio con gli occhi incollati sul firmamento; una penna in mano e numerosi fogli sparsi sul tavolino, a destra del potente strumento di osservazione – A letto non più tardi della mezzanotte.”
“Va bene, mamma.”
“Guarda che dico sul serio. – la donna si chinò a sfiorarle la guancia – Mezza notte e non oltre.”
“Ma certo, mamma! Certo!”
“Che cosa stai osservando?”
“La Costellazione del Cigno. Comincia a vedersi  già abbastanza bene, ma si vedrà meglio fra qualche settimana.”
“Ha qualcosa di particolare questa Costellazione?”
“A me interessa osservare la Cygnus 3, che è una pulsar…”
“Pulsar? – domandò la donna – Che significa?”
“E’ una stella pulsante che orbita intorno ad una stella di massa più grande. Si tratta di un sistema binario… due stelle raggruppate..”
“Capisco…”
“Quelle stelle… le pulsar, dico, emettono misteriose particelle ad altissima energia.”
“Che vuol dire?”
“Sono protoni.” spiegò la ragazza, felice di quell’interesse.
“Veramente, tesoro, non ricordo più cosa sia un protone.”
“I protoni sono nuclei positivi dell’idrogeno.” spiegò Emma.
“Brava!… Bravo il mio piccolo genio!”
“Non ci vuole così tanto ingegno, eh.eh… - sorrise la ragazza – Vuoi saperne di più su queste particelle?”
“Ma certo, tesoro.”
“Quando queste particelle, emesse lungo un fascio che ruota secondo la rotazione della stella binaria… insomma, voglio dire che c’è un’altra stella… Quando queste particelle, dicevo, si scontrano con quelle della compagna, danno origine ad un nuovo tipo di particelle che si dirigono nello spazio e verso la Terra.”
“Ho capito.”
“Se pensi – continuò la ragazzina, assai soddisfatta – che questa Cygnus 3 ruota intorno alla compagna ogni quattro , otto ore, puoi capire tutta l’energia che arriva sulla Terra.”
“Davvero interessante! Ora vado a dormire, ma anche tu non oltre la mezzanotte. Mi raccomando!”
“Va bene, mamma… Mi fermerò solo qualche minuto ancora per mettere a posto gli appunti che ho preso sulla stella binaria.”

Poco dopo, Emma  lasciava il balcone e rientrava in camera; una camera bella e spaziosa, con un arredo giocato sul verde e il bianco: molto romantica. Lettino con cuscino alla francese, nell’angolo vicino al balcone una bella toeletta in stile, laccata come armadio, libreria e scrivania, qualche pianta: una camera d’altri tempi.
Così si sarebbe detto, senza quell’angolo occupato dal computer e dai suoi arredi e la parete opposta con tutti gli oggetti per lo studio e l’osservazione delle stelle.
Emma andò presto a letto perché voleva vedere la Costellazione tra il finire della notte e l’inizio del giorno e l’alba la trovò già sveglia e in piedi.
Uscendo dal bagno e passando davanti al computer, la ragazza si  fermò stupita.
“Credevo d’averlo spento, ieri sera. – pensò sottovoce – Anzi, sono sicura di averlo fatto. Com’è che ora è attaccato? Non può essersi acceso da solo.”
Tese una mano verso la levetta d’accensione, ma fermò il braccio a mezz’aria.
“Per tutte le Galassie dell’Universo! – proruppe – Ma… ma che cosa sta accadendo al mio computer?”
Ritirò il braccio.
Il video era come impazzito: numeri, segni, lettere si susseguivano con rapidità tale da dare vertigini e poi, quello strano ronzio nelle orecchie, quel cerchio alla fronte, quell’improvviso calore nella zona addominale.
“Cosa sta accadendo anche a me?” bisbigliò indietreggiando.
Sul video, intanto, le immagini continuavano a susseguirsi a ritmo sempre più serrato, poi una voce: metallica ed indistinta e suoni crescenti e senza significato.Anche la consolle pareva impazzita.
“Per la barba della vecchia Cometa! Il mio amico Omikron sta impazzendo!”
“Let… quark…mes… fas…”
La voce, stridula e metallica proveniente dal computer, riempiva la stanza di vibrazioni.
“Ma cosa cavolo stai dicendo, Omikron?” esclamò la ragazza.
“Raf… ram… - continuava la macchina – ram… rams… Ramseth…”
“Ramseth?… ma che accidenti stai dicendo, Omikron? Ti ha dato di volta il cervello… il cercello… Già!”
“Ramseth… Ramseth… - adesso la voce era chiara e le vibrazioni nell’aria erano meno aspre – Ramseth… Io sono Ramseth… O Ammon… parlami…”
“Emma! Emma, non Ammon… - proruppe la ragzza - Ma che scherzo è questo?”
Emma fissava lo schermo stupita e preoccupata.
“Ammon… dispensatore di vita e di luce… io ti sento…”
“Ma chi parla?… Chi è che…”
La frase si spezzò sulle labbra della ragazza: sul video le linee si erano ricomposte, le figure contorte avevano preso ben definita forma ed ecco d’improvviso apparire un volto.

 

Era un volto di ragzzo. Bellissimo e dolce, dall’ovale perfetto. Le labbra erano carnose e grandi e gli occhi nerissimi e allungati verso le tempia da una linea di kajal; anche le sopracciglia erano infoltite dall’uso di una matita per trucco.
L’espressione era gentile; un po’ incredula, ma gioiosa: quasi fosse in uno stato di beatitudine.
Gli copriva la testa un copricapo che ricordava quello degli antichi egizi e da cui spuntavano ciocche di capelli nerissimi.
“Che mi venga un accidenti!… Che scherzi mi stai combinando, Omikron? – proruppe la ragazza – Tu non sei…”
“Ammon divino e luminoso, parla con Ramseth.”
Ancora una volta la voce la interruppe.
“Ramseth? Ti chiami Ramseth?… - domandò Emma con espressione dubbiosa - Da dove stai trasmettendo? Chi sei?… Io non mi chiamo Ammon… il mio nome è Emma… Emma!… Hai capito? Tu, chi sei?” ripeté.
“Emma… cosa significa Emma?… Non è il mio Dio che mi parla?”
“E’ uno scherzo? – la ragazza era sempre più stupita e sconcertata. Qualcuno stava manipolando il suo computer, si domandava – Come hai detto che ti chiami?” domandò.
“Ramseth… Ramseth è il mio nome.”
“Ramseth… - ripeté la ragazza – Non conosco nessuno conq uesto nome. E’ un nome egizio… lo so perché conosco la storia dell’Antico Egitto… qualcosa, almeno… Non vorrai dirmi che mi stai parlando da…”
Per l’ennesima volta la voce la interruppe:
“Hut-ka-Ptha... Egitto… è il nome della mia terra… Tebe è la città dove vivo.”
“Accipicchia!… Sei un Faraone dell’Antico Egitto?” domandò la ragazzina, che cominciava a prender gusto a quello che, pensava, doveva essere lo scherzo di qualcuno.
“No! Io sono Ramseth!… Thut-ank-Ammon è il Faraone d’Egitto. – fu la sorprendente risposta – Figlio del figlio della regina Tyi. Ella lo ha generato da Ammon…”
“Certo. – fu Emma ad interrompere lui – So tutto del faraone Thut-ank-Ammon e della regina Tyi; so della regina Nefertiti e del faraone Akhenaton e so…”
“Se sai tutte queste cose e non sei Ammon, chi sei?… - il bel volto, sullo schermo, pareva sinceramente sconcertato e  questo finì per sconcertare, anche la ragazza, che guardò l’espressione insolita del proprio volto riflesso nello specchio della toeletta, di fronte a lei – Odo la tua voce, ma non vedo la tua figura… - Dove si nasconde la figura cui appartiene la voce che mi sta parlando?”
“Che cosa vuoi dire?… Che tu non mi vedi? Che strano! – Emma cominciò davvero a preoccuparsi -  Io, invece, ti vedo bene… vedo bene il tuo volto… i tuoi occhi…”
“Sei parte del mondo dei vivi o di quello dei morti?” la sorprese ancora la strana visione.
“Sono una persona viva.” rispose.
“Per quale magia, allora, ti sento e non ti vedo? Io mi sono prostrato come tutte le mattine davanti all’altare che Nsitamen, mia madre, ha alzato per onorare gli Dei. Ho inviato il mio omaggio al Sole che sorge dietro le montagne e credevo che Ammon avesse udito lo mie parole. Se non sei una Dio, ma sei invece, una cretura mortale, come puoi parlare con me senza farti vedere? Che arcano è mai questo?”
“A me lo chiedi?…Posso spiegarti così… almeno, credo… Io vivo nel futuro… forse… ma… non mi chiedere per quale arcano… come dici tu, sia riuscita a mettermi in contatto con te, perché non lo so!.. Ma, dimmi. – riprese la ragazza dopo una pausa piena di attonito silenzio – Davvero non si tratta di uno scherzo, vero? Mi stai parlando davvero dal passato?”
“Oh! –proruppe il ragazzo -  Tu vuoi mettere alla prova il povero Ramseth e forse davvero non sei Ammon… Tu sei Aton, il Dio di Akhenaton, Creatore di se stesso e di tutte le cose. Sei il grande Disco che sta per alzarsi  nel cielo. Le ancelle divine hanno già spazzato le ultime ombre e Tu stai per apparire a Ramseth nel Tuo grande splendore.”
“Accipicchiolina! – proruppe tra sé la ragazza – Se non sto sognando…. Forse ho capito! Se ricordo bene, il faraone Akhenaton praticava il culto del Dio-Sole – poi, a voce alta – Tu, Ramseth, stai aspettando il sorgere dell’Aton, il Grande Disco, per adorarlo?” domandò, con sempre maggior sgomento. mentre cominciava a prendere finalmente coscienza dell’incredibile “arcano”, come l’aveva chiamato il ragazzo, che stava avvenendo. Cercò un linguaggio un po’ più appropriato al caso.
“Io che aspetto il Padre Divino irradi la sua luce. – lo sentì riprendere - Io lo ringrazierò con un scrificio per avermi concesso il privilegio di avermi fatto sentire la Sua Santa voce attraverso la pietra di luce del mio altare…”
“Aspetta.. aspetta! – lo interruppe Emma  a questo punto – Di quale pietra di luce” stai parlando?”
Ma l’altro, come proseguendo sul filo di un proprio pensiero:
“Ti chiamerò: Colei che parla attraverso la pietra.” disse.
“Ma di quale pietra stai parlando?” domandò nuovamente la ragazza: se quello strano ragazzo.. o cosa fosse… voleva sorprenderla, c’era riuscito davvero, pensava.
“La pietra caduta dal cielo. – fu la risposta – La pietra di luce che l’Infinito Aton mi inviato per indicarmi il luogo dove erigergli un Tempio, ora che tutti i suoi Templi sono stati abbattuti. Io gli erigerò un Tempio, quando sarò astronomo e Gran Sacerdote… perché questa è la via che percorrerò: lo studio del cielo e delle stelle che regolano il cammino degli uomini e la vita sulla terra.”
“Questa è proprio bella! – esclamò la ragazza – Ma lo sai che anch’io amo le stelle e le guardo tutte le notti? Di questo, però, parleremo dopo… Adesso parlami della pietra di luce.”
“E’ arrivata nel giardino della casa di mia madre, la dolce Nsitamen, segnando il cielo di fuoco.” spiegò quello.
“Un meteorite!” pensò la ragazza; il ragazzo proseguì:
“E’ un segno del grande Aton. Anche se è stato mandato in esilio dai preti di Ammon, – spiegò – Egli invia dal cielo fiammelle e pietre luminose e tu sei il suo Inviato Celeste.”
“Io mi chiamo Emma… Emma. Hai capito? Ehi, Ramseth… ma… mi senti? Io non ti sento più… Ramseth… Ramseth…”
“Poco ti sento.” disse anche lui; la sua voce diminuì lentamente di tono… sempre più bassa, fino a non sentirsi quasi più; anche l’immagine  stava lentamente, ma inesorabilente scomparendo dallo schermo, fino a scomporsi in una miriade di coriandoli.
“Ramseth! – chiamò la ragazza – Ramseth, rispondi… Rispondi.. Rispondi, Ramseth… Passo e chiudo!”
Sullo schermo non c’era più alcuna immagine: scomparsa. Cancellata.
Emma era più perplessa che mai.
“Ho sognato? – si disse – Ho sognato ad occhi aperti oppure ho davvero parlato con un ragazzo dell’Antico Egitto?… Ramseth!…Ho vuto un’allucinazione? A tenere gli occhi incollati sul cielo, forse… Oh! che sonno!”
Emma si sentiva profondamente stanca, come se avesse sostenuto un’immane fatica; appoggiò un braccio sulla consolle e si lasciò trasportare da una dolce sonnolenza.
“Dove sarà, adesso, Ramseth?”
Si addormentò con questa domanda sulle labbra e così la trovò sua madre un’ora più tardi.
Ma dov’era Ramseth?
 

 

Se Emma avesse potuto vederlo, avrebbe stentato a riconoscere il ragazzo dall’aspetto regale che le era apparso sul video, nel ragazzo che stava percorrendo una stradina che correva verso la periferia della città, con i fianchi coperti da un breve perizoma.  La figura era armoniosa e prometteva per l’età matura un fisico saldo e muscoloso.
Aveva lasciato le mura interne della città e stava dirigendosi verso i quartieri poveri.
All’interno di quelle mura, templi, palazzi e ricche dimore splendevano di ricchezza ed opulenza, ma all’esterno, capanne e modeste abitazioni indicavano un altro tenore di vita: uno stridore netto e privo di qualunque eccezione.
Quartieri polverosi si affacciavano sulle rive del Nilo segnati da stretti vicoli. Qui viveva ogni sorta di gente: operai, soldati, pescatori, gabellieri e perfino qualche medico per gente di poche risorse.
Quei quartieri ospitavano anche taverne e Case di Piacere, queste, però, frequentate da tutti: ricchi e poveri.

Proprio dietro una di queste Case, il vecchio Pahor teneva i suoi corsi di Teologia, lettura e scrittura; all’aperto, in un un praticello davanti alla sua casetta e setto o otto allievi lo scoltavano attentamente. Stavano seduti per terra, a circolo, intorno a lui che sedeva su uno scanno, tenendo in mano due o tre tavoltte d’argilla.
Uno di quei ragazzi era Ramseth.
Il vecchio scriba doveva conoscerlo molto bene ed aveva per lui un rispetto quasi reverenziale, ma lo trattava come gli altri, dal giorno in cui il ragazzo gli aveva detto:
“Riserba il tuo onore, di cui ignoro la ragione, per quando sarò diventato il più grande  astronomo d’Egitto. Per adesso sono soltanto un ragazzo in cerca della verità!”
In verità, il vecchio prete sapeva bene cosa volesse dire quel “ricercare la verità”: interminbili dispute teologiche  a cui il ragzzo lo sottoponeva con assalti di domande pungenti come il pungiglione delle api del suo alveare. Unico in tutto il quartiere e il cui miele attirava i suoi allievi forse ancor più che la voglia di sapere.
Il vecchio attese la prima domanda, ma questa non venne. Anzi, era chiaro che il suo discepolo preferito avesse lo spirito e la mente presi da altre cure, tanto da spingerlo ad alzarsi e ad allontanarsi senza dire una sola parola, seguito dal profumo di ciambelle appena fritte che una donna stava portando al gruppetto.

Quello delle ciambelle era un odore caratteristico di quel quartiere, assieme all’odore di vino, proveniente dalle taverne e di pesce, di cui erano sature le vie.
Quando, però, una delle tante porte delle mura che separavano quel quartiere dalla zona dei ricchi si apriva, allora arrivavano profumi di mirra, incenso, frutta e lavanda e si disperdevano lungo i moli a cui erano attaccate le barche dei pescatori e tra le loro capanne.

Ramseth lasciò quel posto e tornò sui suoi passi, fino alla porta attraverso cui era passato prima. Trovò ad attenderlo la lettiga con i due portatori neri: due giganteschi nubiani.
“Al Grande Tempio.” disse.

Il Grande tempio era il Tempio di Ammon, sulla riva orientale del Nilo.
Tebe, come tutte le città egizie, era divisa in due: la Città dei vivi sul versante orientale del fiume e quella dei morti, sull’altra riva.
Sia la Città-dei-Vivi che la Città-dei-Morti erano ricche di splendidi, colossali monumenti. Più a nord, c’era il Santuario di Karnak, con i Templi per onorare Ammon, Osiride, Iside e Ptha; più discosto c’era il Sacro Recinto del Dio-guerriero Montu, dalle sembianze di Falco Divino. A sud c’era il Santuario della dea Mut, Sposa di Ammon.
Il Santuario di Luxor, con il Grande Tempio e il Santuario di Karnak, erano collegati dalla Strada Sacra, una via ricoperta da lastre di pietra provenienti dalle cave dei monti circostanti, le stesse in cui erano scolpite le colossali statue: quasi ottocento arieti seduti che stringevano tra le zampe posteriori un statua del Faraone Amenopeth il Terzo. Attorno a questi complessi colossali, si  radunavano templi minori ed abitazioni.
Sull riva occidentale, invece, proprio di fronte ai due grandi Santuari, si stendeva la Città-dei-Morti con i numerosi Templi funerari.

La lettiga attraversò alcune strade, fiancheggiò viali alberati, case e giardini, poi la tendina si scostò e il ragazzo ordinò ai portatori:
“Fermatevi! – escese dalla lettiga e disse – Portate a casa di mia madre il prete Pahor.”
I due portatori si inchinarono fino a toccare con le mani le ginocchia, la schiena madida di sudore, poi risollevarono la lettiga, fecero un giro a semicerchio e tornarono indietro.
Ramseth si incamminò a piedi; proseguendo, però, si allontanò dal centro e prese la direzione del fiume.
Il Nilo  scorreva lento e maestoso, regale, tra i canneti, giuncaie e alti fusti di palme.
Ramseth si fermò  a guardare le barche.
Cercava un danabian, imbarcazione dalle veli di pelli.
“Osorkon si è spinto fino alla grande isola.” pensò a voce alta.
Uno stormo di uccelli acquatici si levò in volo ed alcune anatre starnazzarono; dietro di loro era comparso un coccodrillo.
Ramseth rimase a guardarlo mentre afferrava per un’ala una di quelle grasse malcapitate. Allontanò lo sguardo dalla scena; laggiù, sull’altra riva, il sole bruciava sulla Città-dei-Morti.
Cespugli odorosi di muschio lo invitarono; sedette e chiuse gli occhi; da lontano gli giungevano striduli versi di uccelli, rumori di remi e le voci dei pescatori.
 

Cap. III - Osorkon


La colazione era pronta: pane, latte, burro e marmellata e la mamma di Emma consultò l’orologio appeso alla parete della bella cucina americana, bianca e profilata di rosso.
“Quella benedetta ragazza starà ancora dormendo. – pensò – Chissà quanto tempo ancora sarà rimasta alzata a gurdare le stelle, questa notte.”
Pochi attimi dopo la raggiunse nella sua stanza; Emma era ancora lì, con la testa appoggiata al braccio, sul tavolo e stava dormendo profondamente.
La donna scosse il capo; andò ad aprire il balcone poi le si avvicinò.
“Ma benedetta ragazza! – le fece una carezza, leggera, per non spaventarla – Non sei andata a dormire” aggiunse, gettando un’occhiata veso il letto.
Emma sollevò il capo, si stropicciò gli occhi e guardò il volto un po’ preoccupato di sua madre.
“Mi sono alzata presto, ma poi mi sono appisolata sul tavolo. Ero stanca.”
“Appisolata?… Dormivi profondamente!” sorrise la donna.
“Davvero?”
“Davvero! Ora, però, in bagno e poi a far colazione.”
“Agli ordini, caporale!”
Emma  si alzò, un comico saluto marziale e si allontanò di corsa verso il bagno.
“Che strano sogno ho fatto. – pensava intanto – Un momento… ma è stato proprio un sogno?… Ma certo! – si disse, guardando la propria immagine riflessa nello specchio - Che sciocca sei, Emmolina! Era proprio un bel ragazzo, però… quello del sogno… Meglio di tutti i rospetti che conosco…  meglio perfino del protagonista di quel film… Com’è il titolo? Avatar… Sì! Avatar! O di quel bel lupo-mannaro. Ah.ah.ah... E come  si chiamava?… Ramseth!… Si chiamava Ramseth… però…”
Però non si diresse verso la cucina, appena fatta la doccia, ma tornò in camera ed infilò il c.d. nel computer.
“Se è stato un sogno… ma se non è stato un sogno – pensò a voce alta – qui deve esserci la prova… “
Armeggiò con mani febbrili e molta eccitazione e infine:
“Ti chiamerò colei che parla attraverso la pietra di luce – ascoltò col cuore in gola – Ma di quale pietra stai parlando…”
“Questa è la mia voce e l’altra… “
Un’indicibile emozione le afferrò la gola, impedendole quasi di respirare, poi salì alla testa e nuovamente scese giù, fino allo stomaco, per risalire ancor più velocemente al cervello. Non sapeva cosa fare, ma non voleva parlarne con nessuno.
“Devo avvertire papà… Egli neppure immagina che tipo di macchina abbia creato… Un ragazzo dell’Antico Egitto…”  ed intanto camminava su e giù per la stanza, senza, però, riuscire a prendere una decisione.
“Meglio non parlarne con nessuno, per ora. Nemmeno con la mamma… Mi spedirebbero dallo strizza-cervelli… Con Dario… Forse con lui potrei parlare…. Accidenti! Ma è possibile?… Cosa diceva Ramseth?… Che si mette tutte le mattine in adorazione del Sole… Forse potrei captare… Oh, Emma, ma che accidenti stai dicendo? Captare… captare…”
Emma lasciò la stanza. A tavola fu piuttosto taciturna.
Sua madre pensò che fosse la stanchezza, le fece una carezza e poi la guardò dalla finestra mentre svoltava l’angolo per andare a scuola.

Il primo pensiero di Emma, tornata a casa, fu di chiamare il professor Cardiff.  Lo fece appena si ritrovò da sola nella sua stanza e non si perse in preamboli.
“Ho bisogno di parlare con lei, Dario. – disse, sollevando la cornetta del telefono e dando al telescopo, sul balcone, una veloce occhiata - Si tratta di una questione molto seria. Ho qualcosa da mostrarle e devo farlo immediatamente.” aggiunse.
“Di che cosa si tratta?” fece una voce dall’altro capo del filo.
“Non posso parlare per telefono. Dovrebbe…”
“Facciamo così. – la interruppe Dario, impressionato dal tono concitato della voce della ragazza – Passo da te fra dieci minuti. Dovrò fare quella strada per andare in Laboratorio.”

Meno di mezz’ora più tardi, Dario era nella camera di Emma che, senza perdersi in chiacchiere, gli mostro il  c.d. Ascoltarono insieme la registrazione.
“Stupefacente! – sbalordì Dario – Veramente stupefacente. Raccontami tutto. Con ordine e senza trascurare nulla.”
“Quando mi sono alzata questa mattina, all’alba, per seguire al nuovo telescopo una costellazione, mi sono accorta che Omikron… - Emma ebbe un sorriso, che le stemperò un po’ la tensione - … il mio computer – spiegò; anche Dario sorrise – mi sono accorta che era acceso, ma ero sicura di averlo spento, ieri sera, prima di andare a letto….”
Il racconto ebbe inizio e alla fine:
“…allora ho riascoltato il c.d. e mi sono resa conto di non aver affatto sognato e che non si trattava neppure di uno scherzo.” concluse.
“Dici che quel ragazzo poteva avere la tua stessa età?”
“Ne sono certa.”
“Fantastico! – non riuscì a trattenersi il giovane – Sembra di ascoltare un racconto di fantascienza: una ragazza moderna che riesce a stabilire un contatto telepatico con un ragazzo della Diciottesima Dinastia dei Faraoni.”
“Come sa che si tratta proprio della Diciottesima Dinastia?” domandò la ragazzina.
“Thut-ank-Ammon!… Non hai detto che quel ragazzo… Come si chiama?… Per la Miseria! Ne parlo come se si trattasse della telefonata di un tuo compagno di scuola. Come hai detto che si chiama?”
“Ramseth. Si chiama Ramseth.”
“Ah, sì! Dicevo che quel ragazzo… quel Ramseth, parlava di due Faraoni: Ekhnaton e Tutankammon e tutti e due questi Faraoni appartenevano alla diciottesima dinastia.”
“Già! L’ho letto anch’io nell’enciclopedia. Ma… lei parlava di telepatia.”
“Un’ipotesi!” replicò il giovane.
“Vuol dire che, per qualche inspiegabile ragione, la mia mente è riuscita a stabilire un contatto telepatico con un ragazzo  vissuto tanti anni fa?”
“Tremilatrecentosettanta anni… anno più… anno meno!”
“Un’altra cosa: Ramseth mi parlava nella nostra lingua. Come lo spiega?”
“Questa, forse, è l’unica cosa spiegabile… Dico forse!..” aggiunse con un sorriso Dario; quel sorriso aperto e gioviale che gli guadagnava le simpatie di tutti.
“che cosa vuol dire?” replicò la ragazza.
“Se il computer ha fatto da tramite fra voi due, si è espresso nell’unico modo possibile: nel linguaggio in cui è stato programmato.”
“Non capisco! – confessò Emma – Un dispositivo di traduzione simultaneo?“ chiese.
“Oh, no! – sorrise Dario – Non credo proprio che l’antica lingua egizia sia compresa nel data base di un computer.”
“Allora?”
“Ammettiamo che un fenomeno, pur difficilmente spiegabile come la telepatia tra due persone separate da uno spazio-tempo così lungo possa essersi verificato, quale proprietà… quale meccanismo ha potuto tradurre in suoni e quindi in parole, questo contatto?  Un meccanismo o una proprietà deve esserci… Bisogna scoprire quale sia. Ecco tutto!”
“Non potrebbe essere stato quel cristallino con cui papà ha potenziato la memoria di Omikron?… Non può avergli dato questa possibilità?”
“Un po’ difficile crederlo.”
“Ramseth parlava di una Pietra-di-luce. Lo hai sentito anche tu… Oh, scusi! L’ha sentito anche lei.” si corresse la ragazza scuotendo il capo.
“Dammi pure del tu, piccolotta. – sorrise Dario – L’ho sentito chiaramente. Si tratta di un meteorite. Non c’è dubbio.”
“Non potrebbe essere lo stesso cristallo che papà ha trovato tra le rovine della Valle dei Re, in Egitto?”
“Oh, no! – tornò a sorridere Dario – Questa sì, che sarebbe fantascienza!”
“A me sembra tutto un capitolo di fantascienza.” replicò la ragazzina.
“Una spiegazione deve esserci. Una spiegazione c’è sempre a tutte le cose!”
“Una spiegazione logica?” cavillò la ragazza, come catturata da un divertente gioco.
“Logica… logica sarebbe se la comprendessimo! Ci sono cose di cui nemmeno suppioniamo l’esistenza, fino a quando la scienza… o altro… non ce le fanno scoprire. Possiamo fare una cosa, intanto: ritentare il contatto nella stessa ora e nelle stesse condizioni.”
“Credi che si ripeterà?”
Dario scosse ilcapo.
“Non lo so! Però, credo che dovresti riprovarci e… - si schiarì la voce – e credo che dovresti avvertire il professore.”
“Gli ho già telefonato. Sarà qui domani, ma non gli ho spiegato nulla per telefono. Gli ho soltanto detto che ci sono novità che riguardano Omikron.”
“Bene! Adesso devo andare. Ti chiamerò. Ciao.”
“Ramseth! – rimasta da sola, la ragazza cominciò a pensare a bassa voce – Sono sicura che neppure Ramseth sarà tanto tranquillo!”
Ed aveva ragione!

                     


Ramseth era eccitatissomo: lasciata la lettiga, non prese la via di casa, ma si condurre dai prpopri passi verso la riva del fiume. Qui si fermò, sulla banchina, a guardare il lavoro dei pescatori, le donne che rammendavano reti, i ragazzini che aiutavano i padri e i più piccoli che giocavano.
Guardava l’acqua brulicante di vita con le braccia tese in segno di saluto: in quel posto molta gente mostrava di conoscerlo e lo salutava con rispetto e sorrisi e lo chiamava per nome.
Un barcaiolo da lotano si agitò per attirare la sua attenzione; era ai remi di una grossa chiatta che accostò a riva.
“”Ramseth! Ramseth! – lo chiamò – Accosto a riva e ti porto nella valle.”
“Osorkon! – gridò il ragazzo con accento lieto – Credevo di non trovarti poiù. Credevo che fossi già andato all’Isola del Sandalo.”
La chiatta toccò terra e l’uomo depose i remi; spariva nella sua grande mano l’impugnatura del remo.
Osorkon era un uomo dalle proporzioni erculee: spalle quadrate, braccia muscolose, gambe solide come colonne sotto il perizoma legato attorno ai fianchi. La pelle gli luccicava al sole e il fisico vigoroso pareva quello di un atleta.
Il ragazzo sapeva di lui che era stato lottatore, ma l’amico non parlav volentieri del prioprio passato ed egli non faceva domande.
Osorkon poteva avere venticinque o ventisei anni; possedeva un volto interessante: quadrato e volitivo e uno sguardo che ricordava quello di un’aquila, dritto e fiero. Non aveva nemici e questo per un uomo non significa essere timidi o pusilanimi, al contrario, vuol dire essersi guadagnato il rispetto degli altri uomini. Questo, almeno, era l’opinione di Ramseth, che stimava moltissimo il suo amico e lo riyeneva un buon esempio da seguire.
Con un salto il ragazzo fu a bordo della chiatta, prese un remo e cminciò a remare; la barca si mosse e cominciò a risalire il fiume.
“Un coccodrillo ha asslito la piccola barca di Kaptha – esoerdì Osorkon – ed ha staccato di netto un braccio a quel povererto… Ma… ma non mi ascolti? Non ti interessano le disavventure del povero Kapth?”
“Ti ascolto. – rispose in tono di scusa il ragazzo – Ti ascolto, anche se il mio pensiero è già occupato…. anche se mi dolgo assai della disgrazia del pivero Kaptha.”
“Oggi non sei il Ramseth che conosco. R’ successo qualcosa?”
“Se tte lo raccontassi  diresti che il tuo amico Ramseth è diventato pazzo.”
La chiatta, intanto, continuava ad avanzare.
L’Isola del Sandalo, che aveva preso quel nome a causa della sua forma, apparve ad una svolta del fiume: piccola, bella, con le svettanti colonne dei tre Templi.
In quel tratto del fiume, le sponde erano verdi di una smagliante vegetazione e l’acqua era limpida ed abbracciava l’isola come in un amplesso amoroso. Laggiù, l’azzurro del cielo era più azzurro che altrove e quasi sconosciuta la presenza di nuvole. Un paesaggio selvvaggio e ricco di fascino, dolce e lussureggiante, dove le acque incontravano scogli e vi si infrangeevano
dolcemente e quasi senza rumore.
“Qualcosa mi è accaduta davvero, amico Osorkon. – esordì il ragazzo – Parlarne, però, non è facile.”
“Neppure ad un amico?” replicò l’altro.
“Non adesso.” rispose evasivo il ragazzo.
“Aspetterò!” sorrise conciliante il giovane.
La barca approdò.
La riva, erbosa e piena di sassi, andava leggermente digradando, sostituita da una distesa polverosa e gialla: la cava di pietra che occupava buona parte dell’isoletta, pietra di alabastro, venate di giallo e verde e di grande pregio. Era usata per statue e sarcofagi e un carico era già pronto e gli operai lo caricarono a bordo della chiatta, che subito dopo ridiscese il fiume.
                “Salve o Nilo
– cominciò il ragazzo, ritto sulla chiatta –
               Tu vieni a dare vita all’ Egitto.
                Tu porti la luce dopo le tenebre.
                Rendo omaggio a te
                 che bevi ogni lacrima dagli occhi mortali
                e procuri abbondanza…”
Erano tornati al punto di partenza ed Osorkon attraccò. I primi a scendere furono i piortatori, poi Ramseth li seguì. Appena toccato terra, il ragazzo fece qualhe passo e si fermò.
C’era un grappolo di ragazze a riva; in testa portavano ceste piene di pesce appena pescato e il ragazzo si fermò qualche attimo a guardarle, poi si girò verso l’amico.
“Adesso devo andare. – disse – Mia madre è sempre così apprensiva ed in amsia quando ritardo ed oggi sono fuori di casa da molto tempo.”
 

 

A casa Ramseth trovò sua madre molto preoccupata.
Si preoccupava sempre Nsitamen, questo era il suonome, ogni ota che tardava.
Nsitamen era piena di strne paure, ma era dolce e buona e gli aveva fatto da madre e da padre poiché suo padre, il generale Sesotri, era morto in querra più i anni prima, combattendo contro gli Ittiti, al tempo del faraone Ekhnaton.
Era stato suo padre, ricordava, a parlargli di Ekhanton, ma ora era proibito perfino pronunciare il suo nome e quello del suo Dio:l’Aton, il Grande Astro.
Suo padre gli aveva spiegato che Aton amava tutte le sue creature allo stesso modo e che i suoi raggi, attraverso cui amava manifestarsi, riscaldsvano tutti nella stess misura, per questo, nonostante i divieti, all’alba di  ogni mattino, egli era pronto ad accoglierlo.
“Non hai alcuna considerazione per tua madre?” lo rinproverò il vecchio prete Pahor, che era arrivato a casa sua già da un pezzo.
“Ho grande amore e grande venerazione per mia madre.” – il ragazzo sorrise e si chinò sulla fronte della donna per sfiorarla con le labbra.
“Allora, perché tieni il suo cuore incatenato all’angoscia ed all’ansia, come uno schiavo incatenato ai remi di una barca?”
“Io non desidero essere un pensiero angoscioso per mia madre. – replicò sempre sorridendo Ramseth – Io voglio essere per lei come la rugiada del mattino che discnede sul loto.”
E ancora una volta si chinò a baciarla sullafronte.
Era più alto di lei di almeno un palmo e mezzo.
Nsitamen era una donna ancora giovanile: trentadue o trentatre anni, pur non essendo bella, possedeva un fascino particolare ed uno sguardo intenso e profondo: gli occhi erano sicuramente la sua attrattiva principale: inconsuetamente verdi con pagliuzze dorate. La figura era morbida e slanciata e di una grazia impareggiabile: così nei gesti, così nel portamento. Indossava una tunica di lino finisismo che le lciava le braccia scoperte che, però, due o tre bracciali d’oro ornavano grazioamente.
Il capo era scoperto, ma i capelli non erano una parrucca, bensì, una capigliatura vera, nera, lunga e setosa.
“Come resistere con il volto imbronciato, se unf iglio ti parla con queste parole?” sorrise, mettendo in mostra due file di candeide perle.
“Sanno di miele le tue parole, Eamseth e ti fanno perdonare ogni manchevolezza.” interloquì il vecchio prete.
“In che cosa ho mancato?” domandò il ragazzo.
“L’ombra sul muro si è allungata di quattro cubitio ed ha toccato terra, da quando hai mandato i portatori a prendere questo vecchio prete…. questo ritardo ha messo ansia nel cuore di tua madre.”
“Sono andato al molo e poi all’isolsa del Sandalo con il mio amico Osorkon.” spiegò il ragazzo .
“Ma è pericoloso, laggiù! – si allarmò la donna – Gente in rivolta e soldati che quando non sono ubriachi sono ancora più violenti…”
“Non preoccuparti per me, madre. A Tebe tutti mi conoscono.”
“Non si deve chiedere ad una madre di non preoccuparsi.” interloquì nuovamente il vecchio Pahor.
“Mia madre crede che dietro ogni angolo cia sia qualcuno che voglia far del male a suo figlio. - replicò il ragazzo – Non credi, mio buon prete, che tutto questo sia esagerato? Il Grande Disco mi protegge. Aton mi protegge. Ammon d Aton sono entrambi con me.”
“No! No! Taci! – proruppe Nsitamen agitandosi scompostamente e sciogliendosi i capelli – Mi cospargerò il capo di cenere affinché Ammon ti perdoni:” aggiunse allontanandosi in cerca di cenere
“Tua madre ha ragione, Ramseth. La tua eresia, lo sai, è punibile con la morte…Non assecondre la tua pazzia, ragazzo… Ascolta tua madre.”
“Perché pazzia? Perché pazzia, vecchio Pahor? Il nome di Akhenaton è stato maledetto ma non dimenticato…”
“Taci!” lo interruppe il vecchio prete.
“Perché tacere? Lo sai anche tu che sulle porte di molte Case del Piacere, sulle mura di Templi e perfino sulle lattrine, sono in molti a scrivere di nascosto il suo nome e quello di Aton, il suo Dio buono e generoso.”
“Taci! – gli ingiunse nuovamente il vecchio – Sei appena stato iniziato ai Misteri di Ammon, come puoi parlare in questi termini?”
“Non è stato Ammon a farmi sentire la sua voce, ma è stato Aton! E’ stato il Grande Astro!”
“Che cosa vai dicendo?”
“Mi ha parlato attrverso la voce di Emma.” insisteva il ragazzo.
“Tu sei pazzo, figlio mio. Sei pazzo!”
“Io non so, mio buon Pahor, quale sia stata la voce che ha parlato a te, un giorno lontano, quando fosti iniziato ai Sacri Misteri…”
“Era la voce di Ammon!” lo interruppe il vecchio prete.
“Quella che ha parlato a Ramseth, però, non era la voce di Ammon, ma quella di Sesotri, il Gran Sacerdote… un inganno che io ho tenuto per me, al contrario dei miei compagni che affermano di aver parlato con Ammon e poi lo sbeffeggiano di nascosto…”
“Taci! - gli ingiunse  per la terza volta il vecchio – Vuoi essere bandito da Tebe… o peggio?”
Ma il ragazzo continuò:
“Non temere per me, vecchio.  Non voglio farmi beffe di Ammon, come di nascosto fanno i miei compagni. Al contrario – aggiunse – Ho sete di apprendere tutto il Sapere che è custodito nella Casa della Vita del Tempio di Ammon, perché un giorno sarò il più grande astronomo di Sua Maestà, ma… lasciamoquesti discorsi, per adesso, vecchio Pahor, Voglio offrirti olive salate e birra.”
Ramseth batté le mani una una schiava nubiana si affrettò ad ubbidire; il vecchio non replicò e poco dopo lasciò la casa.

Il mattino del giorno dopo, proprio quando il sole stava per alzarsi, Ramseth era davanti all’altare di famiglia, nel giardino della sua casa, ad aspettare che Aton si manifestasse.
L’attesa fu breve. Una voce “uscì” dalla Pietra-di-Luce poggiata sull’altare:
“Qui, Emma… passo!”
“Io sono Ramseth… pa… passo!” fece anch’egli con un sorriso.
“Ciao, Ramseth.”
“Ciao?… che cosa vuol dire: ciao?”
“E’ un modo di salutarsi fra amici. Noi siamo amici, vero?” la voce della Pietra era chiara e distinta.
“Tu sei Aton e io…” tentò di replicare il ragazzo, ma Emma lo interruppe:
“Non sono Aton: Te l’ho già spiegato: io sono una ragazza e… e
sono molto felice di risentirti. Sai… avevo paura di aver sognato… e invece, ti sento… forte e chiaro…”
“Forte e chiaro! – ripeté il ragazzo – Però non capisco. Se non è la voce di Aton quella che mi parla attraverso la Pietra-di-Luce ma quella di una ragazza, io… io davvero non capisco…”
“Neppure io riesco a dare una spiegazione a quello che ci sta accadendo, amico mio. Posso solo dirti che, consultanto i libri di Storia e conoscendo il nome del tuo Faraone…”
“Thut-an-Ammon è il nome del mio Faraone. - fu Ramseth, questa volta, ad interrumpere la ragazza  ed a prendere la parola – Il principe Thut è stato incoronato Re quasi otto anni fa.”
“Se è così, tu vivi nel 1351 prima di Crista e perciò ci separano più di tremila e trecento anni.” spiegò la ragazza.
Anche Emma si era alzata di buon’ora con la speranza che il “miracolo” si ripetesse. La ragazzafissava l’immagine apparsa sullo schermo del suo computer 
 

Fissava  eccitata e smarrita il volto comparso sullo schermo; sentiva l’empito di quella eccitazione salirle dentro così forte ed imperioso, da farle dolere il cuore nel petto come una ferita; per un attimo quasi non riuscì a parlare, ma la voce del ragazzo la scosse. 
“Questo è l’anno della festa Zed del Faraone…” la sorprese e lei lo interruppe:
“Oh, sì! Conosco il significato di questa festività… - disse - Noi la chiamiamo Giubileo ..  Lo ha da poco celebrato una Regina… non del mio Paese. – aggiunse con un sorriso -  No!… Ma dimmi, scusami… che cosa stavi dicendo?”   
“Dicevo…  – riprese Ramseth, la cui fisionomia era non meno smarrita ed eccitata di quella della ragazza -  Dicevo che ci saranno molti giorni di festa, però… - aggiunse in tono dubbioso – Voglio dirti che… benché anche io abbia condotto gli studi del calcolo, non ho capito come  tu sia arrivata a stabilire che la distanza di tempo fra noi sia proprio quella che hai detto…” aggiunse ed era evidente, dall’espressione del suo bel volto, lo sforzo di raccogliere i frammenti delle tante emozioni che dovevano averlo assalito.
“A scuola studiamo la Storia dell’uomo da quando viveva nelle caverne e sempre a scuola… - spiegò Emma con un sorriso - Ma anche su altri testi o attraverso il nostro p.c…” continuò.
“p.c….” fu lui ad  interromperla, questa volta.
“Il p.c. beh! – Emma sospirò, mentre tra sé misurava l’immisurabile tempo che la separava da lui. Guardava Ramseth e si sorprese a pensare quanto avvenente fosse quel volto… più ancora della prima volta, le parve. – Eh! – sospirò e riprese – Questo del mio personal computer è un argomento che dovremo affrontare, ma non questa volta… Adesso mi preme parlare della storia del tuo popolo. Lo sai, Ramseth, che il tuo è stato il più grande fra i Popoli della Terra? Andando a consultare i libri ho scoperto che il tuo Faraone… quel Thut-ank-Ammon, è morto nell’anno mille trecento cinquantuno avanti Cristo.”
“Che significa avanti Cristo?… E’ la vostra misura del tempo?”
“Eh.eh.eh… Pressappoco! – spiegò Emma – Un’altra volta ti parlerò di Cristo. Noi prendiamo la sua data di nascita per indicare il tempo passato prima e dopo di lui… come voi fate con la durata del regno di un Sovrano, solo che ad ogni Sovrano riprendete il conto…”
“E… - sbalordì il ragazzo – tutto questo sta scritto sui libri e su… su… quel perso….  personal computer?”
Emma ebbe un sorriso: afferrava in fretta, l’amico Ramseth!
“Tutto il sapere degli uomini è scritto sui libri, - spiegò - siano questi di carta oppure  virtuali… ah! non chiedere… Ti spiegherò, ma non adesso.”
“Ma… ma… su questi libri sta proprio scritto che questo è l’anno in cui morirà il mio Faraone?”
La voce del ragazzo, attraverso lo schermo, arrivò alla ragazza assai contrita; Emma si strinse nelle spalle:
“Mi dispiace! – disse, con lo stesso tono di voce, poi, nel tentativo di stemperare l’emozione che le stringeva la gola e le faceva brillare le pupille tuffate negli occhi nerissimi di lui, di un nero carbone africano, profondi e da sognatore, aggiunse – Tu vai a scuola, Ramseth?”
“Il mio maestro è stato il vecchio prete Pahor. – rispose l’altro con un cenno affermativo del capo  – Sono stato ammesso alla Casa della Vita, presso il Tempio di Ammon e appena avrò compiuto sedici anni inizierò gli studi sugli Astri e la loro influenza sulla Terra e sugli uomini,”
“Astronomia! – esclamò la ragazza – So che gli antichi egizi erano bravi in questa scienza ed in molte altre.”
“Forse… forse – tornò a stupirla il ragazzo – ho capito i tuoi calcoli, anche se continuo a non capire quale Magia abbia permesso tutto questo… ma so che non si tratta dell’intervento di Aton.”
“Neppure io riesco a spiegarmi tutto questo, però… però –  replicò la ragazza – una teoria ce l’avrei, ma non è facile spiegare… Per tutte le Galassie! Ascolta… Noi, gente di questo tempo, abbiamo costruito molte macchine… Voglio dire… attrezzi per utilizzare l’energia motrice della forza della natura… Non so se mi capisci…”
“Come la diga che trattiene le acque o la falce che taglia il grano o…”
“Anche quelle sono macchine, ma io parlavo di… - Emma s’interruppe, alla ricerca di parole  che  rendessero  semplice, calzante e comprensibile il suo pensiero. Sapeva bene che non era cosa da poco. Lo ripeteva sempre il suo professore di Lettere. Lo diceva sempre, quanto difficile sia la capacità di usare parole e frasi, ordinarle e legarle fra loro per rendere il discorso semplice e comprensibile. Fece un lungo respiro e continuò – Io parlavo di carri che trasportano persone senza essere trainati da asini o cavalli, parlavo di macchine che si alzano in volo, che segnano il tempo e che trasportano lontano la voce… Io parlavo di aerei che solcano i cieli, parlavo del telefono che trasporta la voce a migliaia di cubiti di distanza, di orologi che segnano lo scorrere del tempo…”
“La clessidra! – rettificò il ragazzo con un sorriso, poi continuò – Meraviglie!”
Anche Emma sorrise, poi continuò
“Io parlo di navi…”
“Quelle le abbiamo anche noi. – cavillò immediatamente il ragazzo – Ieri ho solcato le acque del fiume sulla chiatta del mio amico Osorkon.”
“Chi è questo Osorkon? – si incuriosì la ragazza - Vuoi parlarmi di lui?”
“E’ un valente capo-squadra di Sua Maestà e ti parlerò di lui, ma prima, spiegami attraverso quale macchina stiamo parlando noi due, perché… perché è attraverso una macchina che la tua voce arriva alla mia Pietra-di-Luce… Non è così?”
Eh, sì! Dovette ammettere tra sé la ragazza: quel ragazzo era proprio sveglio!
“Credo proprio di sì! rispose - La macchina attraverso cui noi due  stiamo comunicando si chiama computer. E’… è come un libro ed è stato consultando questo… questo libro che, per magia… come dici tu…noi due ci siamo messi in contatto. Forse è avvenuto telepaticamente… Voglio dire, che due menti si mettono in contatto senza bisogno di parole e…”
“Percezioni! – Emma ammutolì dalla sorpresa – Il Saggio Pahor parla di una Teologia simile… Percezione la chiamano i preti del Tempio di Ammon. – Ramseth ebbe un sorriso; un sorriso che mutò di colpo l’espressione del suo volto -  Ho capito!… Ho finalmente capito: grazie a questa Forza-Arcana… questa Percezione, noi due, Ramseth ed Emma, pur separati da un tempo eterno,  ci stiamo parlando e se tu vorrai, sorella del mio cuore, potrai esaudire i miei desideri.”
“Davvero? –  domandò Emma, subito interessata  – E quali sono?”
“Il Sapere! –  proruppe Ramseth senza esitazioni - Tu mi farai conoscere segreti ed arcani che nemmeno i potenti preti di Ammon conoscono. Lo farai?”
“Certo che lo farò! Chiedi che cosa vuoi sapere ed io risponderò e se non sarò in grado di farlo, andrò a consultare i libri.”
Una pausa, riempita dal respiro sempre più eccitato del ragazzo.
“Il mio Faraone dovrà morire… Così mi hai detto, sorella del mio cuore.”
Emma rispose con un cenno sconsolato del capo; l’altro proseguì:
“Io voglio fare qualcosa per allietarlo. Vorresti insegnarmi un gioco che possa sbalordire tutti?”
“So che i maghi egizi erano bravi e…”
”Io voglio di più!” la interruppe il ragazzo.
“Di più!… Vediamo! Sì!… Ti darò il tuono. Noi lo chiamiamo botti di capodanno e ci divertiamo l’ultima notte dell’anno. Ti spiegherò cosa devi fare e quali materiali devi usare. Ascolta…”
Emma spiegò ed alla fine:
“… ed ora passo! La tua voce è molto debole. Ti sento appena.”
“Anche la tua voce è debole, Emma… sorella del mio cuore… Qui Ramseth… Passo… Passo e chiudo!”      
 

Cap. IV - Thut-ank-Ammon


La Festa del Giubileo per il settimo anno di regno del faraone Thut-ank-Ammon, era una delle tante Cerimonie ricorrenti nella vita di un Sovrano che contribuivano a renderlo  l’intermediario tra gli Dei e il  popolo.
La cerimonia aveva luogo nel grande piazzale del Tempio di Ammon, all’aperto, affinché il Sole potesse toccare il suo Figlio Prediletto ed infondergli la sua forza.
Tutto era pronto già dall’alba, nel grande Tempio eretto dal faraone Amenopeth III, costruito in fine pietra calcarea, come ebbe a dire lo stesso Sovrano, ma i preparativi erano iniziati da almeno un mese.
La scelta di quel Tempio per il Giubileo del giovanissimo Faraone, solo diciotto anni, non era stata affatto casuale: voleva essere un riconoscimento verso Amenopeth III, amatissimo dal popolo, ma anche di disprezzo verso il suo successore, Amenopeth IV, Akhenaton, di cui si voleva cancellare la memoria come si era già cancellato il nome dai monumenti.

Cosa aveva rappresentato Akhenaton per la storia d’Egitto?
Era stato un innovatore, senza dubbio e un uomo che aveva precorso i tempi. Il suo vero difetto? Precorrere i tempi di almeno tremila anni. Senza dubbio il suo fervore religioso fu vero e autentico, ma non mancò di un obiettivo politico: ridurre lo strapotere del clero.
Amenopeth IV aveva sostituito una religione politeista con una monoteista: un Dio contro molti Dei, Aton, il Dio buono e misericordioso, il Dio della pace. Un Dio fuori del tempo!
Ma torniamo alla cerimonia.

Durante tutta la notte, nei Templi della città si sacrificò agli Dei e si pregò.
A Palazzo, il Faraone si sottopose ad un rito purificatore attraverso abluzioni in una vasca in cui era stata versata acqua proveniente dal Lago Sacro della dea Mut.
Il laghetto, a forma di mezzaluna, era dedicato alla dolcissima Mut la quale, però, poteva assumere le sembianze di leonessa sanguinaria e rappresentare carestie, guerre e devastazioni. Poiché ai bordi del deserto i leoni di montagna  andavano a dissetarsi presso piccoli stagni dalla forma vagamente a mezzaluna, all’interno del Tempio dedicato alla Dea era stato realizzato questo lago a cui la Divina Mut avrebbe potuto dissetarsi in sembianze di Leonessa Sacra.

Terminate le abluzioni e l’unzione con oli sacri, solo verso l’alba, con un mantello intessuto d’oro e pietre preziose, una tunica di finissimo lino trattenuta in vita da una cintura d’oro, il Faraone fu pronto a lasciare il Palazzo e raggiungere il Tempio.

Vi giunse risalendo il Nilo con i primi raggi del sole, alla testa di un lungo corteo di imbarcazioni.
Le barche, tutte bardate a festa con ghirlande di fiori di loto e steli di papiro, ospitavano gruppi di suonatrici con sistri e tamburelli e danzatrici con veli bianchi e rossi, i colori del Paese.
Il corteo approdò ad un molo all’altezza del Tempio, poi si incamminò a piedi.

Al centro del cortile, all’interno del Tempio, era stato innalzato un palco su cui era stato collocato un baldacchino che dava ombra al trono di legno pregiato.
Il corteo occupò i posti assegnati da rigido protocollo: la famiglia reale, composta dalla regina Anksenammon e dalle cinque principesse di sangue reale. Seguivano le famiglie dei nobili; prima fra tutte quelle di Eye, il Gran Visir e le famiglie di tutte le alte gerarchie dello Stato. C’erano, poi, i sacerdoti del Tempio; il Gran Sacerdote era ai piedi del trono. C’erano, infine, tutti i Dignitari di corte e per ultimi, i rappresentanti del popolo.
Tutti indossavano gli abiti più belli e ricchi.

Thut-an-Ammon salì la gradinata, raggiunse il trono e sedette.
Il Gran Sacerdote gli porse Scettro e Flagello, simboli del suo potere, poi gli posò sul capo la Corona Bianca e con questa, il Faraone si mostrò al suo popolo in qualità di Sovrano dell’Alto Egitto. Nel religioso silenzio che seguì, Thut sedette e il Gran Sacerdote gli pose sul capo la Corona Rossa del Basso Egitto.
“Ecco il Signore delle Due Terre, – salmodiò – Thut-ank-Ammon: Colui che è caro ad Ammon!”
“Salute a Thut-ank-Ammon!” si levò un grido.
Due sacerdoti, l’uno nelle vesti Horo e l’altro di Seth, portarono su per la gradinata un Pilastro che legarono al trono con fiori di loto e steli di papiro, a simboleggiare il Faraone come facente parte del Trono d’Egitto. Un terzo sacerdote, raffigurante Anubi, precedendo il Faraone, cominciò a girare intorno al trono ed al pilastro per due o tre volte, in un movimento che voleva ricordare il moto del Sole, tondo e circolare, di cui il Faraone era l’Incarnazione.  
Era la Cerimonia del Bagno di Gioventù del Sovrano e il popolo poteva finalmente esultare.

Canti e danze si protrassero per tutto il giorno con brevi interruzioni per cibo e bevande e finalmente fu la volta dei maghi, che non mancavano mai, sia che la festa fosse sacra o profana, sia che si svolgesse nei Templi oppure nelle ricche case dei potenti.
Per essere ammessi ad esibirsi alla presenza del Faraone, però, c’era una ferrea selezione: ogni numero  doveva affrontare il giudizio di almeno due giurie e dalla loro selezione si passava all’esame definitivo di un addetto speciale; solo allora, ci si poteva presentarsi al cospetto  del Sovrano.
I numeri interessanti furono parecchi. Data la giovane età del Sovrano, la scelta era caduta su un ammaestratore di gatti che, con chissà quale arte riusciva a farsi ubbidire da un animale così poco addomesticabile e su un giocoliere assai abile con palle e bastoncini e birilli

Giunse, infine, l’ultimo numero: “Lampo e Fuoco” lo aveva battezzato il giovanissimo mago che lo presentò, un ragazzo sui sedici anni: il nostro Ramseth.

Procurarsi gli ingredienti era stato piuttosto facile, al nostro eroe: allo zolfo e al carbone provvide l’amico Osorkon e il salnitro se lo procurò da sé, raschiando sulla parete di una stalla. Dopo di ciò, il ragazzo aveva preso delle canne secche, le aveva segate, ridotte in piccoli cilindri che aveva riempito di questo composto. Aveva turato con del papiro le due estremità e praticato un foro su una di esse, applicandovi un filo di paglia a mò di miccia; appiccando  fuoco a quel filo, la capsula sarebbe esplosa.
“Di che cosa si tratta?” chiese sospettoso il Gran Sacerdote.
“Di un dono che voglio fare al mio Faraone.” rispose prontamente il ragazzo.
“Un dono? – s’incupì l’uomo – Chi sei tu per voler fare un dono al nostro Signore? Nessuno mi ha parlato di questo dono?”
Ramseth non si lasciò intimidire né dal tono, né dalla minaccia contenuta nelle parole.
“Io sono un suddito del mio Signore. – rispose prontamente ed aggiunse – Gli appartengo come gli appartiene ogni altra cosa: acqua, terra, fiori e tutti i suoi sudditi… Se io gli appartengo – continuò astutamente – anche i miei occhi, la mia bocca, le mie braccia e il mio ingegno gli appartengono ed è proprio questo che voglio donare al mio Signore: il frutto del mio ingegno.”
“Quale assurdità si cela nelle tue parole, ragazzo?”
Il Gran Sacerdote si faceva sempre più sospettoso.
“Il mio ingegno ha studiato il cielo ed ha cattura un po’ della sua  energia e le mie mani… strumento del mio ingegno – spiegò con soave candore il ragazzo – l’hanno trasmessa in questi pezzi di canna per farne dono al mio Faraone.”
L’uomo degli Dei fece l’atto di replicare, ma il Faraone lo prevenne.
“L’energia del cielo, hai detto?” domandò, subito incuriosito.
“Il Lampo e il Tuono!” assentì il ragazzo accompagnando le parole con un gesto del capo.
“Mostrami il Lampo e il Tuono.  – disse  subito Thut-ank-Ammon, poi lo invitò – Vieni e mostrami la tua magia.”
Ramseth avanzò fino ai piedi del trono e chiese del fuoco; un servo gli portò una torcia alla cui fiamma il ragazzo  accostò un lungo stelo di paglia con cui accese la miccia.
La capsula esplose: prima un fischio, poi una luce vivissima e infine un bel botto.
Un coro di meraviglie si levò d’intorno: non s’era mai vista prima una cosa del genere!
“Grande magia! - esclamò il Faraone vivamente impressionato – Molto meglio di un proiettile di pece incandescente…”
“Non si tratta di magia, mio Signore, ma di un prodotto della Scienza.” disse il ragazzo, così come gli aveva spiegato la sua amica del futuro.
Thut tese una mano verso uno delle capsule; il Gran Sacerdote cercò di trattenerlo:
“No, mio Faraone… Non toccare questa magia…” disse; era anch’egli assai impressionato e soprattutto sospettoso: quello strano ragazzo gli ricordava qualcuno.
“Io non temo la forza del Cielo. – gli fece eco il Faraone – Io sono un Figlio del Cielo. – sottolineò, poi, rivolto al ragazzo – Dammi quel pacchetto, ragazzo… Come ti chiami?” domandò.
“Ramseth!… Ramseth è il mio nome e… se vuoi, mio Signore, posso spiegarti come liberare il tuono e il lampo che sono nascosti qui dentro.”
“Lo voglio! – rispose Thut, con la facilità e curiosità del ragazzo, prendendo in mano una delle tre capsule rimanenti, di cui nemmeno poteva supporre l’importanza. – Chi sei, Ramseth?” domandò, infine, dirottando lo sguardo sul ragazzo che abbassò immediatamente il suo, non osando ardire di guardare in volto il suo Sovrano.
Thut-ank-Ammon, che di suo padre, il faraone Akhenaton, sgraziato nel fisico ed irregolare nei tratti del volto, aveva preso ben poco era  d’aspetto assai avvenente. I tratti regolari e delicati doveva averli ereditati sicuramente dalle sembianze materne. Le labbra carnose, quelle sì, erano del padre, ma l’ovale arrotondato e volitivo e lo sguardo nero e profondo dovevano appartenere certamente a sua madre – Chi sei, Ramseth, se non sei un mago?” domandò.
“Sono uno studente. – spiegò con orgoglio il ragazzo -  Al temine di questa stagione compirò quattordici anni e al compimento del quindicesimo entrerò al Tempio di Ammon e studierò le Scienze degli Astri.”
“Il tuo volto non mi è nuovo…- interloquì il Gran Sacerdote – Ora che ti guardo attentamente, credo di averti già visto. – poi, con fare sempre più sospetto – Devi aver già avuto ottimi maestri.” aggiunse.
“Il prete Pahor è stato il mio maestro.”
“Pahor”… Ma certo! – assentì l’altro – Era sacerdote del Grande Tempio, un tempo e adesso è un prete per gente povera:”
“Io non sono povero. – replicò il ragazzo con orgoglio – Mia madre, Nsitamen, è molto generosa con il prete Pahor. Non ho mai vissuto nell’indigenza, nemmeno dopo la morte di mio padre, il generale Sesostri… Tutti hanno grande stima di mia madre.”
“Il generale Sesostri?” il Gran sacerdote aggrottò la fronte, visibilmente colpito da quel nome e senza aggiungere altro si allontanò; il Faraone ordinò:
“Voglio che tu venga a Palazzo con me. Voglio che tu costruisca altri giochi per me.”
E fu così che Ramseth divenne grande amico del suo Faraone e mentre con lui, nella lettiga reale raggiungeva la Casa d’Oro, pensava ad Emma, la sua amica del futuro.

                                                            ****************
 


La sua amica, in verità, in quel momento si trovava in una situazione non proprio felice: era imbavagliata e legata mani e piedi ad una sedia.
Come aveva fatto, Emma, a cacciarsi in simile situazione?
Seguiamo i suoi passi  dal momento in cui, quella mattina aveva messo piede nella stazione di Porta Nuova, a Torino. Aveva raggiunto i binari e stava aspettando suo padre che sarebbe arrivato con il treno proveniente da Milano.
La stazione era piena di gente; soprattutto giovani, con maglietta, jeans e zaino in spalla, i volti abbronzati e i capelli scomposti. Erano davanti ali bar o sotto le pensiline dei treni; le tre edicole erano affollate e così anche i bar. Una voce metallica annunciava in continuazione treni in arrivo o in partenza. Era un’ora di punta. C’era anche una scolaresca chiassosa e turbolenta diretta verso l’ultimo binario, quello per Bardonecchia; coloratissimi giubbotti a vento e zaini in spalla.
Non era raro trovare studenti in gita, nelle stazioni; la primavera è il momento giusto per le gite ed era primavera.
L’annuncio del treno proveniente da Milano precedette l’arrivo del treno di pochi minuti. Ne discesero molte persone, ma Emma non vide suo padre. Stava già per allontanarsi, pensando ad un contrattempo negli impegni di suo padre, quando si sentì chiamare:
“Emma, che cosa aspetti? Tuo padre è già in macchina.”
Si voltò, ma non vide alcun volto conosciuto e pensò che stessero chiamando qualcuno con il suo stesso nome.
“Ehi, Emma – ripeté la voce – Stai ancora dormendo?”
Un uomo le toccò la spalla. Uno sconosciuto. Sui quaranta anni, in maglia e jeas: un uomo insignificante, stempiato e con qualche filo grigio tra i capelli; occhi chiari e baffetti ben curati.
“Dice a me, signore?” domandò la ragazza.
“Ed a chi? Sei Emma Curti? – la ragazza accennò di sì col capo – Ed allora?… su, che cosa aspetti?”
“Io non la conosco, signore. Mi sta scambiando con..”
L’altro non la lasciò finire:
“Stai scherzando? Mi prendi in giro?”
“No! Davvero non la conosco, signore.”
“Suvvia! Adesso basta scherzare. Tuo padre sarà stanco di aspettare in macchina…”
“Io non scherzo, signore” fu lei ad interrompere l’uomo, questa volta.
“Vuoi farmi credere di non avermi mai visto con tuo padre?… Io sono Mauro Socrato. Mi hai certamente visto in compagnia di tuo padre e del professor Dario Cardiff e…”
“Il professor Socrato?… Oh, mi spiace! Mi spiace di non averla riconosciuta, professore. Ma vede, io la conosco soltanto di nome.”
“Niente di tragico! – il professore la prese sottobraccio e la condusse fuori della stazione – Andiamo. Tuo padre sta aspettando.”
L’uomo era leggermente claudicante e la ragazza lo seguì fino in Via Sacchi, dietro la stazione,dove c’era una vettura in sosta: quella di suo padre. C’era un uomo in piedi, accanto alla portiera, che Emma non conosceva, ma non vide suo padre.
“Dov’è papà?” domandò.
“E’ andato a comprare le sigarette.” rispose l’uomo in piedi.
“Ma mio padre non fuma.” fece osservare la ragazza.
“Buon per lui! Non si brucerà i  polmoni! – fece il professore alle sue spalle, spingendola, con gesto brusco ed improvviso, all’interno della vettura; l’uomo in piedi si era messo alla guida –  Fila a tutta birra!” gli intimò quello.
“Ma… che significa? Che cosa…” tentò la ragazza, ma il professore la zittì:
“Dormi, bambina!” disse, immobilizzandola e facendole annusare qualcosa di cui era imbevuto il fazzoletto.

Emma si svegliò che era quasi mezzogiorno, imbavagliata e mani e piedi legati ad una sedia.

 Capì d’essere stata rapita, ma era ancora così stordita da non riuscire a raccogliere le idee.
Passò qualche attimo. Tutto era silenzioso; tutto taceva. Da lontano, però, giungevano rumori ben distinti. Si rese conto di essere sola e si guardò intorno: un tavolino coperto di scartoffie, due o tre sedie, un calendario appeso alla parete e in un angolo un gran numero di casse.
“Dove mi trovo? – pensò  – Sono stata rapita?”
Rumori alla serratura della porta la misero in allarme; finse di dormire, ma un violento getto d’acqua sul volto la fece sussultare e riaprire gli occhi.
“Mi spiace. – disse una voce maschile; erano in due – Era l’unico modo per svegliarti, Dobbiamo andare via di qua.” aggiunse togliendole il bavaglio.
“Chi siete? Perché mi avete portata qui?” domandò la ragazza.
“Niente domande.” fece bruscamente l’uomo, ma il compagno:
“Vogliamo scambiarti con qualcosa che possiede tuo padre.” interloquì.
“Chiudi il becco, imbecille!” lo rimproverò il compagno.
“Cerchi guai?” scandì l’altro.
“Io?… Sei tu che li cerchi…marocchino!”
Solo allora la ragazza si accorse che l’altro, un ragazzo sui diciotto o venti anni, era di colore.
“Senti, padrone, - lo sentì dire con accento di sfida rivolto al compagno – In questa faccenda avete tutti da perdere senza di me…”
“Va bene! Va bene, signor Omar” capitolò l’altro.
“Così va meglio!…Ma basta solo Omar.” e sorrise, poi slegò i piedi della ragazza e la prese per un braccio, lasciandole, però, le mani sempre legate.  La condusse verso l’uscio.
Passando davanti al tavolo, Emma riuscì a leggere della carta intestata: la stessa intestazione del calendario. “Daltieri e Figli” c’era scritto.
Appena messo piede fuori, si accorse d’essere in un cantiere edile, ma non riuscì a capire il posto.
Fu fatta salire su un furgone ed Omar dietro di lei, mentre l’altro prendeva posto alla guida.
Il tragitto si svolse nel più assoluto silenzio e durò quasi mezz’ora, poi la vettura si fermò davanti ad una casa di campagna un po’ discosta dalle altre abitazioni di un paese  di mezza montagna.
Riconobbe il posto. Era Sant’Ambrogio, un paesino a pochi silometri dai laghi di Avigliana. Ci era stata qualche volta da un amico di famiglia che aveva casa da quelle parti.
La fecero scendere ed entrare in casa. Il mobilio era vecchio e privo di ogni pretesa: tavolo, due sedie ed una brandina.
La fecero sedere al tavolo ed Omar sedette vicino a lei.
“Hai fame?” chiese.
“Un po’!” rispose la ragazza.
Le dettero da mangiare due panini con prosciutto e un grappolo d’uva; anche i due mangiarono panini e uva, ma in quelli di Omar non c’era prosciutto, naturalmente, bensì del formaggio.
“Che cosa volete da mio padre?” domandò a bruciapelo la ragazza.
“Non ho voglia di parlarne.” rispose il rapitore con la bocca piena, Omar la guardava senza parlare e pensava solo a mangiare.
“Ma io so che cosa volete.” continuò la ragazza.
“Se lo  sai perché lo chiedi?” rispose l’uomo, consultando l’orologio.
Trascorse quasi un’ora, nel più assoluto silenzio, poi l’uomo, rivolto ad Omar gli disse:
“Vai e fai esattamente quello che devi.”
Omar lasciò la sedia e la stanza senza una parola ed Emma rimase sola con il suo rapitore.
“Che cosa succede se mio padre non vi darà quello che chiedete? domandò ed intanto pensava a qualche soluzione per uscire da quella situazione.
“Dovrà farlo.” rispose l’uomo accennando alla pistola posata sul tavolo.
“Mi fanno male i polsi.” si lamentò Emma.
“Mi dispiace, ma devi restare legata fino all’arrivo del capo.”
“Verrà qui?”
“Non seccarmi. Dannazione!”
Una decina di minuti ancora, poi una macchina si fermò rantolando e l’uomo che l’aveva rapita comparve sull’uscio.
“Devi scrivere una lettera. a tuo padre.” disse costui, senza preamboli e scambiando un’occhiata con il complice.
“Lei non è il professor Socrato. – Emma lo fissò bene in volto – Adesso mi ricordo… ho visto il professore in fotografia con mio padre e non è biondo e neppure zoppo..”
“Chiamami ancora zoppo e non avrai più modo di scrivere alcuna lettera!” la investì la voce irosa dell’uomo; il complice tentò di calmarlo.
“Calma! Tranquillo! – disse sciogliendo le mani della ragazza – Lasciala scrivere…”
Emma si ritrovò le mani libere; le dettero una penna ed un foglio e le dettarono queste parole:
“Sto bene, ma dovrete fare quello che dicono. Non state in pena ed aspettate nuove notizie.”
“Firmati!” intinm lo zoppo ed Emma si firmò e gli consegnò il foglio.
L’uomo lo prese, lo piegò ed infilò in tasca, poi si girò per avviarsi verso l’uscio; qui lo raggiunse la voce di Emma.
“Che cosa volete da mio padre?”
L’uomo si fermò, si girò e disse:
“Sei parte in  causa anche tu ed è giusto che anche tu sappia… Vogliamo il nuovo computer progettato da tuo padre.” disse.
“Lo immaginavo, – rispose la ragazza – ma non l’avrete mai.”
“Se tuo padre è un uomo intelligente capirà che facciamo sul serio e… augurati che capisca, piccola!” e con queste parole, l’uomo le voltò nuovamente le spalle e lasciò la stanza.

Emma rimase nuovamente da sola con il suo carceriere e la mente entrò subito in azione. Doveva trovare il modo di fuggire. Lo aveva visto fare tante volte in televisione o al cinema. Aveva seguito tanti casi di evasione… nella storia, nella letteratura… doveva solo  mettere in atto un piano.
“Accidenti! – imprecava tra sé – A cinema sembra così facile! Su… su, Emma, spremi le meningi.”
L’idea gliela dette lo stesso carceriere allontanandosi un attimo nella toilette.
“Ho bisogno anch’io di andarci.” disse appena lo  vide uscire.
L’uomo la squadrò da capo a piedi, dubbioso ed incerto.
“Ho detto che ho bisogno di ansarci anch’io!” ripeté la ragazza con accento fermo.
“Niente scherzi!”
“Se ne avrò l’occasione non starò a pensarci – rispose Emma, poi aggiunse –Ma… ma pensi davvero che potrei sgattaiolare giù dalla finestra del bagno?”
“E va bene!” capitolò l’altro.
Emma raggiunse il bagno.
Piccolo ed angusto, sporco ed umido, ma con il grosso pregio di avere una finestra sul ballatoio ad un passo dalla porta d’ingresso.
“Ehi, ragazzina! – tuonò l’uomo – Parla. Voglio sentire la tua voce.”
“Ti piace la mia voce?”
“Sì! Mi piace! Fammela sentire.”
“Eh.Eh…. Cosa credi che possa fare? – e intanto che parlava, Emma maturava l’idea per scappare. Spalancò la finestra, ma non saltò fuori – Vuoi che canti una canzone?” disse, ricomparendo, invece, sulla porta e riavviandosi i capelli.
“Voglio che  non mi combini scherzi, ragazzina.”
Emma tornò a sedere e lasciò trascorrere altri cinque o sei minuti.
“Ho bisogno di andare nuovamente a gabinetto.” disse.
“Ma dì un po’… Hai mangiato prosciutto o fagioli, poco fa…. ah.ah.ah…” rise quello.
“Spiritoso!… Insomma!… Ho bisogno di andare ancora in quel posto.”
“Vai. Vai pure, ma…”
“… niente scherzi…. Lo so!”
“E voglio sentire la tua voce.”
“Non ci sono difficoltà! Ho una bella voce e mi piace cantare.”
Emma tornò in bagno e intanto che parlava e aumentava il tono della voce, scavalcò la finestra, ripassando nella mente ognuno dei particolari di quel piano di fuga: troppo semplice, ma che proprio per questo non poteva non riuscire.
La pistola del carceriere era sul tavolo e il tavolo vicino alla porta: doveva solo scavalcare la finestra, rientrare dalla porta e prendere la pistola.
Se l’uomo avesse agito d’istinto si sarebbe precipitato verso il bagno, se invece avesse ubbidito alla logica, si sarebbe precipitato verso la pistola.
L’uomo agì d’istinto. Agì d’istinto proprio come la ragazza si aspettava.
Rientrata dalla porta, Emma afferrò la pistola e tornò fuori. Quando l’uomo si affacciò alla finestra del bagno, Emma era ad attenderlo con la pistola puntata.
“Dentro! – gli ordinò – Te l’avevo detto che avrei tentato di squagliarmela se ne avessi avuto l’occasione. Dentro ho detto!… E chiudi la finestra.”
L’uomo ubbidì e la ragazza sprangò la finestra dall’esterno; lo stesso fece con la porta, poi lasciò la casa e si allontanò di corsa verso il paese.


 

Cap. V - La Pietra-di-Luce

Il telefono squillò e la signora Curti si precipitò in cucina.
“Sono Emma!” la voce dall’altro capo era carica di tensione.
“Emma… tesoro! Come stai?” anche quella della donna era tesa ed ansiosa.
“Sto bene, mamma. Sto bene!” la rassicurò la ragazza.
“Dove sei, adesso?… Da dove stai chiamando?”
“Mi trovo alla Stazione di San Ambrogio… Mi hanno rapita…- proruppe la ragazzina -  Mi hanno rapita, ma sono riuscita a fuggire.” aggiunse in tono soddisfatto.
“Abbiamo avuto il tuo biglietto… Dio, che spavento! Sta attenta. Sta attenta! Papà arriva subito, tesoro… Stai nascosta..”
“Sì! Ma fate presto, per favore.”
“Certo, tesoro. Papà sta uscendo e arriverà presto, ma nasconditi e… Aspetta, aspetta, tesoro… - una breve pausa dall’altro capo del filo - … papà dice di andare dal capostazione ed aspettarlo lì.”
“Sì, mamma… stai tranquilla. Non mi succederà nulla. Stai tranquilla.”

Mezz’ora più tardi il professore era nell’ufficio del Capostazione.
Emma stava ad aspettarlo. Il funzionario delle ferrovie aveva ascoltato il suo racconto e le aveva fatto portare una cioccolata calda, poi aveva avvertito il Comando dei Carabinieri nel timore che i rapitori potessero irrompere lì e portarla via.
Con il professore c’era anche Dario e i tre, dopo essere passati per il Comando dei Carabinieri a sporgere denuncia del rapimento, si accinsero a far ritorno a casa.
In macchina Emma raccontò nuovamente quanto era accaduto ed infine:
“… vogliono il mio computer. – concluse – Ma come avranno fatto a sapere di Omikhron?”
“Spionaggio industriale.” spiegò il professore.
“Direi proprio di sì! – assentì Dario – Ha detto proprio di essere il professor Socrato, l’uomo che ti ha avvicinata alla stazione, questa mattina?” domandò.
“In persona! Ma ho capito subito che non era lui.”
“Già! Il professore era con me in Laboratorio, questa mattina e l’ho lasciato ancora lì quando sono uscito, verso le otto.”
“Non mi avrebbe detto il suo nome, se fosse stato lui.”
“Ma si capisce. – interloquì il professore – Non capisco, però, questo interesse per una macchina che è ancora in fase sperimentale… Arrivare al rapimento… Davvero non capisco.”
“Lo capisco io, papà!” disse la ragazzina, tirando su col naso.
“Che cosa vuoi dire?”
“Quella gente avrà saputo del contatto…”
“Di quale contatto stai parlando?”
Il professor Curti  cercò lo sguardo della figlia attraverso lo specchietto retrovisore.
“Oh! – esclamò Dario – Io non ho pensato a parlargliene, oggi, professore, preoccupato com’ero per Emma.”
“Ma di che cosa state parlando?”
“Ti spiegherò, papà. Ti spiegherò…Ti ho mandato quella e-mail, ieri, senza, però, darti spiegazioni… Vedi, si tratta di qualcosa di davvero straordinario… Non è così, Dario, eh?… Purtroppo la notizia è arrivata anche alle orecchie di qualcuno che…”
“Ma insomma, spiegatemi di che cosa si tratta.” cominciò a spazientirsi il professore.
“E va bene!… Ma sta attento alla strada, papà..”
“Emmaaaa!!!!” fece l’uomo e Dario scoppiò a ridere, poi:
“Il fatto è, professore, - disse, girando il capo verso la ragazza, seduta dietro di lui -… il fatto è che usando quel computer, la nostra Emma é…”
“… sono entrata in contatto telepatico con un ragazzo vissuto quasi tremila e cinquecento anni fa… - spiegò Emma tutto d’un fiato, togliendo la parola al giovane – Non so spiegarmi come sia accaduto, ma… ma è proprio accaduto.”
“State scherzando, vero?”
“No! Per niente!” risposero in coro Dario ed Emma.
“Ma… quello che dite è… è semplicemente… semplicemente impossibile!” proruppe il professore con espressione incredula.
“Impossibile! Incredibile! – replicò Emma – Neppure io ci credevo… all’inizio…  e non ne ho parlato ad alcuno per timore di essere scambiata per una visionaria…. – una pausa per un lungo respiro, poi la ragazza proseguì – Il  cd, però, su cui c’è la registrazione di ognuno dei contatti, non è un sogno… Dario lo ha visionato più volte.”
“E’ vero! – intervenne il giovane – Ho visionato il cd e non ci sono dubbi.”
“Oh!… Allora parlatemi di questa cosa.”
“Beh! – cominciò Emma – Omikron si è messo in funzione da solo… prima soltanto suoni indistinti e poi… - la ragazzina  raccontò e alla fine – Non è straordinario, papà?”
“Certo che lo è! Ma, vai avanti…”
“Se io ero confusa, puoi capire quanto deve esserlo stato lui… Ho faticato non poco a fargli capire che ero solo una ragazza e non una specie di divinità, come immaginava lui.”
“Capisco la confusione del tuo amico.”
”Ramseth!… Si chiama Ramseth. Gli ho fatto un sacco di domande e lui ne ha fatte a me. Gli ho insegnato a fare i petardi, ah.ah.ah… - rise la ragazza – Desidera esibirsi davanti al suo Faraone… Thut-ank-Ammon.”
“Thut-ank-Ammon?” sbalordì suo padre.
“Proprio lui! Oggi a Tebe ci sarà festa… il Giubileo… il Bagno di Giovinezza del Faraone… - Emma scosse le spalle – Non so di preciso cosa sia, ma domani Ramseth mi racconterà.”
“Domani? – il professore tornò a incrociare lo sguardo della ragazza attraverso lo specchietto – Perché aspettare fino a domani?” chiese.
“Perché io e Ramseth riusciamo a metterci in contatto soltanto al mattino… verso l’alba, ma non chiedermi perché… Non saprei dirti.”
“Incredibile!”
“Già! Incredibile!”

L’indomani all’alba erano tutti davanti ad Omikron: Emma, Dario, suo padre e sua madre.
L’attesa fu breve.
“Qui Emma, passo!” cominciò la ragazza.
Alle sue spalle l’attenzione di tutti era polarizzata dal video; nel profondo silenzio sceso sul  gruppetto, si poteva sentire perfino il respiro dello splendido ficus dietro i vetri del balcone; c’erano diverse piante nella stanza.
Suoni indistinti, strisce orizzontali, poi una voce:
“Qui Ramseth… Ricevuto, Emma. Passo.”
“Ciao, Ramseth. Passo.”
Il professor Curti ascoltava esterrefatto e con lui ascoltavano anche sua moglie e Dario.
“Sono molto contento di sentirti e vederti.” esordì la ragazza.
“Sono felice di sentirti, sorella del mio cuore.”
La voce, dall’altra parte.
“Ricevo la tua voce un po’ a fatica.” osservò Emma e l’altro, con un sorriso:
“La clessidra ha misurato il tempo per due volte in più – spiegò – dopo che il Grande Astro è sceso sul fiume. Le mie palpebre – aggiunse, sempre con quel sorriso che carico di splendore - sono ancora pesanti di sonno.”
“Sei andato a dormire tardi, ieri sera? E’ questo che vuoi dire?” domandò la ragazza…
“Questo voglio dire e voglio dire anche che il mio Faraone ha voluto la compagnia di Ramseth fino al momento di ritirarsi per la notte, ieri sera. Era molto stanco – aggiunse.. – dopo le fatiche della Cerimonia, ma lui ama i giochi ed ha trovato assai interessanti e divertenti quelli che mi hai insegnato tu  e non voleva lasciarmi andare.”
“Tuth-nk-Ammon era solo un ragazzo.. oh, scusate!” si lasciò scappare Stefy, la madre di Emma.
“…io ho dovuto seguirlo nelle sue stanze. – proseguì il ragazzo antico cui, evidentemente, non era giunta la voce della donna – Ho dovuto attendere che si fosse addormentato prima che la lettiga  mi riportasse a casa di mia madre che… - aggiunse, dopo una breve pausa e un largo sorriso che gli distese le labbra carnose e gli illuminò il bel volto – … che ho trovato in lacrime e assai preoccupata…”
“Davvero? E perché? Non è contenta che il Faraone ti conceda la sua amicizia e protezione?”
“Nsitamen è sempre preoccupata quando io non sono con lei.” sorrise ancora il ragazzo.
“Assomiglia  alla mia! –sospirò Emma – Anche la mia si preoccupa sempre e… qualche volta non riesco proprio a darle torto.”
La donna, alle sue spalle scrollò la testa…
“Forse hai ragione, sorella del mio cuore… forse qualche volta anch’io le ho dato motivo di preoccuparsi, ma… io sono convinto che alla mia nascita, quando mi hanno portato al Tempio, qualche veggente le abbia detto che un pericolo incombe sulla testa di suo figlio… Nsitamen è così apprensiva!”
“Tutte le mamme lo sono…”
“Lo dice anche il vecchio prete Pahor.”
“E’ un tuo parente?”
“E’ stato il mo maestro, ma presto entrerò al Tempio per i miei studi sugli Astri.”
“A, sì! Me lo hai detto!… Ma dimmi, Ramseth hai parlato di noi due con qualcuno?”
“Ho parlato di te al  prete Pahor, ma lui lo crede uno sciocco vaneggiare… Presto, però, si ricrederanno tutti e nessuno penserà che Ramseth sia un visionario… Ho già impressionato molta gente esibendomi davanti al mio Faraone.”
“Ne sono contenta. Anch’io ho parlato di te… ma… la tua voce, Ramseth… la sento già debole e  la tua immagine mi arriva già un po’ sfocata…”
L’immagine, sul video, andava velocemente sbiadendo.
“Ti sento poco anch’io, Emma… la mia Pietra-di-Luce è sempre meno luminosa e la voce… la voce della mia amica Emma, è sempre più debole.”
“Chiedigli – interloquì il professore, alle spalle della figlia – chiedigli di questa pietra di luce… la forma, le dimensioni… Chiedigli di che sostanza è composta e di che colore… se ha un colore…”
“Sì! Sì! – fece Emma, l’immagine sul video, però, era quasi scomparsa e il suo alone cominciava a scomporsi in tanti frammenti -  Parlami della Pietra-di-Luce, Ramseth…Ramseth… Ramseth…” chiamò.
La voce, però, era davvero flebile e l’immagine aveva lasciato posto ad una miriade di frammenti impazziti che ben presto  si mutarono in un bagliore e si spensero.
“Ramseth – chiamò Emma per la terza volta, poi – A domani, Ramseth… Passo e chiudo!”
“… p..assso… e chiu…chiudo!”  dall’altro capo, la voce giunse come dall’eternità.


“Fantastico!” fu il solo, primo commento del professore, terminato il contatto.
Il video era tornato scuro e piatto; silenzioso.
“Fantastico! - anche Stefania Curti non trovò altro termine per manifestare il proprio stupore- Se non avessi  visto ed ascoltato io stessa…”
“Capite,ora, perché questa macchina ha attirato l’attenzione?” proruppe Dario, alzandosi ed affacciandosi alla finestra per darvi uno sguardo di fuori.
“Chi,oltre noi,  può essere al corrente di questo straordinario risvolto…  Nessuno di noi ne sapeva nulla prima d’ora.” fece osservare ancora la donna.
“Non lo so, mamma. – Emma era molto perplessa – Nessuno di noi ha parlato con nessuno, eppure qualcuno è al corrente… Ma – s’interruppe – costoro sapranno che il contatto avviene solo mio tramite?”
“Nn sappiamo fin dove arrivino le informazioni di questi signori. – il professore scosse il capo – In fondo, non sappiamo niente neppure noi. – fece osservare anch'egli  – Non sappiamo che cosa accade, esattamente, durante questo... questo vostro contatto… Senza contare  - aggiunse dopo un attimo di riflessione - che il tuo amico di certo non possiede un computer…”
“Vuoi  dire, papy, che il computer non c’entra per niente?”
“Non ho detto questo. – precisò il professore – L’immagine e la voce si manifestano attraverso il computer e quella che il tuo amico chiama Pietra di Luce… che non sappiamo affatto che cosa sia.”
“Io credo di sapere, invece, di che si tratta. – replicò la ragazza  - Tu volev iche chiedessi a Ramseth colore, dimensione e forma di quella pietra… Ebbene io sono convinta che si tratti di un  frammento di meteorite dalla forma e dimensione del cristallino che tu hai utilizzato per la memoria di questo computer.”
“Vuoi dire che quel ragazzo possiede un frammento di meteorite…”
“Voglio dire,  papà, – lo interruppe la ragazza – che forse,  Ramseth possiede lo stesso frammento di meteorite e che… Accidenti! Ci sono!… Forse ci siamo! “
“Ma sì! – proruppe il professore, come folgorato da un’intuizione – Forse ci siamo! La vecchia Tebe sorgeva da quelle parti e il tuo amico non è di Tebe?”
“Proprio così!”
“Pensate quello che penso io?”
“E cioè – interloquì la signora Curti – che il cristallino rinvenuto tra le rovine di Tebe potrebbe essere il frammento di meteorite che il ragazzo chiama Pietra di Luce?… E’ questo che volete dire?”
“Assurdo per assurdo… Diciamo di sì!”
“Ma… ma è fantascientifico!”
“E questo contatto fra due ragazzi separati da una distanza nel tempo di quasi tremila e cinquecento non è fantascienza?”
“Qualunque cosa sia – esordì Dario – analizziamo un po’  le cose: il contatto riesce solo tra Emma e l’amico Ramseth. E’ così?… Altri fattori?”
“L’età! – disse Emma – Io e Ramseth compiremo quattordici anni fra venti giorni.”
“E questa non mi sembra una coincidenza: quattordici anni, nati nello stesso giorno e forse nella stessa ora e chissà… forse anche nello stesso posto.”
“Ma é proprio così!  Emma è nata proprio in quei luoghi… -  disse  il professore – E’ nata in Egitto durante una spedizione archeologica. A quel tempo, mia moglie era un’appassionata di archeologia.”
“E lo sono ancora, caro!” sorrise la donna.
“Certo, tesoro!” anche lui le sorrise, con la stessa tenerezza.
“Davvero? Ma questo è un altro punto a favore della nostra teoria. -  replicò Dario, poi proseguì -  Ed ora esaminiamo il tempo: il contatto avviene sempre a quest’ora. Ciò vuol dire che a favorirlo devono esserci condizioni favorevoli… Condizioni fisiche, ad esempio… “
Dario, sempre in piedi davanti alla finestra, ogni tanto guardava di sotto; il professore gli si avvicinò, guardò anch’egli di sotto.
C’era una vettura in strada ed al volante stava seduto un uomo che guardava verso la finestra.
“Conosce quell’uomo?” domandò Dario; il professore scosse il capo.
“Che cosa c’è?” s’allarmò subito sua moglie.
“Nulla, tesoro. – poi rivolto alla figlia – Stavi per dire qualcosa?”
“Sì! Non vi ho ancora detto che durante il nostro contatto, sia io che Ramseth avvertiamo un certo calore qui, nella zona addominale.”
“Ecco! Sentite? – proruppe Dario – Condizioni fisiche, meteoriche e magari di Spazio-Tempo. Già! In fondo… spazio-tempo… è tutto relativo!”
“La teoria spazio-tempo! – intervenne Emma – Spiegatemi. Spiegatemi che cos’è!”
“Beh, piccola. – sorrise il professore – Non è proprio la cosa più facile da spiegare. Secondo questa Teoria, gli spazi esistono simultaneamente, tutti insieme. Anche i tempi esistono insieme… significa che in se stesso esiste solo il presente. Il tempo non è che una sorta di spazio e non è assoluto.”
“Affascinante, ma  non ci capisco niente.” confessò la ragazza.
“Pensate un po’ alla Storia come ad un libro. – continuò il professore – Ad un libro in cui c’è il passato e il futuro, cioè, l’inizio e  la fine: entrambi rispetto al presente. Così è la vita: è come un libro e viene vissuta, cioè letto, in maniera successiva  come in maniera successiva, pagina dopo pagina, presente dopo presente… viene letto un libro che, pur tuttavia,  esiste già ed interamente scritto.”
“”D’accordo! – assentì la donna, ma subito replicò – La vita, però, non è statica. Non è ferma… la vita scorre sempre.”
“Ceramente! Se noi, però, avessimo la possibilità di vedere l’insieme… - Una pausa, per sorseggiare il the che la moglie aveva appena portato e poggiato sulla scrivania di Emma  - Invece, la nostra visione è limitata dal principio e dalla fine e questo origina la successione.”
“”La successione del tempo?” domandò la ragazzina.
“Sì! La successione degli istanti che sono immobili, ma che in successione determinano il movimento… il moto delle cose.”
“Quindi, - replicò la ragazzina – secondo questa che… è solo una teoria, vero papy?… relativamente ad ognuno di noi il passato esiste ancora e il futuro esiste già e i due esistono insieme al presente.”
“Esatto! Il passato oppure il futuro possono trovarsi anche in un’altra dimensione di spazio e se metti il non-tempo, ecco che hai il presente… solo e sempre presente!”
“Perciò, ogni istante del tempo esiste ed esisterà per sempre!”
“Di più! Esistono gli eventi che si collocano nel tempo per cui il tempo diventa una conseguenza di eventi ed esistono queste percezioni limitate che originano il movimento, che è solo apparenza… sia pure molto profonda… sempre teoricamente parlando.”
“Perciò – concluse la ragazza – sia io che Ramseth, come ogni altro ragazzo del futuro o del passato, esistiamo tutti insieme ed é per questo che  le onde mentali che si muovono nello spazio senza limitazioni… onde telepatiche, intendo… possono mettere in contatto me, con Ramseth o con altre persone del futuro o del passato… sempre teoricamente parlando, si capisce!”
“Potrebbe essere!”
“Ma tu credi a questa teoria?”
“Credo… beh, piccola… anche credere è relativo. Intanto, per quanto incredibile,  questo contatto fra te e il tuo amico è concreto e reale.”
“Tutto questo è suggestivo e  attirerà le manovre della concorrenza. – la madre di Emma non nascondeva la propria preoccupazione – Quella gente ci riproverà. Io ho paura.”
“E di cosa, mamma? Non hai visto come li ho messi nel sacco, ah.ah.ah…” rise la ragazzina.
“Bisogna avvertire anche i Carabinieri di Torino, ma senza fare alcun cenno alle caratteristiche del computer.” propose Dario e il professore accennò di sì col capo.
“Io non ho paura. – tornò a replicare Emma – Adesso vado a fare colazione e poi a scuola.”

Cap. VI - La maschera funeraria

Quando Ramseth giunse alla Casa d'Oro trovò il faraone Thutankammon che stava posando per una delle sue maschere funerarie.
L'artista aveva tracciato un disegno sul papiro e l'aveva ornato di perle, petali di loto e boccioli di fiordaliso. Il disegno era molto bello e il giovane Sovrano lo stava guardando compiaciuto, quando il ragazzo fu ammesso alla sua presenza.
Era un onore riservato a pochissimi, essere ricevuti dal Sovrano mentre si offriva all'opera di chi doveva consegnarlo all'Immortalità e Ramseth lo sapeva bene.
"Ramseth, figlio degli Astri. - lo invitò il Faraone - Sei venuto ad allietare la noia di questi momenti con qualche magia?"
"Ho portato al mio Faraone un giocattolo e un racconto."
"Mostrami il giocattolo ed io ti mostrerò la Maschera Funeraria che solo la mia Regina e Totmes, il mio riproduttore di immagini, che l'ha scolpita, hanno finora veduto."
Il ragazzo si fece avanti.
Thutankammon stava seduto su uno scanno di squisita fattura, impreziosito da gemme e paste vitree; il ragazzo fece l'atto di inginocchiarsi, ma il faraone lo fermò con un gesto e Ramseth  trasse da sotto il braccio un pacco avviluppato in un panno che srotolò con cura e gli porse  tendendo in avanti le mani.
"Che cosa è?" domandò il Sovrano.
"Si chiama aquilone. Quando si alzerà il vento, volerà nel cielo come un uccello."
"Bisogna proprio aspettare che ci sia il vento?" domandò impaziente  Thut.
"Forse no, signore. Basterà andare in giardino o sul terrazzo."

Andarono in terrazzo e Ramseth spiegò al vento il magnifico aquilone di sottilissimo papiro montato su un triangolo di canne, con la bella coda di striscioline colorate.
"Vola davvero come un uccello." si entusiasmò il giovanissimo Sovrano.
"Volerà ancora più alto quando il vento soffierà più forte."
"Ma se ne andrà lontano nel cielo." replicò Thut.
"No, se sarà trattenuto da un lungo filo di lino intrecciato."
"E' davvero bellissimo!"
Thutankammon era un ragazzo e il suo entusiasmo era quello di un ragazzo. Rimasero per un pezzo con  il naso rivolto verso il cielo, poi Thut sospirò:
"Ishtar sarà felice quando vedrà questo gioco. Spero che le torni il sorriso. Da quando è arrivata qui non ho mai visto il sorriso sulle sue labbra... E' a lei che voglio donarlo."
Ishtar era il nome di una principessa babilonese giunta a Tebe da poco. Tra Egitto e Babilonia c'era sempre aria di scaramuccia, ma nel gioco delle alleanze politiche si trovavano sempre dalla stessa parte e per consolidare alleanze non c'era nulla di meglio di un matrimonio.
Ishtar aveva solo sei anni ed una grande nostalgia per la sua terra.
"Vieni. - disse infine Thutankammon -Voglio mostrarti la mia Maschera Funeraria,... quella con cui mi vedranno i miei Padri quando mi presenterò loro."
Lasciarono il terrazzo e rientrarono nella sala dove il cesellatore era sempre all'opera; il Faraone invitò l'artista a deporre il papiro su cui stava lavorando e gli ordinò di mostrare la maschera già pronta; l'uomo si allontanò per eseguire gli ordini e Ramseth nel frattempo domandò:
"Il mio signore permette che i miei occhi mortali ammirino il disegno che il bravo Tutmes  sta imprimendo sul papiro?"
"Certo che puoi."
Il ragazzo guardò il papiro su cui l'artista stava lavorando, ma il suo sguardo apparve subito scettico e dubbioso; il Faraone  se ne avvide.
"Allora?" chiese.
"La grande  stella Sirio ha bisogno di altra luce per brillare? E' la più luminosa del cielo e non occorre imbellettarla come una donna della Casa di Piacere per riconoscerla."
"Ho capito che cosa vuoi dire." ammise, annuendo col capo, il giovanissimo Sovrano.
"Forse  mi sbaglio, signore?"
"No! Anche io, guardando il disegno ho pensato la stessa cosa."
"Il tuo volto, se permetti, mio signore, è già bello... perché renderlo simile a quello di una cortigiana... ma forse non dovevo parlare così... mio signore..." s'interruppe il ragazzo, col timore di aver osato troppo.
"Hai ragione, fratello del mio cuore! - lo rassicurò con un sorriso Thutankammon - L'altra mia Maschera ti piacerà: Totmes l'ha incisa quando  trattava l'arte con maggiore libertà."
"Io so che un tempo la sua arte é stata grande e che ..."
Thut scattò in piedi.
"Non ricordarmi quel tempo!" scandì, quasi a denti stretti.
"Mio Faraone... - si spaventò il ragazzo - Ho detto qualcosa che ha arrecato dispiacere al mio signore?"
"Oh, no! E' che un tempo, quando ero  ancora fanciullo, potevo fare e dire cose che adesso... pur Faraone, non posso dire né fare."
"Io non comprendo, mio signore."
Il Faraone sorrise e gli pose un braccio sulle spalle. Era piuttosto alto; più alto di Ramseth che  era già alto, ma la sua figura era esile: pareva un fanciullo anche lui.
"Tu non devi comprendere, ragazzo. - il suo sguardo, mentre gli parlava, si fece  dolcissimo - Non hai dovere di comprendere... Oh, come sono stanco!" aggiunse,  portandosi una mano   alla tempia. Era impallidito e barcollò.
Ramseth lo sorresse passandogli un braccio dietro la vita.
"Mio Signore. - disse - Tu stai male... se le mie braccia possono sorreggere la tua sacra persona..."
"Certo che puoi aiutarmi, fratello del mio cuore... Ah! Sento la vita sciogliere i nodi che la trattengono a questa terra... Capisci perché le Maschere Funerarie devono essere terminate    al più presto?"
"Mio signore! - proruppe il ragazzo - Io mi prendo la libertà di dirti che la Barca di Ammon resterà lontano da qui e se oserà avvicinarsi... io stesso la fermerò."
Thutankammon sorrise.
"Nulla e nessuno.... neppure un Faraone può fermare il Nocchiero di quella Barca... Ma il mio cuore diventa di miele ad ascoltarti, Ramseth...Tu non sei come i miei cortigiani,  che vorrebbero darmi le loro donne per ottenere favori... che dicono sempre di sì e si arrampicano come famelici coccodrilli lungo i gradini del trono... un trono - aggiunse con profonda   amarezza nella voce - su cui a sedere non è più un Faraone, ma una corte di avidi preti!"


"Io non comprendo, mio signore, ma sono pronto a tutto per la tua gloria..."
"Gloria? - lo interruppe Thutankammon - I miei passi si fanno ogni giorno più pesanti e la mia testa è un alveare attaccata da sferzante vento e un velo di nebbia sale sui miei occhi con sempre più frequenza e... la mia sola cura rimane il pensiero della dimora eterna."
Totmes ricomparve proprio in quel momento ed interruppe un dialogo che stava diventando davvero penoso. L'artista mostrò l'altra maschera, che era già pronta. D'oro brunito ed incrostata di gemme, le fattezze riportate erano fedelissime ai tratti del volto del   Faraone, solo che erano più giovanili, segno che la maschera era stata incisa qualche tempo prima.
"Ecco! - esclamò il ragazzo - Ecco che cosa ti darà gloria e ti ricorderà agli uomini!"
Thutankammon sorrise; era sempre più pallido. La mano gli tremava e anche il labbro, ma continuò a sorridere poi  chiamò un servo che comparve con una coppa di vino.
"Danne anche a lui. " ordinò al servo, dopo che ne ebbe bevuto e Ramseth bevve alla  coppa del suo Faraone, che il servo s'era affrettato a riempire e porgergli; quel vino sapeva di    miele e un giorno i Greci l'avrebbero battezzato "nettare" e l'avrebbero fatto bere ai loro Dei.
"Ed ora, se vuoi darmi il racconto che mi hai promesso, io ti ascolto."
"Sì, mio Faraone. Parlerò di una città che si chiamava Troia e di un assedio che durò dieci anni e finì con un inganno... parlerò del rapimento di una Regina e dell'ira di un eroe... " il ragazzo si interruppe: il Faraone pareva assai stanco.
"Continua con il tuo racconto. -  lo incoraggiò Thut - E non fermarti, anche se ti sembrerò asssente... io ti ascolto."
"Parlerò dell'inganno dell'astuto Ulisse..."
Ramseth riprese il racconto, così come l'amica Emma lo aveva raccontato a lui e il Faraone pian piano si assopì e vennero le ancelle  schermare le finestre e proibire ogni rumore nell'immensa sala attigua dove la corte stava riunita per spettegolare e intrigare.
Più tardi, lasciata la saletta privata, il ragazzo attraversò quella  sala diretto all'uscita e molti furono gli sguardi che l'accompagnarono: i cortigiani riuniti nella  speranza di essere  ricevuti dal Faraone.
Uno schiavo l'accompagnò fino all'uscita principale della reggia, come era consuetudine con i sudditi di riguardo

Lasciata la Casa d'Oro, il ragazzo attraversò la città diretto verso casa, alla periferia dei  quartieri ricchi ed in prossimità di quelli dei poveri. Come sempre, però, passò per il porto a salutare l'amico Osorkon.
Il profumo di fagioli e ciambelle di segala usciva di prepotenza dalle case di legno o di  fango  dei lavoratori di campo e della gente povera che le abitava, ma gli stessi odori uscivano anche dalle case di mattoni di fango di artigiani, pescatori e fonditori, gente meno povera: la qualità della vita non era uguale per tutti, ma tutti potevano contare sul minimo indispensabile a   cui si aveva diritto.
La ricchezza apparteneva ad altre case: a quelle di sacerdoti, nobili e funzionari.
Ramseth trovò l'amico alle prese con le reti che un coccodrillo aveva strappato.
"Sono contento di vederti. - disse il barcaiolo, tirandosi su dal fondo della barca dove stava rattoppando le reti. Eretto in tutta la possanza fisica, sullo sfondo del verde scenario  della sponda del fiume che si stagliava all'orizzonte, Osorkon sembrava una di quelle splendide statue che venivano trasportate ai Templi via fiume -I tuoi passi ti conducono presto dal tuo amico Osorkon, oggi."
"Sono stato a corte." spiegò il ragazzo.
"Sei stato alla Casa d'Oro?" stupì l'amico.
"Il Faraone in persona ha sollecitato la mia presenza e mi ha mandato a casa la sua lettiga."
"E' un grande onore davvero! - Osorkon non era solo stupito, ma anche impressionato - Tutti sanno che il Faraone non riceve nessuno da tempo... si dice che tenga lontano perfino la bella Regina."
"I miei giochi lo divertono."
"Tutta Tebe parla delle tue magie!"
"Non sono magie... - replicò il ragazzo, poi riprese - Ma parliamo di te. Dimmi: è stata una buona pesca?"
"Buona?... Ah, i lamenti di Mistsi, mia madre, arriveranno al cielo, oggi... Guarda le mie reti."
Ramseth guardò.
"Per la Sacra Barba di Ammon! - esclamò - Sembra che nella tua rete si sia impigliato un mostro."
"E' stato un coccodrillo. - imprecò l'amico - Un maledetto coccodrillo dalla fame insaziabile,   che mi ha rubato tutto il frutto del lavoro e mi ha ridotto le reti in questo stato. Ah! Che sciagura!"
"Sciagura peggiore se ti avesse portato via anche un braccio." replicò il ragazzo.
"Ah! - continuò ad imprecare il giovane - Mille volte poter lavorare nelle cave o scalpellare marmo nella valle."
"Non augurarti sorte di schiavo, Osorkon. Quel lavoro è molto più duro."
"Tu credi, amico mio? Non è meglio salire sulla Barca di Ammon macilenti e stanchi piuttosto che con un pezzo di te in meno? Chi potrà recuperare un braccio o una gamba finiti nella   pancia di un coccodrillo, quando dovrai prepararti al grande viaggio?"
"Forse hai ragione, amico mio, ma io lo stesso non invidio la sorte di chi lavora nelle cave o nella valle... Le loro braccia sono stanche, la sera. Distrutte."
"I loro muscoli, però, sono duri come i martelli e gli scalpelli che usano. Lo scalpellino è un uomo pià forte degli altri."
"Tu sei più forte di qualunque scalpellino, Osorkon... Ma non sai che egli si nutre solo di   pane e il suo malumore è così alto che finisce sempre per picchiare la moglie e i figli?"
"Come fai a sapere queste cose, tu che vivi in una casa di mattoni con orto e giardino?"
"Io conosco la povertà della gente povera e presto entrerò nella Scuola del Tempio di Ammon. Studierò molto perché voglio aiutare i poveri."
"Vuoi curare i mali della gente povera studiando gli Astri? Credi di poter trovare i rimedi   ai loro mali osservando il cielo?"
"Tu non puoi capire!"
"E' vero! Io sono un uomo senza istruzione e non capisco molte cose... Molte altre cose, però, le capisce ancheil tuo amico Osorkon... Non capisco perché il Faraone non è con il suo  popolo e non gli garantisce pace e benessere... I Templi si arricchiscono e gli esattori pretendono sempre più da chi lavora e i  nemici dell'Egitto si accalcano ai confini. - Osorkon fece  una pausa, ma solo per riprendere fiato e continuò, sempre più amareggiato - Se non è colpa del Faraone, di chi è la colpa? Tu che hai in mano il sapere, mi vuoi dire di chi è la colpa?"
"Non del Faraone! Io l'ho visto... " Ramseth s'interruppe, pallido in volto e quasi cereo. Un dolore acutissimo lo aveva afferrato allo stomaco e fatto piegare sulle ginocchia.
"Stai male?" chiese il pescatore.

"Un dolore, qui allo stomaco...  Anche la vista che mi si sta annebbiando e  ho qualcosa che mi brucia nello stomaco..." disse il ragazzo lasciandosi scivolare a terra e contorcendosi  dal dolore; la fronte era imperlata e gli occhi socchiusi.
"Ramseth! - proruppe Osorkon - Sembra che tu abbia il morbo sacro... Ma tu stai proprio male! Devi aver bevuto o mangiato qualcosa che ti ha fatto male."
Il pescatore lasciò andare le reti sul fondo della chiatta e saltò a riva facendosi da presso al ragazzo steso per terra e privo di sensi.
Ramseth, però,  si riprese subito e riaprì gli occhi.
"Che cosa è successo? - domandò con lo sguardo ancora appannato - Sono svenuto?"
"Così mi pare."
"Mi sento come se una mandria di buoi mi stesse passando sullo stomaco."
"Ti accompagno da tua madre. - il pescatore si chinò sul ragazzo e l'aiutò a rialzarsi - Devo riscuotere un credito  nei pressi di casa tua. Oh! - il giovane si lasciò andare in  un sospiro - Dalla Città dei Morti mi hanno fatto sapere che che se non pago entro domani mi faranno aspettare molto tempo ancora, prima di assegnarmi una Hut-ka... La mia vecchia brontola perché si sente vicina al viaggio e non ha ancora la sua tomba."
"La tua vecchia ha ragione!"

Osorkon accompagnò il ragazzo a casa.
Nsitamen si spaventò nel vedere il pallore impresso sul volto del ragazzo ed ancora di più nell'udire del suo malore; Ramseth cercò di rassicurarla, poi le chiese di offrire qualcosa all'ospite. Non ebbe tempo, però, di terminare di parlare, poiché divenne pallidissimo  e prese a rimettere convulsamente del liquido verde.
"Potenza di Ammon! - esclamò preoccupata la donna - Ma che cosa gli hai dato da bere?"
"Io niente. - rispose il pescatore -Alla Casa d'Oro, però, ha bevuto alla coppa del Faraone... Me lo ha detto egli stesso."
"Alla coppa del Faraone?... Oh, me meschina!... Aiutami... aiutami a portarlo a letto!"
Più tardi, quando il pescatore ebbe lasciato la casa, la donna sedette su uno scanno ai  piedi  del letto. Il ragazzo riaprì gliocchi ed incontrò lo sguardo severo e preoccupato della madre.
Le sorrise.
"Vedi, figlio mio, quale effetto può fare il vino alla tua età? -disse Nsitamen - E' saggio che tu non ne tocchi ancora... Fra qualche anno... con moderazione. Ma adesso..."
Il ragazzo non la lasciò finire.
"Io l'ho solamente assaggiato per far piacere al Faraone."
"Tu non devi più andare alla Casa d'Oro." ingiunse sua madre con atteggiamento risoluto.
"Ma perché? Il Faraone mi onora  della sua amicizia e mi ha ammesso alla sua presenza durante la posa per la sua maschera funeraria... Egli vuole che torni ancora a Palazzo. E' molto impressionato dai miei giochi."
"Tu non devi mettere più piede a Palazzo." insistette la donna.
"Ma perché? - anche il ragazzo insisteva -Egli mi chiama Fratello-del-mio-cuore e mi dimostra affetto."
"Ti chiama Fratello-del-mio-cuore?... Oh, me meschina!... Io non voglio che tu torni ancora a Palazzo e così sarà."
"Ma perché?" continuava a chiedre Ramseth.
"Non importa il perché... Ho deciso così e basta. Ora riposa. Nella tisana ho messo un'erba che ti farà dormire." e senza aggiungere altro, la donna schermò la finestra ed ordinò a Nuta, lo schiavo nubiano, di andare dal prete Namir e pregarlo di raggiungerla.

A base di papavero, la tisana che Nsitamen aveva preparato, fece scivolare il ragazzo in un piacevole sopore, un benefico riposo che pur non addormentandolo, gli procurò un dolce benessere. I rumori della strada,  lo scalpittio dei passi, le voci dei passanti, ogni suono gli giungeva attutito, ovattato e sommesso, come quello strano mormorio che era dentro la conchiglia che gli aveva regalato Osorkon.
Quella conchiglia, gli aveva spiegato l'amico pescatore, veniva da molto lontano ed era la casetta di un pesce .
"Una casetta?" aveva chiesto lui meravigliato.
"Certo! Come quella che si porta dietro la tua tartaruga." aveva spegato l'amico.
Non pago della risposta, lui  aveva chiesto a tutti i costruttori di case che conosceva, come un pesce potesse costruirsi una casa. Quelli, però, avevano riso, s'erano stretti nelle spalle come per dire che non ne sapevano nulla e uno di loro aveva detto:
"... però sono solide quanto le case di pietra e non fragili come quelle di fango e paglia."
Era proprio vero! Le case della gente, a Tebe,  non erano tutte uguali. Quelle dei ricchi   erano di mattoni di fango essiccato ed erano provviste di finestre e terrazzi, ma quelle dei poveri erano di paglia e fango e sui tetti si aprivano aperture per far entrare la luce ed uscire  il  fumo e potevano essere spazzate via facilemente da acqua e vento.

Cullato da quel dolce ronzio nelle orecchie, il ragazzo si lasciò trasportare in un mondo di nebbie, ombre e suoni indistinti poi, d'un tratto, un suono più chiaro e vicino lo fece sobbalzare. Riconobbe la voce di Narmir, uno dei portatori del Tempio, che  spingeva la sua carretta piena di doni per Ammon. Seguirono voci ben chiare e distinte e non  provenivano dalla strada, bensì  dalla stanza attigua:
"... è un rischio, ma come dissuaderlo senza digli la verità?" era la voce del prete Namir.
"Io sono sua madre. Io lo dissuaderò.  -  questa era la voce di Nsitaten ed era colma di apprensione - E' mio figlio e non voglio perderlo... Non deve più andare alla Casa d'Oro."
Ramseth si alzò; non poteva più sopportare la pena che era in quella voce.
"Come dissuaderlo!" continuava a dire il vecchio prete.
"Lo chiama Fratello-del-mio-cuore... - continuava a gemere la voce di sua madre - Non voglio che "lei" me lo porti via... Non potrei sopportarlo, se "lei" lo volesse per sé!"
"Chi vuole Ramseth per sé?"
Il ragazzo era comparso sull'uscio.
"Che cosa fai in piedi? Torna a letto!" cominciò il prete: era chiaro che cercava di prender tempo alle domande che sarebbero arrivate e che arrivarono puntuali:
"Chi mi vuole per sé, madre?"
Ramseth ripeté la domanda.
"La corte! Ecco chi ti vuole per sé!... La corte!" scandì il vecchio prete.
"Ma io non amo la vita di corte. - replicò il ragazzo - Io vado alla Casa d'Oro solo per alleviare la solitudine del mio Faraone e allietare i suoi ultimi giorni, perché... sapete... egli è davvero molto malato e il cesellatore lavora giorno e notte alla sua maschera funeraria."
"Ramseth,   ragazzo  mio... - il vecchio trasse un lungo sospiro -  La tua presenza a corte non potrà arrestare la  corsa del nostro amato Faraone verso l'eternità."
"Questo lo so, vecchio Namir, ma io voglio donargli qualche sorriso come farò con te... Ti darò sostegno e forza quando sarai pronto a salire sulla Barca di Ammon."
"Oh!"  si commosse il vecchio, ma la donna interloquì, sempre preoccupata.
"La corte è un posto pericoloso per un ragazzo come te, figlio mio. " disse.
"Tranquillizzati, madre. - le  sorrise rassicurante il ragazzo  - Io non suscito invidie a corte, poiché non prendo nulla dal Faraone in cambio dei miei giochi...  neppure la coppa  d'oro  in  cui ho bevuto e che il Faraone voleva donarmi, ho accettato."
"Che cosa hai fatto?... Hai rifutato un dono del Faraone?... Piccolo incosciente! - insorse il vecchio prete con affanno - Lo sai che non è permesso rifiutare un dono del Faraone?"
"OH!...  Adesso basta parlare di queste cose. - si spazientì il ragazzo, poi in tono più  conciliante - Ho molte cosa da fare. Dammi congedo, madre." disse.
"Dovresti stare a letto, figlio... Va, ma non ti stancare."

Più tardi, mentre era in giardino,  Ramseth cominciò a ripensare alle parole  appena   ascoltate e di cui non riusciva a comprenderne appieno il significato.
"Ne parlerò con Emma. - si disse con un sorriso - La mia amica ha una rispposta per ogni domanda."


Fu proprio la prima cosa che Ramseth domandò all'amica del futuro, l'indomani mattina, appena inginocchiato davanti all'altare ed alla Pietra-di-Luce.
"Sono preoccupato ed inquieto." esordì.
"Che cosa ti preoccupa?"   chiese  Emma.
"Le strane parole che ho udito per bocca di mia madre.  - la ragazza avvertì tutta l'inquietudine del ragazzo - Da quando il Faraone ha visto i miei giochi e chiede la mia compagnia, mia madre si mostra preoccupata."
"Dovrebbe essere contenta ed orgogliosa." osservò Emma, girandosi a guardare sua madre, in piedi alle sue spalle.
"Invece ne è terrorizzata. - seguì una pausa, che Ramseth riempì con un lungo sospiro poi si schiarì la gola e continuò - Lei mi ha allevato con molto amore, ma  io non sono suo figlio... - ancora una pausa; Emma seguiva stupita e interessata quelle parole - Io, però, non so quali pericoli possa correre, dal momento che godo della protezione del Faraone in persona. - un'ennesima pausa, per un sorriso - La mia compagnia lo consola e diverte." spiegò.
"Credevo che alla corte del Faraone ci fossero maghi, giocolieri e danzatrici..." osservò la ragazza.
"Il Faraone non ama la compagnia dei cortigiani. Sono sempre lì a chiedere favori.    Quanto   ai giochi, lo hanno annoiato ed egli preferisce i giochi di Ramseth." sorrise compiaciuto.
"Ma i maghi egizi non sono mai stati  eguagliati... - osservò la ragazza - Sapevano trasformare l'acqua in vino, i bastoni in serpenti e sapevano fare tante altre cose ancora... Non è così?"
"Anche i bambini conoscono quei trucchi. - replicò il ragazzo - I miei giochi, invece, lo divertono... sono le sue uniche distrazioni.  Il Faraone é sempre stanco...   Sono mesi che non visita il suo gineceo... me lo ha detto egli stesso e vede la Regina solo quando lei viene a trovarlo... Io non l'ho mai vista, ma tutti dicono che la regina Ankseammon è molto bella... - una pausa e un sorriso quasi di scusa, poi - Ma io ti parlo solo di me, Sorella-del-mio-cuore ed invece voglio sapere di te... Al mio amico Osorkon parlerò molto presto di te. Questo lo renderà contento."
"Io, invece, al mio amico Dario ho parlato a lungo di te e purtroppo sono arrivati i guai!"
Emma ebbe un sospiro.
"Non ti capisco." disse Ramseth dall'altra parte.
"Lo sai, vero, che è attraverso una macchina che noi due stiamo parlando? Ebbene... ci sono persone che stanno facendo di tutto per impadronirsene."
"Per la Sacra Barba di Ammon! - esclamò il ragazzo - E possono farlo?"
"Temo di sì, ma spero di no!"
"Non temere, sorella del mio cuore. - sorrise ancora Ramseth, con quel suo sguardo lontano, irraggiungibile e pur così straordinariamente colmo di splendore -Se anche quelle persone  lo facessero, io non risponderò."
"Io credo, amico mio, che se anche tu lo volessi,  non potresti farlo. Mio padre ha già provato a stabilire un contatto con te, ma non ci é riuscito. Io credo che soltanto noi due, io e te, per chissà quale arcano motivo, siamo in grado di parlarci."
"Asur mi ha spiegato il significato di "contatto telepatico"... come dici tu." la sorprese  una  volta ancora il ragazzo  antico.
"Davvero? Chi é Asur?"
"E' il potente sacerdote della dea Mut... Asur è un uomo molto  saggio e potente ed  è capace di imporre a chiunque la propria volontà solo guardandolo fisso negli occhi."
"Oh.Oh.... - fece la ragazza - Questa si chiama ipnosi."
Parlarono amcora a lungo. Emma faceva domande e dava risposte e suo padre annotava ogni cosa sul p.c. e come le altre volte, quando si avvicinò il momento di staccare il contatto, i due  si salutarono con le solite parole:
"Passo e chiudo!" disse Emma.
"Qui, Ramseth, passo e chiudo!" rispose l'altro.

Cap. VII La regina Ankhsenammon

Ramseth si staccò dal piccolo altare. Il giorno era appena iniziato, ma Tebe era già sveglia.
Davanti alla casa di Nsitatmen si fermò una lettiga con le insegne del Faraone. Recava un ricco carico di doni: datteri, farina, uva, coppe d'oro e d'argento e molte altre cose ancora.
I due schiavi di Nsitanem gongolavano, sapevano che qualcosa di quell'abbondanza sarebbe andata anche a loro e si davano un gran da fare per tenere lontano la folla di curiosi che si era formata davanti all'uscio di casa.
Lungi dal mostrarsi contenta, Nsitamen  gemeva, correndo da un angolo all'altro della casa.
"Dovresti gioire al cospetto di tanta abbondanza, madre,  invece di elevare al cielo i tuoi lamenti. - le disse il ragazzo - Dividila con altri, questa ricchezza, se ti sembra eccessiva."
Nsitamen, però, pareva neanche ascoltarlo e continuava a riempire la casa di gemiti.
Così la lasciò il ragazzo salendo sulla lettiga per recarsi a Palazzo.

                                                                         ******************

L'incontro di Ramseth con la regina Anksenammon avvenne nel patio della reggia.
Il ragazzo era appena sceso dalla lettiga e la Regina stava uscendo in compagnia di uno stuolo di ancelle per la solita passeggiata nei giardini reali che costeggiavano la riva del Nilo.
Anksenammon era bella. Alta, snella e bruna di carnagione. Il  volto era ben truccato: occhi ombreggiati di bruno e allungati verso le tempie e sguardo morbido e dolce, tra una corona di ciglia artificialmente allungate. Sulle labbra e sulle guance, una lieve tintura rosa  ravvivava   una pelle davvero perfetta e non solo per cure, ma anche per natura.
Sul capo portava una parrucca di capelli neri a treccioline intrecciate con fili d'oro, d'oro come la fascia che le ornava la fronte e che andava ad annodarsi sulla nuca; grossi orecchini pendevano dai graziosi lobi e completavano il suo abbigliamento.
In realtà, la Regina  di preferenza sfoggiava il cao rasato ed allungato all'indietro, che ogni donna egizia cercava di imitare con artifici.
Anksenammon sembrava molto più giovane dei suoi ventotto anni. Il portamento regale conferiva classe anche all'abito che indossava, una tunica bianca stretta in vita da una cintura dorata in complicati drappeggi. D'oro massiccio era anche la collana che portava al collo, larga non meno di venti centimetri, fatta di tanti dischetti uguali agli orecchini.
Le sue ancelle, una mezza dozzina, almeno, vestivano in maniera molto più modesta: una semplice tunica lunga fino ai piedi,  aperta su un fianco e raccolta in vita da una cintura metallica, ma non d'oro. Anche i gioielli con cui erano ornate non erano d'oro.

Anksenammon, terzogenita del faraone Amenopeth IV   era una donna molto gentile e cordiale,  al contrario delle sorelle, principesse molto altere ed altezzose.
Forse, a renderla così gentile e disponibile era stata la grande storia d'amore avuta con il generale Sesotri, anch'egli di sangue reale, essendo nato da una concubina del Faraone, secondo voci di corte.
Come le sorelle maggiori, anche lei non poteva sosare nessuno poiché, per motivi dinastici,   era stata fatta sposare al Faraone suo padre.
Morta la principessa Maritaton, prima nella successione, e scomparso il faraone Amenopeth IV,  sul trono  era stato fatto salire il principe Sekenze, marito della principessa Baketaton  ed  a  lei era stato fatto sposare il principe Thut, di soli otto anni.
Il principe Sekenze, però,  debole e malaticcio, non era rimasto più di un mese  seduto  sul trono delle Due Terre ed  alla sua morte gli successe Thut che, grazie al matrimonio con lei,   era diventato Faraone con il nome di Thutankammon.

Ramseth rimase immobile al cospetto della sua Regina: la testa e le spalle chine, le mani che toccavano le ginocchia in segno di di profondo rispetto.
L'attimo fu lungo quanto un tempo eterno.
"Chi sei? - domandò la Regina - Come ti chiami?" e con una mano lo invitò ad alzarsi.
"Ramseth, è  il mio nome." rispose egli timidamente.
"Ramseth! - sorrise la Regina - Quanti anni hai?"
"Quattordici, mia divina signora."
"Quattordici?... - al ragazzo parve di ravvisare una nota di malinconia nella voce della Regina - Quattordici!" la udì ripetere; la voce era dolcissima ed a lui parve più limpida e cristallina delle prime piogge d'autunno.
"Guardarti rallegra il cuore, Ramseth... - tornò a sorridere - Tua madre deve essere molto orgogliosa di te. Non ti ho mai veduto a corte." aggiunse.
"Il mio divino signore, l'amato di Ammon, il faraone Thutankammon, mi ha invitato qui a Palazzo per i miei giochi e..."
"Adesso capisco. - lo interruppe  con un sorriso la Regina - Tu sei il ragazzo che ha inventato tutti quei giochi. Il Faraone ti starà aspettando....  Vai, allora."
Ancora un sorriso e la Regina si allontanò.

**

"Quale novità mi porti oggi?"
Il faraone Thutamkammon lo accolse con queste parole e lo invitò a sedere accanto a sé.
Il ragazzo notò che la stanza era stata resa più confortevole del giorno precedente. C'erano tappeti e cuscini spar ds dsi ovunque ed egli prese posto su un divano sepolto sotto una catasta  di cuscini; c'erano anche vassoi stracolmi di coppe,  caraffe e ceste di frutta fresca appoggiati su splendidi tavolini laccati in oro.
"Ho portato a Colui che regge il Mondo, l'Amato di Ammon, il Figlio..."
"Lascia stare. - lo interruppe con un sorriso il Faraone -Riserva ai cortigiani questa stupida litania di lodi. Tu sei il fratello del mio cuore. Parla liberamente.... Che gioco mi hai portato oggi?"
Ramseth mostrò dei papiri con dei numeri e delle  caselle tratteggiate.
"Ti ho portato un gioco nuovo. Io chiamo "Battaglia navale" e te lo spiegherò, mio  signore."
Il ragazzo spiegò il gioco in tutti i dettagli e alla fine:
"Lo mostrerò ai miei generali e li batterò. " Thut si mostrò davvero assai entusiasta.
"Sono sicuro che il mio Faraone a questo gioco affonderà tutte le navi dei suoi generali."
anche Ramseth appariva contento.
"E proprio divertente! - sempre più entusiasta, Thutankammon  alla fine ripose il   gioco in una cesta e sollevò lo sguardo in faccia al ragazzo  - Lo porterò con me nella tomba. -  lo informò convinto  - Ma dimmi, Ramseth, hai anche un racconto per il tuo Faraone?"
"Ho un racconto, mio signore, ma prima di raccontare voglio ringraziare il mio Faraone  pe la generosità dei doni che ha  inviato alla casa di Ramseth... mia madre ne è stata davvero contenta, - mentì - tanto da volerli dividere con altri."
"Allora manderò altri doni per compensare la generosità di tua madre... Nsitamen, si chiama? -  domandò il Faraone - Conoscevo una donna con questo nome, quando ero bambino. Era ancella della mia Regina ed andò sposa al generale Sesotri, morto in battaglia."
"Allora stiamo parlando della stessa persona, mio Faraone."
"Oh! - esclamò Thut - Tu sei il figlio di Nsitamenn? - il suo volto si illuminò - E sei il   figlio    di Sesotri, il generale di... - il Faraone s'interruppe e una nube gli attraversò  lo sguardo -  Sei il figlio del generale di Colui che non si può nominare, ma... ma che era mio   padre e che io amavo teneramente... Ma adesso lasciamo andare la malinconia e racconta..."
Colui che non si poteva nominare era Amenopeth IV,   Akhenaton... il Faraone-Eretico, la cui memoria i preti di Ammon avevano maledetto e il cui nome era proibito  pronunciare.
Con un gesto stanco Thutankammon indicò al ragazzo  il vassoio ricolmo di ciambelle ancora sfrigolanti di miele che un'ancella aveva deposto ai suoi piedi.
Ramseth tese una mano in avanti, ne afferrò una con l'indice e il pollice e la portò alla bocca poi  cominciò il suo racconto.
"Parlerò della Stella-Assassina." esordì; anche il Faraone si servì e si portò un dolce alle labbra.
"Una volta, la terra era popolata da animali enormi, lunghi fino a venti metri... - il racconto ebbe inizio -  Il loro nome era Dinosauro. - Thut ascoltava con l'entusiasmo del bambino curioso -A quel tempo Ammon non aveva ancora creato gli uomini e quegli animali erano i padroni della Terra e lo furono per milioni di anni e nulla costituiva per loro un pericolo... eppure..."
Il Faraone aveva smesso di mangiare e anche il cesellatore aveva interrotto il suo  lavoro per ascoltare; di tanto in tanto tornava alla piastra d'oro che aveva tra le mani, ma poi ritornava al racconto.
"Il pericolo, però, - riprese Ramseth che aveva ormai catturato completamente l'attenzione dei due - ... il pericolo veniva dal cielo e da Nemsis, la bellissima stella, sorella del Grande Astro."
"Il Sole? - stupì Thut - Il Sole non ha stelle che viaggiano con lui... Il Sole è il Sole!"
"Forse è così! - il ragazzo non voleva contraddire il suo Faraone e  diplomaticmente aggiunse - Forse, però, c'è una Stella che lo segue a sua insaputa."
"Ma che cosa vuol dire ciò?" replicò il Faraone.
"Ascolta, mio Faraone. - Ramseth ebbe un lungo respiro e riprese - La Stella di cui parlo  è molto piccola, tanto da riuscire difficile poterla osservare, però è molto attiva e attraversa tutto il Cielo... - una pausa e prima che il Faraone replicasse, riprese - Impiega tanti,   tanti  e ancora tanti anni in questo peregrinare attraverso il Manto di Nut... e nel suo interminabile viaggio,  incontra una nuvola immensa dove sono radunate tutte le comete, ma... - ancora una pausa, per schiarirsi la gola, poi - ... ma quando arriva questa Stella,  è come il falco che entra in una colombaia: essa scatena il finimondo. Le comete fuggono di qua e di là con tale disordine, che molte di esse finiscono per  riempire il cielo   di     fiaccole e alcune di lorocorrono verso il Sole o la Terra."
"Ti riferisci alla pioggia delle stelle?" domandò il Faraone.
"No, mio signore. Mi riferisco alle comete che piovono sulla Terra come frecce tirate da un arciere... La Stella Assassina è il loro aeciere e quando arrivano sulla Terra, causano morte e distruzione..."
"Ma.. allora..." replicò Thut, ma il ragazzo si affrettò a spiegare.
"Per volere di Ammon, questo succede solo di rado, ma quando accade, è davvero disastroso ed è proprio ciò che è accaduto a quei grandi animali. Le comete, spinte da quella cattiva stella, caddero sulla Terra e distrussero tutti gli animali che la popolavano e che ora non ci sono più e la Terra impiegò molto, molto tempo per ripopolarsi con altri animali."
"Le tue storie sono sempre affascinanti, Ramseth e la tua fantasia è fertile come la terra d'Egitto."
Il ragazzo sorrise e pensò ad Emma che gli aveva donato quel racconto.
"Ma cosa accadrebbe se una di quelle comete cadesse su Tebe?" domandò il Faraone.
"Certamente la tua mano la fermerebbe, mio signore." sorrise il ragazzo; anche Thut sorrise.
"E se io, dormendo, non la vedessi?"
"La nostra bella città verrebbe distrutta."
"Oh! - Thutankammon appariva molto divertito. Era un nuovo gioco per lui, quella teoria che uno scienziato, tremila e trecento anni dopo avrebbe formulato - E allora, come si potrebbe salvare la città dei Faraoni?"
"Io credo che non sarebbe possibile." rispose il ragazzo.
"Potremmo costruire un grande scudo." replicò Thut.
"Lo scudo impedirebbe al Sole di  far passare i raggi oppure lo fonderebbe. A meno che.. "
"A meno che?" fece Thut.
"A meno di usare un metallo che non si lasci fondere."
"Ed esiste un tale metallo?" continuava il gioco.
"Io non lo so, mio Faraone... però posso dirti che la prossima stella che scoprirò porterà il tuo nome."
"Oh! - sul volto del Faraone apparve un'espressione compiaciuta, poi - Oh, ma adesso desidero riposare. Sono stanco... anche tu, Totmes, vai. Continueremo con il nuovo giorno."
Il cesellatore depose gli scalpelli e si accinse a lasciare la stanza; anche il ragazzo stava per  allontanarsi, ma proprio in quel momento un servo entrò strisciando e si avvicinò al Faraone.
"Luce dell'Universo, Signore delle Due Terre, Figlio degli Dei, Blancia dei destini umani..."
"Dì pure quello che hai da dire."
Thutamkammon interruppe  quella litania di lodi che pure era d'obbligo per tutti quelli che dovevano rivolgersi a lui.
"La Regina, Figlia degli Dei, ha la febbre e delira, mio Faraone e il medico mi manda ad avvertirti."
"Devo andare. - il Faraone si mostrò subito preoccupato - Ti do licenza di lasciare la Casa d'Oro, Ramseth,  ma ti dico di tornare prima di sera."
 

Il ragazzo lasciò il Palazzo; il pensiero della Regna lo accompagnò: la mente e gli occhi erano pieni della visione del suo bel volto ed a casa ne parlò subito con sua madre.
"La regina Anksenammon mi ha rivolto la parola, madre.  - disse e la sua eccitazione mise in apprensione la donna - Mi ha parlato con grande gentilezza."
"Non devi più andare a Palazzo, né devi incontrre più la Regina."
"Ma perché, madre? La Regina si è mostrata gentile con me ed ha voluto conoscere il mio nome, ma... - il ragazzo posò la mano sul capo della donna con gesto di grande affetto - ... ma tu la conosci, madre."
"Io?" fece la donna.
"Se il Faraone conosce la Nsitamen che giocava con lui alla Casa D'oro, anche tu devi conoscere il Faraone e la Regina... Io ho la strana sensazione che tu mi nasconda qualcosa,  madre."
"Non essere irriverente con tua madre." proruppe la donna.
"Va bene, madre, ma non adirarti con me." si scusò subito il ragazzo.
"Figlio! -esclamò Nsitamen con accento carico di dolcezza, tendendo le braccia - Io non potrei mai adirarmi con te, ma ho una preghiera da farti... Lascia stare la Cadsa d'Oro! Lasciala, ti prego!"
"Io non posso farlo, madre."
"Ma perché?"
"Non so il perchè, madre, ma sento che devo tornare dal Faraone e rivedere la Regina."
La donna si staccò da lui con un singhiozzo e si allontanò per non farsi veder piangere; Ramseth rimase  da solo nella stanza, pensoso ed inquieto.
"Quante cose mi stanno accadendo che non so spiegare. - pensò - Il Faraone che mi chiama "fratello del mio cuore", la Regina che me lo trafigge con uno sguardo, mia madre che piange disperata invece di essere lieta, Emma... Emma che viene da tanto lontano... Emma? Come sarà la mia amica Emma? Come sarà il suo volto...  i suoi occhi.. e dove sarà adesso?"


Emma era impegnata con una Caccia al Tesoro organizzata dalla Scuola. Bisognava trovare una mappa su cui era tracciato il percorso per arrivare al tesoro: la mappa era divisa in tre pqzzi e ognuno dei pezzi  era nascosto in un posto indicato dalla soluzione di rebus di indovinelli.
Il primo indovinello si era rivelato relativamente facile: si trattava di un verso del "Purgatorio" di Dante e come risultato aveva dato la frase: "posto di divertimento"
Piero e Leo, due compagni, che con lei componevano il gruppo, misero a soqquadro la Sala delle Riunioni e trovarono ben nascosto il primo pezzo della mappa.
Il tracciato era chiaro: indicava uno svincolo statale, fuori città, sulla statale per un paese limitrofo di Torino.
Il grippo passò al secondo pezzo; facile anche questa volta: indicava una cascina, sempre nella stessa zona.
"Dobbiamo andare adesso o aspettiamo domani?" domandò Leo.
"Il gruppo di Gbriella ha trovato solo il primo pezzo della mappa, - fece osservare Emma - perciò abbiamo un buon vantaggio... Direi di aspettare fino a domani."
"Sono d'accordo. - assentì Piera - E' tardi e devo proprio tornare a casa."
"Vuoi uno strappo con il mio motorino?" s'offrì Leo.
"Ho il mio. Grazie!"
"Va bene! - assentì il ragazzino, poi - E tu, Emma?"
"Aspetto mio padre."
"A domani, allora!"
"A domani."
Piero e Leo lasciaro la Scuola; Emma aspettò il padre. 
 

CAPITOLO VIII - iL MERCATO


CAPITOLO       IL MERCATO

Appena giunto alla Casa d'Oro, Ramseth s'accorse subito che qualcosa era nell'aria, qualcosa che mutava la casa regale d'aspetto e di suoni.  Nel percorrere una delle tante sale cinte da  colonne svettanti verso il cielo, sale che avevano per tetto il cielo aperto, il ragazzo sollevò gli occhi verso la finestra della "Apparizone": era da lì che il faraone ThutankAmmon si affacciava o gni mattina per salutare i suoi sudditi.
Lasciato quel cortile, il ragazzo si diresse verso la porta di una delle sale di rappresentanz a , nell'ala occidentale del Palazzo. Stava per entrare, ma lo raggiunsero alle spalle le parole di due ancelle
"Credi che la Regina stia davvero per morire?" diceva l'una.
"No! No! Non devi dire queste cose... la regina Amksenammo si riprenderà."
Il ragazzo si fermò di colpo, si girò  ed afferrò una delle ragazze per un braccio.
"Che cosa hai detto della Regina?" domandò.
"Non ho detto nulla." rispese quella,   ritraendosi  intimorita e colta di sorpresa.
"Hai detto che la Regina sta molto male. - replicò il ragazzo  -  Ho lavato le orecchie e ci sento bene."
"Ma io ti conosco! - interloquì la compagna - Sei il ragazzo che procura svago al nostro Faraone!"
"Certo!   Sono proprio io." ribadì il ragazzo.
"Se è così, la fortuna ti sta voltando le spalle." rispose quella.
"Ma che dici? Vaneggi?... Non mi conosci e  mi presagi sventure?"
"Anche io ti conosco. - una voce alle spalle costrinse il ragazzo a voltarsi - Tu sei il ragazzo che ha portato doni   al Faraone... Ti ho visto alla cerimonia del Giubileo."
"Allora puoi chiedere a queste donne che rispondino alla mia domanda?"
"Se la tua domanda è la salute della Regina, allora posso dirti che questa donna non vaneggia: davvero la fortuna ti ha voltato le spalle."
"Che cosa vuoi dire?"
Ramseth era sempre più sorpreso ed inquieto.
"Quello che dicono tutti a corte: che dal momento in cui la Regina ha incrociato il suo divino sguardo con quello del giovane mago di nome Ramseth, la vita ha cominciato a uscire dal suo seno..."
"Ma che sciocchezza stai dicendo? " lo interruppe il ragazzo.
"Non lo dico io, ma i venerabili preti di Ammon: dal momento in cui il giovane costruttore di magia è arrivato a corte, è arrivato con lui il malo-spirito!... Il Faraone è in collera con te." aggiunse l'uomo, un cortigiano, a giudicare dalla ricca veste di lino.
Una piccola folla, intanto, s'era formata sotto il colonnato, servi, cortigiani, soldati.
Due soldati lo circondarono e lo spinsero in  avanti.
Ramseth non oppose resistenza; non aveva paura  e confidava nella considerazione  che il Faraone gli aveva sempre mostrato, però era preoccupato riguardo la salute della Regina.

Raggiunsero la residenza privata del Faraone e i giardini reali.
Erano splendidi. Disposti a spiazzi di terreno articolati in terrazze; quattro in totale: quattro enormi gradini verdi e colorati. La scalinata centrale, che s'apriva dal fondo del primo gradino, portava direttamente ad una delle sale d'aspetto per i cortigiani. Le loro voci provenivano da oltre la porta, ma il gruppo non entrò e percorse un corridoio in fondo al quale c'era una piccola camera, la prima degli appartamenti privati del Faraone.

Thutankammon sembrava in attesa e tese una mano in segno di benvenuto, appena li vide.
Sedeva su uno scanno dorato di fronte alla finestra che s'affacciava sul Nilo.
Il fiume in quel tratto era bellissimo; si allargava intorno ad una minuscola isola completamente ricoperta di piante di loto e fiordaliso, fusti di palme ed acacia, le quali davano vita ad un minscolo zoo che ospitava pavoni, ibis, colombe, rondini, tortore.
Il loro cinghettio arrivava lassù a rallegrare il cuore.
"Grande tristezza è scesa sul mio cuore. - esordì il Sovrano con grande mestizia mentre con una mano congedava i soldati - Ramseth, amico mio:"
Poiché i soldati e tutti i presenti mostravano di non aver capito il suo ordine egli ripeté:
"Andate. Voglio restare solo con il mio amico. Voglio levare i miei lamenti agli Dei affinché mi rendano in salute la mia Regina."
Si affrettarono tutti ad ubbidire, solo Eye,  non si mosse.
"E tu, Eye, perché non mi lasci da solo?" disse, il giovanissimo Sovrano senza  nascondere    la propria contrarietà.
" Non saresti da solo, Thut!  - disse Eye, Gran Visir e padre della regina Nefertiti, sposa di Akhenato, il  Faraone Maledetto, di cui non bisognava fare il nome. Era  il  solo a non rivolgersi al Faraone con titoli - Lasciarti solo con questo ragszzo che ha con sé il malo-spirito, significa lasciarti da solo nel pericolo."
"Non corro pericoli con questo ragazzo più di quanto non ne corra quando percorro i bui corridpi del Tempio o quando accosto le labbra alla mia coppa."
"Thut! - proruppe l'altro; lo chiamava così, con il nome da ragazzo quando erano soli o troppo emozionato - Accusi qualcuno?"
"Accusare? - Thutankammon fece seguire un lungo sospiro - Quando il Faraone accusa  - esclamò in tono molto grave - porta sentenza di morte nelle parole. No!... Non accuso.   Non c'é sentenza di morte nelle mie parole."
"Ma questo ragazzo ha commesso colpa grave e..."
"Molto grave, sì! - lo interruppe il giovanissimo Faraone; la sua voce era pacata, ma  l'espressione del volto era molto severa - Molto grave! Ha suscitato l'invidia di avidi cortigiani e preti corrotti."
"Quello che stai dicendo offende Ammon." si rabbuiò l'altro.
Ramseth taceva.
"No... non sono io, suo figlio, ad offendere Ammon!" tuonò il Faraone  con insospettato vigore.
"E' vero! Tu sei Figlio di Ammon... Ma lui, - il vecchio cortigiano puntò un dito accusatore contro il ragazzo - Chi è questo ragazzo. Da dove viene? Chi lo consosce?"
"Il Faraone lo conosce! - scandì  Thut -  Il suo nome è Ramseth ed è il figlio del generale Sesotri, morto per la gloria dell'Egitto."
"Il generale Sesotri? - proruppe Eye, facendosi avanti pallido di una emozione sconosciuta -
Lui è il figlio di Sesotri e Nsitamen?"
"E' proprio lui! - Thutankammon accompagnò le parole con un gesto del capo -  Ed ora voglio restare solo con lui." continuò  e il suo tono non ammetteva repliche.
Rimasto solo con il ragazzo.
"Non aver paura, Ramseth. Io non credo alle menzogne ed agli artifici che si raccontano su di te." s'affrettò a  rassicurarlo.
"Io non ho portato ilmale alla Regina, mio signore." esclamò Ramseth.
"Lo so! - sospirò ancora il Faraone - Se solo uno dei miei sguardi io lo poso su un cortigiano, tutti gli altri ne sono invidiosi e poiché ho riservato parte del mio tempo ad un ragazzo  sconosciuto a corte,  ecco che si scatena la bufera."
"Se potessi conoscere il male che affligge la Regina, potrei sacrificare agli Dei, per farla guarire." sospirò il ragazzo.
"E' da quando si è sparsa la notizia della sua malattia che nei Santuari e nei Templi  si sacrifica agli Dei per la sua guarigione, ma... forse.. un sacrificio che viene da una ragzzo puro come te, sarà più gradito agli Immortali."
"E' così grave, la Figlia degli Dei?" domandò il ragazzo.
"Il suo respiro è affannoso e il suo spirito pare voglia uscire dalle narici... - il Faraone si lasciò sfuggire un'esclamazione d'afflizione -  Toccare la sua fronte è come avvicinare la mano ad una fiamma. - spiegò, poi lasciò passare qualche attimo di silenzio e  riprese -  Ma ora, piccolo fratello, l'ansia mette le ali ai miei piedi... Desidero tornare dalla mia Regina."
 

Più tardi, lasciato il Palazzo, Ramseth si lasciò condurre dai propri passi fino al nercato del quartiere; camminava spedito, ma la mente era altrove. Pensava alla Regina ed alla maniera di trovare un rimedio per il suo male. Pendava ad Emma, l'amica del futuro.
Non s'accorse d'esser seguito: due uomini, che da quando aveva lasciato il Palazzo, non l'avevano perso di vista.
Il mercato è sempre stato la meta preferita di chi ha bisogno di riflettere; dopotutto, dove si riflette meglio di un posto dove tutto concorre a volerti far fare proprio la cosa opposta?
Ramseth non era l'eccezione alla regola ed era sicuro di incontrare l'amico Asur, prete della dea Mut e grande medico: con lui avrebbe parlato del malanno dell Ragina.
Certo, pensava, il Faraone lo proteggeva e poteva sentirsi al sicuro, ma solo fino a quando fosse rimasto convinto della sua innocenza. E se il dubbio si fosse insinuato nel suo cuore?
La confusione a cui andò incontro, la baraonda in cui si immerse, il brusio che lo inghiottì,  non lo distrassero dalle sue preoccupazioni.
"Erano presaghe le parole di mia madre? - pensava ad alta voce - Lei sapeva del pericolo... Ma perché? Perché quello che mia madre temeva era lì ad aspettarmi?"
Nessuno pareva fare caso a lui, tutti presi dalle proprie cure; incuranti i compratori che facevano i conti sulle dita, incuranti i venditori che lodavano la merce.
"Perché il pericolo deve essere in agguato?  - non riusciva proprio a darsi pace - Chi sono io?"
"Fermati... Fermati. - un mercante spezzò i suoi pensieri; il ragazzo guardò i suoi occhi furbi, l'espressione innocua che solo un mercante sa imporre alla propria faccia -Fermati, giovane figlio di nobile padre..."
Il mercante lo trattenne per un braccio, nell'altra mano teneva uno splendido ventaglio di piume.
"Fermati ad ammirare questa meraviglia. - diceva - Guarda questo gioiello. Potresti donarlo a tua madre e farla felice. - Ramseth scosse il capo - Ammira questa collana. Pensa alla gioia che potresti leggere negli occhi della tua promessa." insisteva quello.
La collana, di pietre colorate e grani d'argento, era davvero bella ed elegante e il ragazzo la guardò con un certo interesse e questo animò il mercante-
"La tua promessa è certamente bella, ma con questa al collo, neppure la regina Anksenammon la eguaglierà." diceva.
Bastò quel nome e Ramseth ebbe uno scatto d'ira.
"Quale sacroilegio sulle tue labbra! - esclamò - Lasciami andare e non importunare i miei pensieri."
Temendo di aver osato troppo, il ragazzo vestiva come un nobile, il mercante zittì ed egli
si allontanò indisturbato.
Donne, uomini e bambini lo urtavano; Ramseth sentiva le loro voci. Passò oltre. Guardò  uomini sepolti sotto enormi pesi, sacchi di frumento e verdure, che si lamentavano, sperando che qualcuno li alleggerisse del peso sulle spalle e aumentasse quello della borsa.  Non tutti però, potevano permettersi  grandi acquisti e c'era chi dava vita ad interminabili contrattazioni per portarsi poi via solo qualcosa di poco valore.
C'erano artigiani che lavoravano sul posto circondati da una corona di curiosi: intagliavano tavoli, cesellavano piatti, modellavano vasi e speravano di trovare compratori in mezzo a quella folla di curiosi.
Il ragazzo proseguì. Attraversò il mercato alimentare, dove i contadini portavano i prodotti della terra e i pescatori i frutti del mare e proseguì fino a quello degli unguenti, dove sapeva di trovarvi l'amico Asur. E non si sbagliava.
Asur era un uomo dall'età indefinibile; non alto, ma corpulento, due mani che spuntavano dalle larghe maniche della tunica, grandi e ben curate. Lo sguardo era buono, un po' distratto e si animò alla vista del ragazzo.
"Ramseth, figlio degli Astri. Devo lusingarmi per la tua presenza?"  salutò con gran calore.
"Ammon tenga la tua ombra nelle sue mani. - rispose Ramseth con la stessa enfasi -  E  Mut sia sempre al tuo fianco."
Ammon e Mut: gli Dei protettori di Tebe!
"Mi cercavi?" domandò Asur  posandogli  la grande mano sulle spalle con gesto affettuoso.
"Cercavo proprio l'amico Asur."
"Spero tu non abbia bsogno dei miei servigi."
"Non io, prediletto di Mut e Ammon. Non io."
L'uomo stava per replicare, ma qualcuno attirò la sua attenzione, alle spalle di Ramseth, un ragazzo di quindici o sedici anni, vestito solo di un logoro perizoma che metteva in evidenza una figura snella, armoniosa e ben proporzionata.
Era scuro di pelle e il volto era di straordinaria bellezza. In tutta la persona c'era un atteggiamento di grande fierezza in contrasto con la condizione sociale che si indovinava dal suo abbigliamento. Quella espressione diceva chiaramente che non si sarebbe mai chinato a chiedere, piuttosto avrebbe rubato.
Quel ragazzo era Keriut. Il ladro. Tutti lo conoscevano e tutti lo evitavano.
Asur fece un cenno a Ramseth, che si girò a guardare.
Tutto si svolse con una repentinità ed una destrezza incredibile.
C'era un venditore di ciambelle, torso nudo e madido di sudore, arrossato dal sole e dal calore dell'olio che friggeva in una grande padella; un sacchetto gli tintinnava al fianco, protetto da un pugnale.
La mano di Keriut si tese verso il sacchetto, lo sfilò, ne estrasse una moneta. Una soltanto. Rimise a posto il maltolto e tese al nercante, che non si era accorto di nulla, la moneta.
"Dammi una ciambella. -ordinò con aria innocente - E che sia ben cotta."
Asur e Ramseth scoppiarono a ridere, ma una guardia, testimone insieme a loro di quel gioco di prestigio, non rise e si accostò brandendo la verga con intenzioni bellicose.
"Ladro! - gli gridò - Ti porterò via e ti farò frustare."
"Non farmi frustare. Non farmi frustare."  implorava Keriut, ma la guardia non si lasciò impietosire; fu Ramseth, invece, che si mosse a compassione.
"E' il mio schiavo. Lascialo. - intervenne - Pagherò il dovuto per la sua colpa e di quella risponderà al mio bastone che non è più tenero della tua verga." disse e si girò verso Asur che con un sospiro tirò da sotto la tunica una moneta che porse al mercante.
La guardia si allontanò, sia pur poco convinta e Keriut si girò verso il ragazzo.
"Non sono tuo schiavo. - disse, in tono provocatorio - E non so se il tuo bastone sia davvero più pesante della verga della guardia."
"I miei servi non hanno mai assaggito il miobastone." lo rassicurò Ramseth con un sorriso; anche l'altro sorrise:
"Davvero? Allora, quando sarò stanco della libertà e vorrò trovarmi un padrone è di te che verrò in cerca... ma passerà molto tempo, però, perché Keriut è libero come un ibis."
"Anch'io amo l'ibis, perciò non temere per la tua libertà."
"Perché dovrei temere per la mia libertà?... Però sono in debito con te. Vuoi che ti procuri subito la moneta che il tuo amico ha pagato per me?"
"Cerchi altri guai? - interloquì Asur - Tieniti ben stretta la tua libertà... Quella guardia mi pareva poco convinta a lasciarti libero."
"Pareva anche a me."
"Allontaniamoci." propose Ramseth.
I tre ai allontanarono lasciandosi alle spalle giocolieri, maghi, sfaccendati e bighelloni.
"Mi accusano di aver portato il male alla Regina. - Ramseth fermò i propri passi; gli altri due fecero altrettanto - Conosco il male che l'affligge e so che i medici di corte potranno ben poco. Sono venuto al mercato per comprare un dono da offrire in sacrificio agli Dei per la sua salute, ma mi sono accorto di essere seguito. " il ragazzo indicò  due uomini fermi vicino ad un cespuglio di giunchi; parlavano tra di loro, ma con l'evidente espressione di chi cerca di darsi un atteggiamento disinvolto. 
"Cosa vogliono da te? - domandò Asur e siccome Ramseth si strinse nelle spalle - C'é un solo modo per saperlo!" aggiunse.
"Hai ragione! - assentì Ramseth accostandosi ai due - Se è me che cercate, eccomi qui.!" disse piantandosi di fronte ai due e Keriut al suo fianco.
"Cerchiamo proprio te, se sei Ramseth, caro al Faraone . -  disse uno dei due; l'altro taceva e prima che il ragazzo replicasse, spiegò - Sirikit, la nostra padrona, ti offre un sacchetto pieno d'oro se verrai ad onorarla."
"Non conosco la vostra padrona e..."
"Siete servi di Sirikit, la Dolce?  -  interloquì Keriut interrompendo la replica di Ramseth  -  Aspettate! Spiegherò io al mio amico quanto grandi siano le mani di Sirikit, la Dolce."
"Che cosa vuole da me una signora che non conosco?" domandò dubbioso Ramseth.
"Dare una festa. - spiegò l'uomo - E vorrebbe allietare i suoi ospoiti con qualcuno dei tuoi giochi. A Tebe tutti conoscono il tuo nome."
"Va bene! Dite alla vostra padrona che verrò."
"Che verremo!" corresse sorridendo Keriut; un saluto e i due servi si allontanarono. Asur li seguì con sguardo dubbioso, poi anch'egli si allontanò, lasciando soli i due ragazzi.
Prima di tornare a casa, Ramseth promise al nuovo amico  che gli avrebbe permesso di accompagnarlo da Sirikit la Dolce.


Ramseth tacque alla madre dell'accaduto, ma durante la notte non dormì e l'alba lo trovò sveglio e sempre preoccupato.
"Qui Ramseth, passo. Qui Ramseth, passo!" impaziente, tentò di raggiungere l'amica del futuro prima ancora che il sole si fosse levato.
"Ricevuto, Ramseth. Qui, Emma, passo." rispose la voce dall'altra parte dell'eternità.
"Ho bisogno di aiuto, Emma. Un grave pericolo è sul mio capo." disse tutto d'un fiato.
"Che cosa è successo?" domandò la ragazza, subito preoccupata.
"La Regina è molto malata e sono stato accusato d'essere io la causa del suo male."
"Accusato? Ma che cosa significa?" trasecolò la ragazza.
"L'ho incontrata nei giardini  della Casa d'Oro e lei mi ha parlato. Poco dopo è arrivata una febbre altissima a divorarla..."
"Capisco! Continua."
"A corte dicono che è stato il mio sguardo a procurarle il male."
"Santo Cielo! - esclamò Emma - Ma è assurdo! E i medici? Che cosa dicono i medici?"
"Sono tutti d'accordo nell'accusare il povero Ramseth, ma il mio amico Asur è  in accordo con me e  dice che il male della Regina risiede nel respiro."
"Asur è un tuo amico?" domandò Emma.
"Sì! - assentì il ragazzo -Asur è sacerdote di Mut e grande medico ed egli dice che i suoi bronchi hanno preso freddo e che per questo il suo respiro è affannoso e la febbre è alta."
"Santo Cielo! Ma allora?"
"A corte preferisocno dare la colpa al povero Ramseth e non al freddo. Ho molti nemici da quando il Faraone mi chiama Fratello del mio cuore."
"Ma il Faraone non ti protegge?" replicò Emma.
"Se sono acora libero è solo perché il Faraone mi è amico, ma se la  Regina morisse... Che cosa accadrebbe se la Ragina morisse? Il Faraone si lascerà convincere della mia colpevolezza."
"Non temere, Fratello del mio cuore. Io ti aiuterò... Ascolta..."
"Mi hai chiamato Fratello del mio cuore? -  esultò il ragazzo, pur nell'angoscia del momento,  poi chiese - Che cosa devo fare?"
"Ascolta! - ripeté Emma - Ascoltami attentamente. Prendi della muffa... La troverai in posti freddi ed umidi. Sarà come una polverina appiccicosa. Mettila in acqua e falla bollire e..."
"Ma.. e poi?"
"Versala in una tazza e falla bere alla Regina... dolcificala con un po' di miele, per  renderla meno amara."
"E la Regina guarirà?" domandò in tono scettico il ragazzo.
"Beh!... Dovrebbe! La febbre calerà. Questo è certo! Aspetta... Dovrai far bere alla tua Regina questa medicina più volte, ma vedrai che la febbre calerà. I nostri scienziati, proprio dalla muffa hanno ricavato una medicina che chiamiamo penicellina... La tua sarà meno efficace, certo... ma funzionerà. Ne sono sicura!"
"Grazie, Sorella del mio cuore. Vado subito a preparare la medicina."

Capitolo IX - Kafer


Emma quel mattino si recò a scuola come tutte le mattine e con il suo gruppo cercò la soluzione al terzo gioco della Caccia al Tesoro. Questa volta si trattava di un indovinello la cui soluzione portava al corridoio della scuola dove trovarono il terzo pezzo della mappa.
I tre ragazzi erano soddisfatti. Tracciarono le linee secondo i punti di congiunzione e il percorso da seguire fu chiaro.
"Eureka! - esclamò Leo - Ci siamo riusciti.  Gli altri si starenno lambiccando il cervello mentre noi conosciamo già il tracciato."
"E' stato facile!" disse Emma.
"Fin troppo. - osservò Piera - Doveva essere un rebus degno di una  Sfinge."
"Significa che siamo bravi!" gongolò Leo.
"Al lavoro,  adesso. - incitò Emma - Da quel che possiamo vedere, sembra un giro molto lungo... Muoviamoci, prima che qualche altro gruppo giunga alla  soluzione."

Lo scooter di Leo con a bordo i tre ragazzi sfrecciò per le strade della città, puntando verso la periferia. Non era ora di punta e il traffico scorreva senza intoppi: qualche camion, macchine, autobus, altri motorini.
Dalla periferia passarono alla statale. Si fermarono vicino ad una vecchia casa; una donna si affacciò alla finestra colorata di rossi gerani e petunie rosa, forse attirata dal rumore del motorino.
Piera tirò fuori della tasca dei jeans la mappa e la distese; insieme, i tre ragazzi rimasero a studiarla attentamente.
"La strada è questa. Ne sono sicura." disse Piera.
"Però non abbiamo visto nessun pilone." osservò Leo.
"Dovrebbe trovarsi qui intorno. - osservò Piera - Eccolo!" esclamò, indicando una di quelle minuscole cappelle votive all'interno di un pilastro di pietra, che un tempo la devozione popolare disseminava per la campagna. La nicchia era alta poco più di un metro e il pilastro su cui poggiava lo era anche meno e ospitava una bella pittura raffigurante una santa sconosciuta.
Si inoltrarono nella campagna. Lo scooter proseguiva un po' a fatica lungo il viottolo ciottoloso; una cascina apparve in cima alla collina, protetta alle spalle da frondosi alberi di castagno.
"Dev'essre quella casa." disse Emma.
"Hai un bel coraggio a chiamarla casa." rise il ragazzo.
"Cascinale, se ti piace! - replicò Emma -Avanti. Entriamo."

Trovarono la porta semplicemente accostata, la spinsero ed entrarono.
L'interno della cascina indicava chiaramente l'abbandono. Polvere dappertutto; ragnatele giù dalle pareti e lungo infissi di porte e finestre. Altrettanto di chiaramente, però, indicava il passaggio della presenza umana: una cicca accesa ancora dentro il portasigarette sul  tavolo.
Metteva malinconia quella coltre di incuria umana che abbracciava  ogni cosa, dal tavolo alle sedie, dal vecchio armadio ai due mobiletti che avrebbero potuto essere due scrivanie e dalla grande cassapanca; stessa coltre anche sugli oggetti appesi alle pareti.
"Ed ora al lavoro." dissero in coro.
Misero a soqquadro la stanza; la rivoltarono da cima a fondo e finalmente, nel doppiofondo della cassapanca, trovarono una tavoletta di legno.
"Non sarà questa? - domandò Leo - Assomiglia a uno di quegli oggetti custoditi alMuseo Egizio."
"Ma che bravo!"
Una voce alle spalle li costrinse a voltarsi ed Emma riconobbe immediatamete uno dei rapitori.
"Lui è uno degli uomini che mi hanno rapita." esclamò con accento preoccupato.
"Rapita?" fecero in coro gli altri due.
"Sono sicuro che la vostra amichetta vi spiegherà tutto. Ah.ah.ah.. - ghignò l'umo accostandosi ad Emma ed afferrandola per un braccio che portò dietro la schiena - Avrete molto tempo per conversare, prima che arrivi il capo e... E tu... - si voltò verso Leo che credendosi inosservato stava tentando di guadagnare   l'uscita. - Dove credi di andare?"
Due uomini lo fermarono proprio sull'uscio e lo riportarono dentro.
Più tardi, legati mani e piedi alle sedie, i tre ragazzi furono lasciati da soli.
"Chi è questa gente? - domandò Leo - E perché ti avrebbero rapita?... E' così che hai detto."
"E che cosa vogliono da noi?" fece eco Piera.
"Da voi non vogliono nulla, è da me che vogliono qualcosa, ma... ma non posso parlarne:"
"Non puoi parlare? - replicò Leo in tono seccato - Ci siamo dentro anche noi ed abbiamo diritto di sapere che cosa vuole quella gente."
"Leo ha ragione. - intervenne Piera - Abbiamo diritto di sapere perché ci troviamo qui legati come salsicciotti."
"E va bene!... Sapete tenere un segreto?"
"Certo!"
"Allora, tenetevi forte sulla sedia." sospirò Emma.
"Neh!... Più forte di così!" proruppe Piera ed Emma  spiegò:
"Mio padre ha progettato un nuovo computer e la concorrenza cerca di impossessarsene."
"Tutto qui!" fece Leo in tono deluso.
"Vedi... Vedete... con quel computer è accaduta una cosa fantastica e... e non so se mi crederete se ve la raccontassi."
"Tu provaci." risposero in coro i due amici.
"Con quel computer, io  sono riuscita a mettermi in contatto telepatico... sapete mio padre sta facendo studi... credo sia prossimo alla soluzione e..." cominciò Emma.
"Dacci un taglio e parla! - sbottò Leoo - Smettila di fare girotondo intorno alla questione. Dicci che cosa hai fatto con questo dannato computer."
"Sono entrata in contatto telepatico con un ragazzo dell'Antico Egoitto" rispose la ragazzina tutto d'un fiato.
"Ci prendi in giro?" esclamò Piera.
"Ve l'avevo detto che non mi avreste creduto."
"Accidenti!...Ma dici davvero?" trasecolò l'amica strabuzzando gli occhi.
"Dico davvero... E aggiungo che tutto questo... la Caccia al Tesoro, intendo, era solo una trappola. La  soluzione dei rebus era troppo facile. Tutto era troppo semplice."
"Ma dimmi,  - intervenne Piera - com'é questo ragazzo?"
"Ti sembra questo il momento? - proruppe Leo  -Adesso dobbiamo solo cercare la maniera di uscire da qui e..."
"Cosa state complottando, voi tre? - uno dei rapitori era comparso sull'uscio e guardava all'interno - Se pensate ad un modo per filarvela, vi sbagliate. E' arrivato il capo."
Udirono una macchina avvicinarsi, poi il rantolo del motore che si spegneva; pochi attimi e una figura ben nota ad Emma fece il suo ingresso nella stanza.
"Ancora lei!" esclamò Emma.
"Ciao,piccola!"
"Canaglia!"
"Ah.ah.ah. . Tuo padre mi parlava sempre del suo piccolo genio. - l'uomo avanzò nella stanza; si avvicinò alla ragazza - Oh! Adesso saprò finalmente di questa telepatia attraverso la macchina che tuo padre ha messo a punto. Non ho capito esattamente di che cosa si tratti, ma mi aspetto che mi aiuti a decifrare la stele."
"Quella che era nel baule?" disse in tono provocatorio la ragazzina; la faccia dell'uomo si rabbuiò, mentre si precipitava verso il grosso baule. Era vuoto.
"L'hai presa tu?" domandò con voce calma.
"Sono stato io." interloquì Leo alle sue spalle; l'uomo si voltò.
"E tu chi sei?" chiese.
"Il suo angelo custode." rispose sarcastico il ragazzo.
"Ma come sei spiritoso! - la voce del capo era sempre calma; al  contrario, erano i suoi uomini che apparivano più nervosi - Voglio sperare che tu sia anche giudizioso.  Dimmi... Dove l'hai nascosta?"
"Giudizioso,mister, ma non imbecille. Fa torto alla mia intelligenza  se pensa che io le dica dove ho nascosto quell'oggetto che sembra interessarla tanto... Finché è nelle nostre mani, lei non ci farà nulla."
"Ne sei convinto?"
"Non parleremo!... Vero ragazze?"
"Vi credete furbi?... Non importa. Io so aspettare. Sono un uomo molto paziente."  li sorprese l'uomo che,  senza aggiungere altro, inaspettatamente,   fece un cenno agli altri due e tutti insieme lasciarono la stanza. Subito dopo si udì il rombo di un'auto che si allontanava.
"Se ne vanno." disse Leo.
"Non lo so. - rispose fece eco Piera  - Forse è solo una finta. Non ha senso!"
"Che il capo sia venuto fin qui e sia andato via senza quello che cercava... - Emma non nascondeva la sua perplessità e preoccupazione - Non pare strano anche a voi?"
"Già! Avrà in mente qualcosa!" osservò Leo.
"Qualche brutto schrzo per costringerci a consegnargli quello stupito pezzo di legno." assentì Piera.

Trascorse un'ora. I ragazzi parlavano animatamente, per darsi coraggio. Parlarono della scuola, dei computer, di telescopi e il tempo passava. Due, tre ore.
"Speriamo che qualche altro gruppo riesca a trovare la soluzione ed arrivare qui prima di sera." disse infine Piera.
"Se davvero questa doveva essere una trappola per me, dubito che altri rebus conducano qui."
"Un momento! -  Leo concentrò su di sé l'attenzione delle compagne -Mio fratello Alex conosce i nostri rebus.   Ho  visto quelli del suo gruppo   dopo avergli mostrato i nostri. Io credo che potrebbe anche arrivare qui. Anzi... sono sicuro che da un momento all'altro vedremo la sua faccia nel vano di quella porta. Ah.ah.ah... " rise.
"Questa è un'ottima notizia. - esclamò Emma, ma subito aggiunse - Però sarebbe meglio cercare di liberarci di queste corde piuttosto che aspettare che arrivi la Cavalleria a salvarci."
"Hai ragione! - convenne Leo - Ho un'idea: fate come me." disse, cominciando a dondolarsi sulla sedia.
"Che cosa stai facendo? Cadrai a terra come un salame se continui a dondolarti." l'avvertì Piera.
"E' proprio quello che voglio fare e fatelo anche voi, ma prima aspettate che io sia già a terra. - si girò in direzione di Emma -Tu che sei più vicina, gira la sedia e cerca di cadere con le mani all'altezza delle mie..."
"Ho capito! - lo interruppe Emma - Vuoi provare a sciogliere le corde. Forse, però, è meglio che sia io a tentare.  Ho le unghie lunghe e mi sarà più facile sciogliere i nodi."
Il primo a trovarsi a terra fu Leo e subito dopo Emma.
"Accidenti che botta! - esclamò il ragazzo - Sarò ancora tutto intero?"
"Tranquillo! - rise Piera -  Ci penserò io a raccogliere i pezzi che dovessero avanzarti.  Ah.ah.ah..."
"Spiritosa!"
"Suvvia! - Emma li  sollecitò entrambi - Non perdiamo tempo..."
La porta che si apriva, però, impedì alla ragazza di proseguire.

CAPITOLO X - KAFER

 

Mentre tutto questo avveniva qui, tremilacinquecento anni addietro, cosa accadeva?
Con keriut, Ramseth s'era recato nela "Sede della Forza", sulla riva occidentale del Nilo. Avvevano attraversato il fiume con la chiatta di Osorkon ed erano approdati sull'altra riva cercando di confondersi con coloro che vivevano nella Città dei Morti.
All'orizzonte, l'imponente catena montuosa sembrava una leonessa sdraiata a proteggere i cuccioli; i romitaggi ospitavano tombe e attorno alle tombe sorgevano le case del personale addetto alla manutenzione della necropoli.
Li accolse un'atmosfera torrida e glaciale insieme, un caldo opprimente ed un profondo silenzio; non un essere umano che si aggirasse tra quei tumuli e fossi: la vita nella Città dei Morti si svolgeva quasi totalmente sotto terra.
Silenzio. Eppure nessuna di quelle tombe mancava di vigilanza: i guardiani comparivano come d'incanto,  occhi ed armi puntate, nascosti tra anfratti e sepolti fra tombe.
I tre proseguirono guardinghi nel profondo silenzio, nella solennità maestosa del sonno eterno; silenziosi come il silenzio stesso, strisciando come scarabei e scorpioni.
Un'ombra li sporprese  alle spalle, più silenziosa di loro, più strisciante di loro ed una mano si posò sulla spalla di Keriut.
Il ragazzo si voltò come una piccola vipera toccata dal bastone, il braccio alzato nell'atto di colpire, una grossa pietra nella piccola mano, il volto contratto in una smorfia. Il braccio rimase a mezz'aria e l'espressione si rasserenò.
"Kafer!..  Sporco topaccio di fogna... talpa pidocchiosa..." la voce di Keriut era allegra ed Osor ritirò il pugnale.
"Abbassa la voce.- gli intimò Ramseth - Vuoi farci scoprire?"
"Vecchio furfante -continuava il ladruncolo di Tebe - Non sei ancora salito sulla Barca di Ammon?"
"Il Nocchiero di quella Barca ha paura di Kafer! Ah.ah.ah... - rise l'altro - Ma tu che cosa ci fai qui? Non hai più vivi da derubare dall'altra parte del fiume, ah.ah"
"Qualche borsa Keriut non ha alcuna difficoltà a trovarla. Ti dirò perché sono qui, ma... mettiti giù o le guardie ci fustigheranno e ci faranno percorrere le strade di Tebe sulla carretta del vergogna dopo averci tagliato naso e mani e poi ci appenderanno ad una delle porte della città."
"Puah! - l'altro fece una smorfia che gli alterò il volto - Quando vedono uno di noi, quelle talpe ubriacone delle guardie scappano."  disse, al che, Ramseth domandò:
"Ma chi è costui? Lo conosci?"
"E' Kafer! Più pericoloso dei coccodrilli con cui divide le tane, ah.ah.ah..."
"Un profanatore di tombe!" disse ancora il figlio di Nsitamen, con accento eloquente.

 L'aspetto di Kafer era impressionante. Indossava un perizoma di pelle dal dubbio colore e portava  alla cintola corti pugnali dall'impugnatura d'oro, di cui era chiarissima la provenienza. Il fisico, ben sviluppato, atletico, bruno per colorito ed esposizione al sole, era coperto da un numero impressionante di cicatrici.  Sotto una capigliatura fluente, infine,  l'espressione del volto era la più beffarda, ironica,indispponente e provocatoria che si fosse mai vista. Un volto dotato di una bellezza straordinaria.
"Chiamami come ti fa comodo!" rispose sprezzante, ma Keriut intervenne.
"Il mio amico non voleva offenderti... Non ti arrabbiare."
"No! - s'affrettò a rettificare Ramseth -Non volevo offenderti."
"Bene! - il volto indurito di Kafer si distese subito - Che cosa volete qui. Non sapete che ogni zona, qui, è asegnata ad un gruppo e questa zona mi appartiene?"
"Tranquillizzati. - lo rassicurò Keriut - Siamo qui solo per cercare della muffa speciale."
"Muffa?... E per farne cosa?"
"Per farne una medicina... Una medicina per guarire la Regina... così dice ilmio amico." spiegò il ladro di Tebe.
"Ah.ah.ah! - scoppiò a ridere il ladro della necropoli - E' pazzo il tuo amico?"
"Pazzo?...Vedessi le cose strabilianti che riesce a fare!... Se chiede della muffa, dobbiamo procurargli della muffa... "
"E non ci sono posti dall'altra parte del fiume?" replicò quello; Keriut si strinse nelle spalle.
"Sai... i maghi sono spesso capricciosi."  esclamò.
"E perché dovrei saperlo? Non ho mai conosciuto maghi, io!  - poi rivolto a Ramseth - E perché ti interessi della salute della Regina? Lo sai che così ci priveresti di una grande occasione?... Pensa alle ricchezze che pioveranno nella sua tomba."
Ramseth scattò in piedi, fremente di collera repressa.
"Gli Dei ti strafulminino, rospo! Ripeti ancora che..."
"Via! Via! - Kafer sembrava divertito più che offeso - Non è che le tue parole mi mettano paura, naturalmente, ma sono curioso di vedere cone farai a guarire la Regina con della muffa."
"Perché non vieni a Tebe con coi?" propose Keriut a questo punto.
"Per perdere il mio posto qui?... No! Se non vedrò arrivare il corteo funebre della Regina capirò che questo furfantello l'ha sottratta davvero al Nocchiero della Barca di Ammon."
"Allora cerchiamo quello per cui siamo venuti qui." tagliò coro Ramseth, ma l'altro.
"Aspettate. - lo trattenne - A me le guardie non faranno nulla, ma voi non uscireste vivi da questa valle. Ditemi solo dove volete andare."

Si portarono in direzione di un anfratto nella roccia; più una caverna, apparentemente, che una tomba, ma era proprio una tomba ed era ricca ed ospitava le spoglie di un ricco mercante. Lo si capiva dall'epitaffio scolpito all'interno, una maniera puerile ed inutile di tenere lontano i profanatori, che proclamava una vita terrena trascorsa irreprensibilmente e malediva chi avesse osato disturbarlo nella vita eterna.
"Ecco - esclamò con ironia Osorkon - un uomo che vorrebbe ingannare Ammon: lo conoscevo  bene e non era né pio, né giusto. Più affamato e spietato di un coccodrillo."
"Non crucciarti. - gli rispose Kafer - Poco resta del suo ricco corredo funerario. Ma... ditemi un po'. - aggiunse in tono caustico - Non potevate cercarla altrove la vostra muffa?"
"Potevamo, ma il mio amico Ramseth teme di essere spiato."
"Capisco!"

Entrarono in una specie di cunicolo puntellato di pilastri; era buio ed umido.
Ramseth tirò dalla cintola lo stiletto e si accostò alla parete tappezzata di muffa e funghi; gli altri lo guardavano in silenzio e incuriositi.

 

CAPITOLO XI - EYE il Gran Visir


RAMSETH   CAPITOLO  XI

 

Un calcio poderoso e la porta della cascina si spalancò; il primo ad entrare fu Dario, seguito dal professore e da tre ragazzi: Francesco, fratello di Leo, Gabriella ed Alessandro.
"Ma qui non c'é nessuno!" esclamò questi.
"Qualcuno c'é stato! "  Dario indicò  piatti con avanzi di cibo.
"Guardate qui. - Gabriella attirò l'attenzione degli altri; aveva sollvato un piatto e stava indicando il segno dell'addizione tracciato nella polvere sul tavolo - E' un nostro segnale convenzionale. - spiegò -  Significa pericolo. Emma chiede  aiuto!"
"Maledizione! - esclamò il professore - Sono stati rapiti!... Quella banda di criminali."
"E perché una banda di criminali dovrebbe aver rapito i nostri amici?" repicò Alessandro.
"E' una  storia lunga." rispose il professore continuando a gurdaris intorno.
"Bisonga avvertire la Polizia." suggerì l ragazzo.
"No! No! - interloquì Dario - Non conosciamo questa gente... Meglio aspettare."
"Dario ha ragione. - convenne il professore - Riflettiamo un po' e cerchiamo qualche indizio..."
"Invece di restare a cercare indizi che non troveremo, - Dario intervenne per la seconda volta - proviamo a seguire le tracce dell'auto dei rapitori..."
Alessandro, però,  lo interruppe:
"Guardate qui. - disse indicando una grossa cassapanca appoggiata ad una parete  - E' troppo pulita ... - osservò, poi l'aprì  pee  guardarvi all'interno - Accidenti!  - esclamò subito, con espressione trionfante  - Avevo ragione! L'ho capito subito... Ha un doppiofondo!"
Il ragazzo  sollevò  il doppiofondo e vi estrasse qualcosa: uno zaino, che porse al professore.
"Che significa? - domandò subito, questi, girandosi verso Dario ed indicando la placca attaccata alla tracolla su cui era scritto un nome - E'  suo questo zaino?"
"Sì! - Dario si era avvicinato - Ma non so come sia finito qui!" rispose.
"Che cosa contiene?" domandò in tono sospettoso il professore.
"Calze, guanti, una sciarpa..." rispose il giovane con una scrollatina di spalle.
"Niente in contrario se l'apriamo?"
"Certo che no! Ma... non capisco!"
Il professore aprì lo zaino, ma ciò che trasse fuori non furono calze e guanti, bensì  una barba finta, parrucca e scatoletta con baffi.
"Può spiegare questo, Dario?" lo apostrofò in tono duro il professore.
"Sono sbalordito quanto voi! - rispose il giovane . Non ho mai visto questa roba."
"Neppure questa agenda?"
Il professore tirò fuori dallo zaino una agendina di pelle blu con iniziali in oro.
"Quell'agendina è mia, ma non so come sia finita quassù!" continuò a difendersi Dario.
"Forse, invee, lo sa perfettamente!" insinuò il professore.
"Vuole dire che...  No! Non penserà che io c'entri in qualche modo?... No! No! Lei sta prendendo un abbaglio, professore!"
"Temo di no! Adesso chiamo la Polizia..."
Il professore fece l'atto di prendere il cellulare, ma, nelle mani di Dario, come per incanto era comparsa una pistola. Una calibro 45, che il giovane sventolò in faccia al professore ed ai ragazzi.
"Miserabile! - esclamò il professore - Dov'é Emma?... Dove sono i ragazzi? Ma come...come ho fatto a non capire... "
"Non posso fermarmi a spiegarvi. - Dario, serio in volto, aveva raggiunto l'uscio -  Mi dispiace doverlo fare, ma non non posso aspettare oltre. Devo andare." aggiunse mentre usciva e con un calcio si chiudeva la porta alle spalle; intascato il revolver, il giovane si diresse di corsa verso l'auto del professore.
Lo udirono partire rombando.
 


Il sole stava scomparendo, all'orizzonte e una vampata rosso fuoco scese sulle montagnole tondeggianti. L'aria era dolce e il vento, che per tutto il giorno aveva soffiato forte, parve placarsi.
L'auto con Dario a bordo sfrecciava sulla statale diretta verso la città.
Raggiunto il centro, Dario fermò l'auto  davanti al portone di un vecchio palazzo che, come gli altri che lo circondavano, attendeva un piano regolatore per cambiare d'aspetto.
Attraversato l'atrio, il giovane raggiunse l'ascensore, uno di quelli del tipo vecchio, aperto lateralmente e protetto da un'ossatura di robusto metallo.
Dario lo richiamò; era al secondo piano. Entrò e premette il pulsante con il numero quattro e l'ascensore partì e si fermò al quarto piano.
Lasciato l'angusto abitacolo, Dario si diresse, pistola in pugno e fare guardingo,  verso una   delle quattro porte del ballatoio e da una tasca estrasse un pass-par-tout con cui aprì la serratura.
Ristette un attimo, la gamba destra tesa in avanti come in attesa, poi fece irruzione all'interno.
Non c'era nessuno e quando ne fu certo, richiuse la porta e ispezionò tutti i locali; non c'era davvero nessuno.
Si accostò ad un mobiletto, in salotto, ne rovistò accurattamente i cassetti con gesti calmi e precisi; non dovette trovare quello che cercava poiché si avvicinò alla scrivania e cominciò a ispezionare anche quei cassetti.
Un'ombra, di colpo, lo colse alle spalle e un colpo violentissimo alla testa lo costrinse ad accasciarsi al suolo. Quando si svegliò, la prima cosa che vide, nella semioscurità di una cantina, furono i volti chini di Emma, Leo e Piera.
"Hanno preso anche te, Dario?" la voce di Emma gli giunse un po' attutita; si scosse e s'informò:
"State bene, ragazzi?" poi si mise a sedere e tenendosi la testa con le mani.
"Sì! Stiamo bene!" risposero in coro i tre ragazzi.
"Maledizione! - imprecò  - Ci sono cascato come un novellino - si mise una mano in tasca - Mi hanno anche disarmato."
"Credo di sapere chi ci ha rapiti." nuovamente lo scosse la voce di Emma
"E' da un pezzo che lo so, piccola! - le sorrise il giovane - Ma ho bisogno di prove e... Per tutti diavoli! Quei dannati é me che hanno incastrato!"
"Non capisco!" confessò la ragazza.
"Tuo padre crede che ci sia io a capo di questa dannata banda..."
"Che cosa?"
Dario riferì gli ultimi avvenimenti.
"E pensare che il professore è giunto ad una conclusione mille miglia lontana da quanto suppongono i rapitori." concluse il giovane con espressione assai contrariata.
"Quale conclusione" domandò la ragazza.
"Il computer fa solo da tramite fra te e il tuo amico Ramseth... E' il cristallino, invece, a trasportare le onde telepatiche attraverso cui si tramettono i vostri messaggi."
"E allora? Che cosa succederà adesso?"
Dario scosse il capo; Leo e Piera seguivano il dialogo con espressione dubbiosa e preoccupata.
"Dobbiamo usicre da qui. - esclamò, infine,  la ragazza con accento deciso - Se mio padre dovesse portar via il cristallino dal computer... Oh, Ramseth neanche immagina in che guaio mi trovo!"

Ramseth non poteva immaginare i guai in cui versava Emma, ma neppure Emma immaginava quelli in cui  stava per cacciarsi il suo amico.
Il ragazzo era a Palazzo, nel giardino su cui si affacciava l'appartamento privato della Regina.
Insieme a lui c'erano il medico di corte, il Faraone e il gran ministro Eie; Ramseth aveva appena somministrato la sua medicina alla Regina e l'attesa era cominciata.
Trascorsero alcune ore, infine una porta s'aprì sul terrazzo e s'affacciò un'ancella.
"Gloria ad Ammon! - esclamò con gran foga - La febbre ha abbandonato il corpo divino della nostra signora." e rientrò con la stessa fulmineità con cui era apparsa.
"EureKa!" gridò Ramseth.
Si voltarono tutti a guardarlo, ma erano ormai  abituati alle sue strane  espressioni da non  farci più caso e gli fecero tutti festa.
La Regina, senza più febbre, riposò tranquilla per tutta la notte ed il mattino dopo si sacrificò per lei in tutti i templi della città per ringraziare gli Dei di quella guarigione.

Era davvero un giorno felice, quello, poiché anche le notizie che giunsero dalla Siria e dalla Palestina, dove l'esercito, comandato dal generale Haremabh, che stava conducendo una campagna di riconquista, erano molto rassicuranti.
Il Faraone volle brindare all'uno ed all'altro dei felici eventi, poi si ritirò; il suo bel volto adolescente recava tracce dell'ansia che per giorni lo aveva tenuto sveglio e della stanchezza che da tempo minava il suo fisico atletico.
Anche Ramseth lasciò la Casa d'Oro, preceduto da un carro stracolmo di doni: la riconoscenza del suo Faraone.
Il ragazzo, però, non tornò subito a casa: era troppo tardi per cercare il contatto con l'amica del futuro.
Camminava immerso nei suoi pensieri quando una lettiga lo affiancò e dalla tendina scostata si affacciò il volto di Eie.
"Mio giovane amico. - era la prima volta che il potente uomo gli rivolgeva la parola e in tono così affabile - Te ne vai per le strade di Tebe come un povero ragazzo ed invece il tuo è il nome più celebrato della città."
"Il potente Eie mi rende troppo onore. - Ramseth si fermò, anche la lettiga s'era fermata -
Ammon ha solo  voluto mostrarmi la sua benevolenza."
"Vieni. - lo invitò l'altro con voce melliflua   -  Tienimi compagnia mentre mi reco al Tempio per la cerimonia di ringraziamento."
"Troppo onore per un povero ragazzo come me!"  tentò di sottrarsi il ragazzo, ma l'altro, con un sorriso che suggeriva cautela sulla faccia unta d'olio profumato:
"Sù! Vieni!" lo incoraggiò, tenendo la tendina aperta; il ragazzo cedette; salì e sedette di fronte a lui. Eie ordinò ai portantini di riprendere il tragitto.

Si guardarono, Eie e Ramseth e per qualche attimo tacquero entrambi; la portantina, intanto, prendeva una stradina latterale, diretta al Tempio.
Da lontano si vedevano le poderose costruzioni che avrebbero sfidato il tempo e suscitato stupore e turbamento per la loro grandiosità.
La lettiga raggiunse il Sacro Recinto in cui sorgevano i templi di Ammon, Ptha e Khonsu e si fermò davanti ad un ampio cortile quadrato.
Eie e Ramseth scesero dalla lettiga e attraversarono il cortile. Entrarno in una grande sala circondata di splendide colonne poi passarono accanto al Santuario dove era custodita la Sacra Barca di Ammon. Proseguirono oltre e si fermarono solo quando ebbero attraversato un piazzale che divideva il Tempio in due parti nettamente separate ed entrarono nel Naos, dove era custodita la Statua del Signore di Tebe.
Qui tutto era meno spettacolare. Tutto era raccolto e quieto. Vi aleggiava aria di sacralità e mistero e su tutto gravava un profondo silenzio.
Era la prima volta che il ragazzo metteva piede in quella parte del Tempio riservata ai sacerdoti e agli adepti e ne era profondamente turbato
.
Un uomo venne loro incontro; nella penombra non era facile vederlo bene. Era alto e magro, indossava una tunica e una barba posticcia e in testa aveva una specie di tiara.
"Salute a te, Mirinhor!"  lo salutò Eie.
Il ragazzo lo guardò con curiosità: quell'uomo era il più potente d'Egitto. Più potente di Eie e perfino del Faraone. Era il Gran Sacerdote doi Ammon, colui che aveva costretto il Faraone ad abiurare il dio Aton ed a ristabilire il culto del Dio Ammon in Egitto.
"Salute anche a te, Eie. - rispose quello - Ammon regga anche il tuo spirito."
"Sono qui per preparare la festa di ringraziamento per la guarigione della Regina."
"Parleremo e prepareremo ogni cosa. - risposel'altro, poi domandò -Ma dimmi, prediletto di Ammon, chi è il ragazzo  con te?"
"Colui che Ammon ha voluto rendere strumento della guarigione della Regina. - roispose Eie - Il suo nome é Ramseth, figlio del generale Sesotri."
Uno sguardo d'intesa corse tra i due potenti uomini; Ramseth non riuscì a trattenersi:
"Potente mininhor, hai forse conosciuto mio padre?"-
"Era caro al mio cuore. - rispose il potente uomo, ma il tono della sua voce troppo dolce e mielata, mise in apprensione il ragazzo che fece l'atto di replicare; quello, però, interruppe in sul nascere la sua replica - Forse suo figlio vorrà dirci in che modo il potente Ammon lo ha reso strumento della sua divina volontà." aggiunse.
La cautela gli suggerì la risposta:
"Il Grande Ammon entra nella mia mente e mi comanda, ma poi mi porta via il ricordo dalla mente." rispose astutamente.
"Capisco! - disse l'altro e sempre con lo stesso tono aggiunse - I miei compiti adesso mi chiamano... Che la luce di Ammon sia sempre con te." e senza aggiungere altro si allontanò; un secondo più tardi anche Eie lasciava la saletta.
Il ragazzo lasciò il Tempio.


Strade, stradine e vialetti, fangosi, polverosi oppure pavimentati, raggruppavano case, palazzi, edifici, magazzini, villaggi. Chiasso, rumore e trambusto correvano in mezzo a quelle strade; uomini, bambini, donne  anche vecchi le animavano come in una rappresentazione teatrale allegra e fracassona.
Erano le famiglie di scribi  e operai, soldati e sacerdoto, fedeli e artisiti... tanti artisti: pittori, scultori, intagliatori, cantori, venuti da ogni parte del Paese a cantare, lodare la grandezza degli Dei, a ritrarre e scolpire la loro immagine sulla pietra. E poi cittadini che portavano tributi, fedeli che recavano offerte, contadini con bestiame e prodotti della terra, pescatori con pesce pescato nel Nilo o negli stagni e tanti, tanti stranieri, anche questi con prodotti di ogni genere, che giungevano in carovane dai vicini Paesi conquistati.
Ramseth si confuse tra la folla.

Quando fece ritorno a casa trovò ad attenderlo i due servi della bella Sirikit con in mano un papiro su cui erano state vergate da mano sicura le seguenti parole:
"A Ramseth, mago impareggiabile, dall'amica Sirikit. Le canne del NIlo non sono verdi se l'acqua non le lambisce, né il seno di Iside é caldo senza le braccia di Iside, così le serate di Sirikit sono vuote senza i giochi dell'amico Ramseth. Da Sirikit."
"Madre devo andare." disse il ragazzo arrotolando il papiro.
"Come puoi fidarti di chi ti chiama amico senza conoscerti?" replicò la donna in tono  dubbioso.
"Madre, ma che cos'é che temi" domandò il ragazzo circondandole le spalle con affetto.
"Figlio...Il Destino é più forte degli uomini e travolge tutti senza guardare il sangue che scorre nelle vene... perfino  il sangue reale... e lo  spingr come in una piccola barca in mezzo al vortice."
"Madre, io non capisco! - confessò il ragazzo  -  Parli della Regina o, forse... parli del Faraone?.. Che cosa significano le tue parole?"
"Oh! - la donna ebbe un sorriso; accarezzò il capo ricciuto e non ancora rasato del suo ragazzo, e  cercò  di dare al proprio volto un'espressione serena - Non badare al vaneggiare di una vecchia madre, figlio mio."
"Tu non sei vecchia,madre e sei bella... più bella anche della Regina."
La donna sorrise.
"Vai. Vai alla festa della nobile Sirikit. Se il destino è nostro padrone, deciderà per noi!"

E Ramseth andò alla festa.
La casa della nobile Sirikit sorgeva in riva al fiume. Era grande, bella,ricca e a due piani; numerose statue ornavano il portale d'ingresso e fusti di palme dalle cime piumate accarezzavano il cielo.
Attrversato l'atrio, addosso una tunica raccolta in vita da una cintura metallica, un largo collier che le pendeva sul petto, il capo nudo, Ramseth si vide venire incontro una giovanissima ancella con le braccia colme di fior di loto.
Ramseth prese i fiori, rispose al sorriso e sulla porta d'ingresso vide una donna sui venticinque o ventisei anni. Non era alta, ma molto fine e ben proporzionata. Sotto la candida veste di finissimo lino nulla si lasciava all'immaginazione, ma tutto si offriva allo sguardo. Le forme erano generose e il volto molto bello, illuminato da un trucco che le allungava gli occhi verso le tempia e le accendeva labbra e sguardo; il profumo, infine, era quanto di più inebriante Ramseth avesse sentito mai.
Si sentì preso da improvviso stordimento: quel profumo era troppo penetrante e sfacciato.
Ramseth rimase fermo a guardarla mentre lei gli veniva incontro a braccia aperte.
"Tu sei Ramseth? - anche la voce era ricca di fascino e sensualità - La mia umile casa è onorata dalla tua presenza... Vieni. Dentro c'é cibo e bevande per rallegrare i cuori." lo invitò.

Ramseth la seguì.
La ragazza lo condusse in una grande sala piena di gente che mangiava, beveva, rideva,  parlava, mentre un gran numero di ancelle distribuivano profumi. Al centro della sala una graziosa danzatrice intratteneva gli ospiti con una danza ritmata e sensuale, ma nessuno pareva badare a lei.
Il ragazzo si sentì immediatamente a disagio in mezzo a quella gente così diversa da lui;  c'era perfino chi beveva  smodatamente e parlava a volte alta e sguaiatamente e la tentazione improvvisa di andar via l'afferò di colpo. La bella  Sirikit, però gli si avvicinò.
"Ti stai annoiando?" chiese.
"No! - mentì il ragazo - Ma é la prima volta che partecipo ad una festa."
"Quanti anni hai?" domandò la ragazza.
"Ho quasi quindici anni, signora."
"Oh! La tua gioventù è come un fiore profumato."
"Anche tu sei giovane e bella!  -  sorrise il ragazzo, lusingato e confuso - Sei la donna più bella che io abbia mai visto."
"Più bella della Regina?" insinuò la donna; il ragazzo evitò la trappola:
"Anche la Regina è molto bella!"
"E anche tua madre deve essere molto bella se ha un figlio come te...- sorrise ancora la donna, con quel sorriso che lui non avevs mai visto su volto di ragazza -   Nsitaten, si chiama, mi hanno detto i servi e..." continuò la donna.
"E' il suo nome. Sì!... Nsitaten mi ha allevato, ma io non sono suo figlio:"
"Oh!... Tutto questo è triste e..." cominciò con voce melloflua la donna, ma il ragazzo la interruppe:
"Nsitamen è per me la madre più dolce e cara e mi ha fatto anche da padre quando il generle Sesotri, mio padre, è morto."
"Il generale Sesotri? Sei il figlio del generale Sesotri?"
"Lo conoscevi?" il ragazzo rispose con un'altra domanda.
"No! Ma so che viveva a corte e che..."
"Con la sua morte, mia madre ha lasciato il Palazzo Reale." la ointerruppe ancora il ragazzo
La bella Sirikit non ebbe il tempo di condurre ancora avan quello strano interrogatorio pioiché un uomo le si era avvicinato, chiaramente brillo, dicendo:
"Vieni, bella Sirikit... Aspettiamo la danza senza veli della bella delle belle..."
La donna seguì l'uomo, ma con una mano trascinò con sè il ragazzo e giunta in mezzo alla stanza cominciò a muoversi ed ancheggiare; Ramseth invece prima  arrossì, poi impallidì e infine  tornò ad arrossire.

Intorno alla danzatrice s'era fatto il vuoto; gli uomini bevevano,  ridevano e dicevano parole oscene; le donne, l'una dopo l'altr, avevano preso  pian piano a liberarsi degli indumenti; Ramseth respirava a fatica.
Si ricordò la parole dell'amico Osorkon:
"Se ti avvicina una donna che si tinge la faccia di rosso e oro e ti chiama "frtaellino" , fuggi peché con lei ti perderesti."
Aveva finalmente capito: quella era una di quelle Case del Piacere di cui l'amico parlava spesso.
Di scatto si voltò e fuggì.
Un cenno della maliarda e la musica cessò; un lembo della grande tenda di lino che nascondeva un vano si sollevò e la figura severa del Gran Visir Eie sìaffacciò; la donna gli si accostò:
"E' proprio lui! - esclamò - E' proprio il figlio del generale Sesotri e della regina Ankhsenammon... Quel segno sul collo... che è lo stesso della Regina  e del faraone Thut-ank-Ammon... che ero lo stesso anche di "colui che non si deve nominare"... - disse in tono assai misterioso e a bassa voce - Per questo  Nsitamen non gli fa ancora radere il capo."
"Sappiamo cosa fare!" proruppe il vecchio dignitario di corte, senza che nemmeno un muscolo del volto dall'espressione implacabile si alterasse.
Eie rimasto impassibile, ma negli occhi passò un bagliore metallico.

CAPITOLO XI - L'AMICO OSORKON

CAPITOLO  XIII  -  L'AMICO OSORKON

Appoggiato al fusto di una palma Ramseth guardava il Nilo, maestoso e sanguigno sotto i raggi del sole morente. Sembrava una lunga colata di rame ed argento fuso in corsa  verso la valle. Palme dalle chiome piumate  svettanti verso il cielo, giunchi flessuosi e  sottili,  papiri sommersi, parevano seguire come lui lo scorrere delle acque che andavano a frangersi contro le radici. Altre presenze, pericolose ma dall'apparenza sonnacchiosa e tranquilla, dividevano con lui quel tramonto.
"Il mio amico Ramseth non dovrebbe essere così triste ora che cielo e terra gli sorridono."  la voce dell'amico Osorkon lo sorprese alle spalle.
"Nel calice della gioia non manca mai una goccia di dolore!" rispose il ragazzo sollevando il capo.
"Dimmi di cosa è fatto il tuo dolore ed io lo spezzerò in due  e un pezzo lo porterò per te... in due si soffre meno della metà! Però, allontanati da lì, amico mio, o non avrai più fardelli da portare: c'é un coccodrillo che pare abbia evidente interesse per le tue gambe."
Il ragazzo si staccò dal tronco; anche il coccoderillo si scosse dall'apparente quiete e con sorprendente agilità risalì il breve pendio che lo separava dalla probabile preda.
"Sono preoccupato, Osorkon."
Ramseth degnò il mostro di suprema indifferenza.
"Parlami della tua preoccupazione."
"... dopo che te ne avrò parlato - il ragazzo ebbe una lieve esitazione - non mi crederai pazzo?"
"Osorkon è pronto ad ascoltare senza giudicare."
"Allora ascoltami! Non sono figlio di Re o prediletto di Ammon, né ho avuto dal destino la possibilità di compiere grandi cose, ma..."
"Quello che hai da dire, dillo." lo sollecitò l'amico.
"In questi giorni ho conosciuto nuovi amici..." cominciò Rameth.
"Kafer... Keriut..." assentì il pescatore.
"Ho conosciuto anche un'amica..."
"Ah.ah... - sorrise l'altro - Aspettavo proprio che me ne parlassi... L'aquilotto ha fortificato le ali ed è pronto a spiccare il volo... Ho saputo della bella Sirikit e della festa a cui hai partecipato ed ho saputo che ti ha chiamato fratello del mio cuore."
"No! No! - rettificò il ragazzo - Non è a lei che mi riferisco, ma ad Emma... E' ad Emma Vittoria che mi riferisco."
"Em...Emma? - ripeté l'amico - Emma Vittoria?... E che nome è mai questo?"
Ramseth scosse il capo ed ebbe un sorriso enigmatico.
"Ha la mia età, ma... non è ancora nata!"
"Ha la tua... - anche Osorkon scosse il capo - Vuoi burlarti di me, amico mio stai o vaneggiando?"
"No! Non sto vaneggiando. No! -  il ragazzo si era immesso sulla strada, una delle tante stradine che portavano al porto - Emma vive nel futuro.  - spiegò; era chiaramente emozionato e per non mostrarlo, prendeva a calci  ciottoli e pietre - E' una dei figli, dei figli dei figli, così fino ad arrivare a quelli che verranno  fra  tanti e tanti anni.  - Osorkon lo guardava sbalordito - Io non so come sia accaduto, ma è accaduto... Emma mi parla da un tempo che deve ancora venire e mi insegna molte cose."
"Capisco!... Oh, no! Non capisco!... - sorrise l'amico - Dici che ti insegna molte cose?... E' stata lei ad insegnarti come guarire la Regina?"
Ramseth assentì e continuò, con un sospiro:
"Sono molto preoccupato!"
"Davvero? E perché mai?"
"Da tre giorni la mia amica del futuro non mi parla."
"Ma... Ramseth, amico mio... forse hai preso troppo sole in testa, oggi. Sei stato qui tutto il giorno e Horo picchia forte..."
"Sapevo che non mi avresti creduto... Per questo non te ne ho parlato prima."
"Non... non può essere stato un sogno?"  ipotizzò l'amico.
"Vedi? - Ramseth ebbe un sorriso - Vedi che non puoi dividere con me questo fardello?"
"E va bene!... Non capisco, ma ti credo.  Ora, però, non crucciarti. Se la tua amica del futuro non si è fatta sentire... sono certo che presto lo farà! Ora vieni con me. Andiamo a caccia di uccelli... questo é il migliore momento."

La barca con a bordo i due amici risaliva lenta le acque arrossate dal tramonto. Scivolava silenziosa per non far scappare gli uccelli  in volo fra  steli di giunghi e papiri. La vita  palpitava in quelle acque.
"Raccontami tutto. - esordì il pescatore mettendosi ai remi - Da quando è cominciato."
Ramseth non si fece pregare e il racconto ebbe inizio ed intanto aiutava l'amico a caricare a bordo  la preda ancora palpitante che il gatto ammaestrato andava a pescare nella giuncaia.
"...comprendi la mia ansia?" consluse  infine il ragazzo tirando a bordo l'ultimo pesce.
"Comprendo! - l'amico lo guardò con profondo rispetto - Tu sei un prediletto di Ammon."
Il ragazzo scosse il capo.
"Vorrei che quanto ti ho detto restasse un segreto fra noi, amico Osor."
"Nessuno sentirà parlare di questo dalla bocca del tuo amico Osorkon!"  promise l'amico.
"Vieni nella mia casa, domani all'alba. - riprese il ragazzo - Io pregherò tutta la notte affinché la sorella del mio cuore torni a parlare con Ramseth."
"Ed io andrò ad offrire ad Ammon tutto il frutto di questa caccia." fece eco con accento entusiasta l'amico.
"Domani sentirai anche tu la voce dell'amica che parla a Ramseth dal futuro...  Io spero che domani lei risponda al mio richiamo ."
 

TestoDov'era Emma in quel momento? Ancora nelle mani dei rapitori.
Per tre giorni lei e gli amici erano rimasti rinchiusi in quella cantina. Sul finire del  terzo giorno la ragazza fu prelevata  insieme a Dadio e condotta al piano di sopra. Qui l'aspettava una sgradevole sorpresa:  in mezzo alla stanza c'era il suo Omikhron.
"Hai visto, ragazzina? - uno sciocco e soddisfatto sorriso trionfava sulla bocca dell'uomo dalla barba bionda - Tuo padre è stato ragionevole."
"Lo avete costretto. - interloquì Dario - Lo ha costretto lei, professor Sacrate."
"Lei... lei, professor Dario mi ha riconosciuto?" stupì  l'altro; anche Emma era profondamente sconcertata.
"Ma... ma allora  è proprio il professor Sacrate?" domandò.
"Proprio lui!  - spiegò Dario - Truccarsi e dichiararsi il professor Sacrate!... Geniale! Chi vrebbe mai pensato trattarsi veramente del professore? Si tolga la barba... Non serve!  Ho sospettato di lei fin dall'inizio, ma non avevo prove."
"Bene! A carte scoperte!  - fece  l'altro liberandosi di barba, baffi e parrucca  -  E tu fammi vedere come funziona questa macchina."  aggiunse rivolto verso la ragazza.
"Io non so fare proprio nulla." rispose Emma.
"Mi aspettavo questa risposta. - l'accento del professore divenne duro; un cenno ad uno degli uomini presenti nella stanza e la porta d'ingresso s'aprì, lasciando entrare Leo. Sacrate gli si avvicinò e gli puntò la pistola alla tempia. - Sarà il primo, poi toccherà agli altri." disse.
Leo tentò un passo indietro, ma fu immediatamente immobilizzato.
"Delinquente!" scandì la ragazza.
"Come può un uomo di scienza trasformarsi in un delinquente solo per..." interloquì  Dario, ma il professore lo interruppe:
"Non sono il professor Sacrate. - disse - Non esiste nesun professor Sacrate."
"Ma che cosa sta dicendo?... I suoi studi!"  trasecolò Dario.
"Studi?   Solo vecchie scartoffie nella mia borsa e qualcosa imparato a memoria. Niente di più!"
"Ma allora, chi é lei?"
"Uno pagato per fare questo lavoro!"
"Un killer!" fecero insieme Emma e Dario; Leo sembrava terrorizzato con quella canna puntata alla tempia.
"Adesso basta chiacchiere! - si spazientì il falso professore, tirando fuori da una  borsa la stele di pietra trafugata dalla baracca - Credevate di averla nascosta proprio bene eh?... Devi  decifrare questi segni, signorina." aggiunse.
"E se non ci riuscissi?"
"Devi riuscirci. So che tuo padre ha fornito questo p.c. di  informazioni di questo tipo."
"... e se non ci riuscissi?" ripeté Emma.
"Senti, ragazzina... da questa maledetta scatola dipende la mia vita, ma... anche le vostre. Capito, adesso?"
"Va bene! Tenterò." capitolò  la ragazza con un ce del capo.
"No! Non ci siamo capiti, bella! Non devi tentare... Devi riuscirci!"
Emma assentì nuovamente col capo e si mise al lavoro. Stette al computer per buona parte della notte; ogni tanto sollevava il capo, faceva una pausa,  poi tornava al lavoro. Intorno alle quattro del mattino si lasciò scivolare esausta sulla sedia.
Il falso professore  raccolse tutto il materiale e lo ripose in una grossa borsa legale assieme alla stele ed al computer.
"Bene! Bene!" disse,   dando loro le spalle.
"Adesso potete lasciarci andare." esordì Dario.
"Devo prima accertarmi che tutta questa roba non sia solo cartaccia. Lei mi capisce, vero?" l'uomo non gli dette tempo di replicare e lasciò la stanza, ma ricomparve poche decine di minuti più tardi, arma in pugno.
"Vieni di sopra con me, ragazzina. - disse;  Dario fece l'atto di alzarsi, ma l'altro lo minacciò con la pistola - Non si muova lei!" intimò afferrando la ragazza per un braccio e spingendola avanti a sé verso l'uscio.

Emma entrò nella stanza; la prima cosa che vide fu il suo Omikron su una consolle ed era accaduto proprio quello che lei aveva temuto accadesse: sul video c'era l'immagine di Ramseth.
"Maledizione! - imprecò tra sé - Dario ha ragione. E' proprio il cristallino che ci mette in contatto: il frammento che ho in tasca e quello che é nel computer... Forse papà dice bene quando pensa di volerlo togliere dal computer... Adesso ho la conferma che é il cristallino a dare a qualunque apparecchio questa proprietà... a patto che io gli stia davanti... Non é Omikron a fare da tramite... non è il computer..."
"Che cosa fai lì impalata?... Vieni avanti." le ordinò l'uomo; la voce metallica di Ramseth continuava a far vibrare l'aria d'intorno.
"Qui Ramseth, passo! Qui Ramseth, passo... Perché non rispondi, Emma?" diceva.
"Chi è quello strano ragazzo?" domandò l'uomo.
"Un amico." rispose  evasiva la ragazza.
"Qui Ramseth, passo..."
"Rispondi!" ordinò l'uomo ed Emma si accostò alla consolle.
"Qui Emma, ricevuto!. ..Passo!"
"Qui Ramseth! Da tre giorni non ricevo la tua voce, Emma ed anche questa mattina la clessidra segna molto tempo consumato..."
"Sembra... sembra un ragazzo dell'antico Egitto." osservò uno dei rapitori alle spalle della ragazza.
"Non dire idiozie!" lo rimbeccò il capo.
"Rispondi, Emma. Sono preoccupato. Passo."
"Mi dispiace, amico. - Emma si schiarì la voce - Sto bene. Sto bene!"
"Perché non hai risposto al mio richiamo? Volevo ringraziarti. La sposa del mio signore, il Faraone, é sulla via della guarigione e domani ci sarà la Cerimonia di ringraziamento ad Ammon... Passo!"
"la sposa delFaraone? - trascolò il capo - Ma che storia è questa?"
"Lo dicevo io, capo!... Si tratta proprio di un ragazzo dell'Antico Egitto..."
"Sembrerebbe di sì!... Accidenti! Ma che cosa sto dicendo? -  proruppe il capo -Si tratta d un trucco?... E' così?  Non é vero, ragazzina?" 
"Ah.ah.ah... - ghignò Emma, nella speranza di confondere i rapitori - Certo che è un trucco!"
La voce di Ramseth, però, dirottò l'attenzione di tutti verso il video.
"E'  successo qualcosa alla sorella delmio cuore?... Passo!"
"Va tutto bene! Va tutto bene!... Passo!" riprese la ragazza.
"Sento la tua voce molto strana. Passo!" ancora Ramseth.
"Ehi, tu!... Non so  che diavoleria sia mai questa, ma stai attenta a quel che dici, ragazzina.  Questo non è un trucco."
"Lei é pazzo. Lei é completamente pazzo."
"Pazzo?... Forse!... E forse no! Chiedigli della stele..."
"Della stele? E che cosa gli dico? Che cosa gli chiedo? Non si rende conto di dire delle sciocchezze, amico?"
"Non sono tuo amico e non fare la furba. Fai subito ciò che ti dico. Chiedigli che cosa sono questi segni sulla pietra."
"Perché non glielo chiedi tu stesso?" lo invitò Emma.
L'uomo la guardò sospettoso, fece l'atto di prendere il suo posto davanti alla consolle, ma si ritrasse scuotendo la testa.
"No! - disse - Se é uno scherzo, quel tipo tenterà di prendermi per il naso. No! Leggigli  tu quello che hai trascritto prima e... "
"Ma lei é davvero pazzo!" tentò un'ultima volta ancora la ragazza.
"Pazzo. Sì!... Ma tu leggi lo stesso."
Emma cominciò la lettura dei fogli che dovevano riportare la trascrizione dei geroglifici incisi sulla tavoletta; gli occhi di tutti fissi sul monitor e sul volto del ragazzo che  ascoltava scuotendo il capo e che di colpo scoppiò in una sonora risata.
Si guardarono tutti in faccia sbalorditi. Anche Emma, che domndò:
"Perché ridi, Ramseth?  E' così divertente quello che c'é scritto su quella tavoletta?... Passo!"
"Quello é il compito di uno scolaro che non brilla davvero per bravura." spiegò Ramseth sempre ridendo.
"Questo é solo un compito scolastico?... La brutta copia... insomma... ah.ah.ah... Bello scherzo, amico. Bello scherzo!" rise Emma, n so che cosa, ma l'uomo,  con uno strattone:
"Ehi, ragazzina!... Chi credi di imbrogliare! - proruppe - Questo sarà pure un compito scolastico e non la mappa del tesoro di Ramesse II,  ma di certo quel tipo non é un tuo compagno di classe...  E' chiaro anche a me che si tratta davvero di... di non so  cosa...  ma di qualche diavoleria si tratta... E tu me lo spiegherai per benino!"
"Io e lui... - Emma fece un cenno del capo in direzione del video - comunichiamo telepatcamente... credo..."
"Attraverso questo computer? "
Emma scosse le spalle.
"Attraverso questo computer?" l'uomo ripeté la domanda.
"Questo o un altro... - Emma  tornò a scrollare le spalle - Solo io posso comunicare con lui!"
"Portala di sotto. -  ordinò il capo al suo uomo, poi si pose davanti al video e chiamò - Ramseth... Sei Ramseth?... Passo!"
"Qui Ramseth... Dove sei, Emma? Perché non rispondi? Passo!"
"Chi sei, ragazzo?... Ti chiami Ramseth? Passo!... E' uno scherzo?... Maledizione! Non risponde."
"Qui, Ramseth. Rispondi, Emma... Passo!" continuava la voce del video, ignorando  totalmente il richiamo dell'uomo.
"Maledizione! Quella ragazzina deve aver detto la verità... "

Emma si rendeva perfettamente conto, mentre scendeva nello scantinato, che quel segreto le avrebbe salvato la vita, ma l'avrebbe messa alla completa mercé dei suoi rapitori.
"Cosa é successo di sopra?" chiese Dario appena la vide comparire sull'uscio.
"Ramseth!" rispose la ragazza.
"Non ci voleva! - proruppe  il giovane - Ora che sanno quel che hanno per le mani, sarà impossibile uscire vivi da qui."
"Niente panico! So io come fare.  Appena potrò raggiungere  Omilkron mi metterò in contatto con il computer della Polizia."
"Sapresti farlo?"
"Che ci vuole!... Aspettiamo il momento buono e vedrai che cosa so fare io con il mio amico Omikron!"

CAPITOLO XII - LA RIVELAZIONE

Il sole già alto sul Nilo s'apprestava ad impadronirsi del cielo. Silenziose e contro corrente, numerose barche scivolavano lente sulle acque. Davanti a tutte, avanzava  quella del Gran Sacerdote Mirinhor, in piedi accanto al simulacro di Ammon: la Cerimonia di Ringraziamento per la riconquistata salute della Regina stava avviandosi alla conclusione.
Seguiva la barca del Faraone con a bordo Thutankammon e la regina Amksenammon ancora un po' pallida e convalescente.
La barca reale era la più grande e bella di tutto il corteo; le grandi vele, smisuratamente larghe, resistenti e colorate, senza vento e contro corrente: la  fatica dei trainatori doveva essere gravosa. Erano venticinque schiavi e una robusta corda fissata a prua disegnava sull'acqua una lunga, robusta lancia.
Seduto a prua c'era un nocchiere che scandiva il tempo con un tamburo; ad ogni colpo i trainatori muovevano un passo in avanti; due o tre guardiani sollecitavano la marcia  a colpi di frusta che fendevano l'aria senza, però, colpire.
Sulla barca, alle spalle  di Eye, il Gran Visir,  c'era anche Ramseth.
La barca era un vera e propria stanza galleggiante. Il Faraone sedeva su uno scanno ricoperto da un drappo dorato e quasi nascosto dalla pila di cuscini e insieme alla Regina riceveva l'omaggio dei sudditi. Davanti a loro, su un rettangolo lungo non più di due metri e altrettanti di larghezza un gruppo di danzatrici, a turno, si esibivano in fantastiche evoluzioni, riuscendo a  rimanere in equilibrio; da sotto coperta giungevano le note di una musica dolcissima.
Sulle altre barche, in stretta osservanza protocollare, venivano i notabili di corte con le famiglie, gli scribi,  i guerrieri; scivolavano svelte ed agili e diversamente dalla barca reale,  non erano trainate, ma provviste di remi.
Il popolo assiepato lungo la riva salutava il passaggio con applausi e grida di gioia. Accampati a riva non mancavano giocolieri, venditori di ciambelle e birra, indovini.Le barche scivolavano svelte  ed agili.
Raggiunto il Palazzo Reale, il corto si fermò. Per prima attraccò la Barca Sacra con a bordo  il Gran Sacerdote; la corda tesa fu fatta girare attorno ad un grosso palo poi fu gettato un pontile e gli occupanti scesero a terra.
Lo  stesso fecero il Faraone e la sua famiglia; anche le altre barche accostarono e gli uomini aiutarono le donne a scendere, poi il corteo  attraversò la strada lastricata e o cosparsa di fiori che da riva portava a Palazzo e qui si fermò nei giardini reali.
C'erano ovunque tavole imbandite;  cantori e musici andarono incontro al corteo insieme a premurose ancelle che porgevano a tutti boccioli, fiori e profumi.


Ramseth sedette sotto una frondosa palma poco distante lto impastata di vinodal Faraone e dai cortigiani. Un'ancella gli si accostò con un vassoio pieno di datteri,  fichi e canditi e il ragazzo allungò una mano per raccoglierne una manciata, Stava per addentarne uno quando si sentì chiamare:
"Ramseth... Ehi, Ramseth! Non dimenticarti degli amici."
Il ragazzo si voltò e vide Keriut.
"Keriut! - esclamò - Vieni avanti." lo invitò.
"Per assaggiare la verga del guardiano? - fece quegli - No! Preferisco prenderli dalla tua mano amica... amico Ramseth."
Ramseth prese il paniere e lo fece sparire dietro la siepe dove era nascosto l'amico.
"Tieni. - disse, poi a all'ancella - Vai a prendere un altro vassoio." la pregò.
L'ancella si allontanò pe tornare subito dopo con un altro vassoio. 
Ramseth si portò i datteri alla bocca; erano davvero gustosi, ma anche il vino era più delizioso e profumata che mai, alle carrube ed egli non era abituato ai suoi attacchi.
Gli venne gran voglia di chiaccierare e non si stupì che anche gli altri, in verità, apparivano piuttosto loquaci, nè si stupì di dire e udire sciocchezze. Ne rideva, anzi e si sentiva un po' sciocco.
"E' così che ci si deve sentire dopo aver partecipato alla Festa dell'Ebrezza." pensò a voce alta e qualcuno raccolse la sua riflessione:
"Proprio così! - disse la voce sconosciuta, tremolante ed impastata di vino... molto, molto impastata di vino - Vie...vieni con me..."
L'ubriaco lo trascinò dietro un grosso tronco, gli mostrò un canestro pieno di frutta secca, datteri e canditi.
"Ma non possiamo mangiare di nascosto." fece osservare il ragazzo e l'altro replicò:
"Non lo stia...stiamo face..cendo. Io mangio in tu..tua presenza e tu ma...mangi in mia pre...presenza."
A Ramseth parve una risposta ragionevole; stava per replicare quando udì una voce fare il proprio nome, proveniente dall'interno di  una delle numerose tende allestite per la festa.
Incuriosito vi si accostò,  senza più prestare ascolto all'ubriaco.
Riconobbe subito la voce di Eye, il Gran Visir che diceva:
"Hai proprio ragione! La presenza a corte di quel ragazzo è una minaccia... Il giovane Ramseth rappresenta davvero una minaccia per noi tutti."
"Lo è, amico mio... se davvero é colui che credi che sia!"
"E' proprio lui! E' lui e non ho dubbi,  come non ho dubbi che a condurlo a corte non sia stato un caso, Mirimhor."
"Mirinhor! - pensò il ragazzo - Ecco a chi appartiene questa voce e... stanno parlando proprio di me..."
Si pose in ascolto.
"Avrà qualche sospetto su sua madre?" chiedeva ancora Mirinhor.
"Neppure la bella Sirikit ha dubbi: Ramseth porta  sul collo il segno dei Faraoni... - faceva osservare il vecchio Eye -  Come quello di sua madre."
"Chi  può avergli svelato questo segreto gelosamente nascosto per anni?... Nsitamen non l'avrebbe mai fatto! Ne sono sicuro."
Sentire il nome di sua madre sulla bocca di quei due, fece affluire al ragazzo il sangue al cervello; continuò ad ascoltarli con espressione sempre più corrucciata.
"Nsitamen non è la sola a conoscere questo segreto!"  la voce di Eye era sempre più preoccupata
"Namir?" domandò l'altro.
"Neanche Namir avrebbe parlato mai a meno che... a meno che qualcuno non abbia rivelato al ragazzo i suoi diritti a sedere sul trono..."
"Oh, no! - lo interruppe l'altro; Ramseth ascoltava con il cuore in gola e trattenendo il respiro - Non c'é possibilità per per quel ragazzo di salire sul trono."
"Questa possibilità esiste, invece, se Ramseth sapesse davvero chi è e se disponesse di un esercito."
"Stando così le cose... duque...  anche Nsitamen e Namir costituicono una seria minaccia."
Ramseth smise quasi di respirare; l'ubriaco tentava di condurlo via con sé ed egli lo allontanò con un braccio e tornò ad ascoltare.
"Ci occuperemo di Nsitamen e del prete Namir, ma adesso dobbiamo pensare al ragazzo... scoprire se conosce davvero le sue origini... se sa di essere il figlio della regina Ankseannon e del generale Sesotri e... e se anche la Ragina é a conoscenza  che il ragazzo è suo figlio."

Ramseth sentì il terreno mancargli sotto i piedi: la regina Anksenammo sua madre?
Molte cose, però,  gli apparivano chiare, adesso: le apprensioni di sua madre, le raccomandazione del prete Namir, l'emozione del  suo incontro con la Regina, quella inquietudine che lo acconpagnava notte e giorno e quel desiderio di raggiungere le stelle.
Cercò di dominare la profonda emozione e tornò a prestare attenzione al tempestoso   dialogo dei due.
"Avresti dovuto eliminarlo appena nato." diceva la voce incolore di Mirinhor.
"Per mesi vigilammo sulla principessa, - sentì la voce del vecchio  Eye, roca e tagliente come il cristallo di rocca; non era indifferente come quella del Gran Sacerdote do Ammon, ma sempre più  inquieta e preoccupata. Affannosa. Ramseth lo sentì schiarirsi la voce prima di proseguire - Anksenammon ci ingannò tutti. Ci fece credere di mal sopportare la vita che le cresceva dentro e riuscì a sviare  tutti noi dalle sue vere intenzioni. Quando il bambino stava per nascere chiese chiese che ad assisterla e ad alleviarle le doglie fosse una donna di  sua fiducia  e rifiutò l'aiuto delmedico di corte...  quella donna riferì che  alla principessa era nato un figlio maschio, ma  che non aveva mai visto la luce né avuto l'alito  della vita e tale... era il piccino che ci mostrò."
"Un inganno!" proruppe l'altro.
"Oh, sì!... Un inganno! - assentì con un gesto del capo il vecchio ministro del Faraone - Nsitamen, una delle ancella della principessa, solo pochi giorni dopo sposò il generale Sesotri che si presentò con lei  al Tempio di Ammon per registrare la nascita di un figlio nato da una loro relazione...."
"Questo mi é noto. - lo interruppe il prete di Ammon - Gli venne imposto proprio il nome che il ragazzo porta ancora oggi e solo dopo la morte del generale Sesotri fu noto che quel bambino non era figlio di Nsitamen, ma della principessa Amksenammon, prima che il faraone Thut la sposasse."
"Già! - la vece del vecchio ministro si fece grave, quasi un sussurro; Ramseth dovette accostare l'orecchio alla parete di stoffa della tenda per afferrare con chiarezza le parole -
Nsitamen giurò nelle mie mani che mai avrebbe svelato il segreto ed io sono convinto che non sia stata lei a n ha a parlare... Però è accaduto e bisogna correre ai ripari."
"Bisogna correre ai ripari!" - ripeté il prete di Ammon.
"Il Faraone Thut non ha ancora molta vita davanti a sé... - prooseguì l'altro, sempre con quel tono di voce, indifferente e lontano, che, però, metteva i brividi nello spirito del   ragazzo - Ramseth farà valere i suoi diritti... il suo sangue reale  innalza  davanti a me un grosso scoglio da valicare... Dovrei bagnare di sangue la terra d'Egitto per  poter sedere sul suo trono..."
"Temo, amico mio, che tu abbia ragione! - assentì l'altro - Il popolo ama la sua Regina...    Hai  sentito il giubilo che ha accompagnato la sua uscita da Palazzo? Il popolo sarà pronto e felice di mettere suo figlio sul trono d'Egitto invece  che il Visir Eye, vecchio e saggio,  
Un rumore alle spalle, d'improvviso, fece volgere il ragazzo, impedendogli di ascoltre oltre: era uno degli uomini di Eye.                                                   

                                                                             *********************

La prima sensazione che Ramseth ebbe quando si svegliò fu un acre odore di muffa  aggredirgli le narici. Aprì gli occhi, ma intorno a lui c'era solo buio screziato di ombre.
"Dove sono? -  fu la prima cosa a chiedersi, ma la risposta arrivò subito - Una tomba?... Questa è una tomba... Sono stato sepolto vivo!"
Odore di muschio e terra umida, di incenso e balsami e profumi alterati ed integrati ad altri più vicini alla natura: odore di morte!
La gola gli si chiuse, impedendogli di cacciar fuori l'aria entrata nei polmoni; un senso di soffocamento.  Le orecchie cominciarono a ronzare e un cerchio gli strinse la testa; dovette fare davvero molta fatica a mandare giù la saliva prima di riprendere a respirare: la paura lo aveva catturato in ogni fibra del corpo.
"Sono stato seppellito vivo!... - esclamò - Spono stato sepolto vivo!" urlo, balzando in piedi.
Il suono della propria voce, restituita da un'eco soffocata, gli diede la misura esatta di cosa volesse dire esser stato sepolto vivo.
Riprese a respirare, ma era  nel ventre che, adesso, lo aveva raggiunto terrore e  gli   stritolava le budella. Pian piano lo sentiva salir su, quel nodo...  su... su, fino al cuore e finalmente al cervello e l'eco della sua voce, prolungata, cavernosa, sconosciuta,  rompergli i timpani.
"Aiuto! Aiuto! - gridò - Non sono morto. Aiutatemi... sono ancora vivo!"
Gli rispose di nuovo quella terribile eco, poi di nuovo il silenzio.
Si coprì il volto con le mani e rimase ad ascoltare i battiti del cuore. Fu proprio questo a dargli  un improvviso, insperato coraggio.
"Non sono morto!... Non sono morto!" ripeteva; il cuore gli batteva forte, ma un po' meno   e la voce era tremante, ma un po' meno.
"Peggio sarebbese fossi morto davvero e non avessi di che affrontare il  viaggio nella Duat...
Non ho neppure un bastone con cui rintuzzare gli attacchi di Apep, di Rek e degli altri mostri..."
Parlava lentamente, come a voler catturare il suono della propria voce, che era l'unico suono e che  pareva rassicurarlo. Il suo corpo era lì, ma anche il suo Ka... il suo spirito!
"I Giardini di Osiride possono ancora aspettare. - pensava ad alta voce - Voglio vivere...  Non voglio morire... ma come posso fare? Ahimé! Me misero! - ecco di nuovo lo sconforto - Oh, povero Ramseth!.. chi sentirà il tuo lamento? Chi leverà i lamenti sulla tua tomba, se la  tua tomba resterà ignota?... Chi metterà le offerte sulla tomba di mia madre se io non ci sarò quando lei sarà pronta per il Grande Viaggio?... Oh, Ammon, Aton, Osiride .... Ma...ma perché mi dispero? - un pensiero, d'un tratto gli attraversò la mente - La persona che occupa questa  tomba avrà sicuramente di che nutrirsi e... Oh, No!..."
Nel momento stesso in cui diceva quelle parole, ne misurava l'enormità: toccare uno solo degli oggetti di quella tomba significava profanarla."
"Una lampada. - pensò, sempre a voce alta - Almeno una lampada... Chi ha occupato questa tomba avrà osservato tutti i riti per rianimarsi ed affrontare il viaggio per raggiungere il Tribunale di Osiride... tutto quanto troverò qui dentro è stato lasciato perché a quel povero Ka non sarebbe servito. Se trovo una lampada non avrò profanato questo luogo né avrò procurato disagio a chi l'abitava e poi..."
Parlava, parlava, parlava, Ramseth e ascoltava la propria voce che lo rinfrancava. Si alzò e continuava a parlare, si mosse con le braccia in avanti e intanto parlava, incontrò una porticina che non ebbe difficoltà ad aprire ed intanto parlava.
Aprì la porticina ed un soffio d'aria calda lo investì... ed intanto parlava; sentì un rumore, come di un colpo di vanga contro la parete ed intanto parlava.
S'arrestò di colpo.
"Questo rumore... questo rumore non è la mia voce. Qualcuno sta picchiando contro la parete... forse il morto..."
Il terrore l'assalì nuovamente; più forte di prima e gli impedì di nuovo di respirare.
"Ramseth!... Ramseth!" si sentì chiamare.
"No!... No!..."
"Ramseth, rispondi. Sei vivo?"
S'era ingicocchiato, la testa raccolta nelle mani; la sollevò.
Osorkon! La voce di Osorkon... quella era la voce dell'amico Osorkon, non c'erano dubbi e veniva da fuori e non dal ventre della terra.
"Osorkon! - urlò con quanto fiato aveva in gola - Sono vivo. Sono vivo. ..Osorkon!"
Siprecipitò contro la parete da cui sentiva provenire le picconate.
"Siano rinraziati gli Dei!" ancora la voce dell'amico pescatore; Ramseth, ora, rideva e piangeva e poi rideva ancora.
"Come sei arrivato qui?" urlò per farsi sentire da fuori.
"Keriut!... E' stato Keriut ad avvertirmi.- anche l'amico urlava per farsi sentire - Ha visto un soldato colpirti alla testa e il Visir ordinare di portarti via... Keriut li ha seguiti e non ti ha perso di vista un attimo... ma... ma ora come facciamo a tirarti fuori di qui? Praticamente non è possibile spostare questa lastrone di pietra all'ingresso della tomba. Ci vorrebbero dieci uomini e noi siamo solo in tre."
"Tre? Chi altri c'é insieme  a te ed al al mio amico Keriut?"
"Quella canaglia di Kafer." gli giunse attutita la voce dell'amico.
"Benedetto sia Kafer! -  proruppe il ragazzo con accento rinfrancato, poi aggiunse - Non preoccupatevi, amici... a come trarmi fuori da qui vi dirò io come fare... Ascoltate... ciò che mi serve sono solo tre cose, ma io non posso procurarmele."
"Dimmi cosa ti serve." disse Osorkon e Ramseth:
"Del carbone.  Mi serve del carbone... che dovrai ridurre in polvere... E anche dello zolfo... anche questo devi ridurre in finissima polvere." spiegò il ragazzo.
"Procurerò subito del carbone, ma ci vuole molto più tempo per per essere di ritorno dalla cava di zolfo."
"Aspetterò! - disse il ragazzo - Un'altra cosa devi portare... Ascoltami bene..."
"Ti ascolto."
"Devi entrare in una stalla ed osservare bene le pareti... vi troverai una certa polvere... ti spiegherò dopo di che cosa si tratta... granelli che dovrai raccogliere in certa quantità. Devi raschiarla e portarla qui."
"Farò tutto come dici... ma  che cosa ti servono tutte queste cose?"
"Ti spiegherò quando sarai di ritorno, ma ti prego... fai tutto come ti ho detto."
"Farò come dici. - Osorkon ascoltava attentamente; gli altri due amici ascoltavano in silenzio - Prenderò del carbone, dello zolfo e quella polverina che troverò sulle pareti di qualche stalla e..."
"Un'altra cosa, amico mio - lo interruppe il ragazzo -Serve del fuoco e un otre di pelle."
"Prenderò ogni cosa anche se davvero non so come del carbone e della polvere di stalla possano far uscire il mio amico da questa trappola." disse il pescatore,  nondimeno,  si allontanò con gli altri due amici per procurarsi tutto quanto.
Passarono alcune ore prima che i tre fossero di ritorno.
Seguendo diligentemente le istruzioni, Osorkon non immaginava di essere il primo uomo nella storia a fabbricare la polvere da sparo.
Quando tutto fu pronto, opportunamente dosato, posto nell'otre ed appuntato una strisciolina di lino imbevuta d'olio a mò di miccia:
"Ecco fatto come hai chiesto." disse Osorkon.
"Ascoltate bene. -  li avvertì il ragazzo - Prima di dar fuoco alla strisciolina di lino... ascoltate bene... quel miscuglio di polveri farà un gran rumore."
"Rumore?"   gli giunse la voce di Keriut.
"Sì, amico mio. Un rumore più forte di cento tuoni e voi dovete stare lontani   altrimenti vi farete molto male. Appena Osorkon avrà dato fuoco al pezzo di stoffa, correte  tutti lontano e in gran fretta... molto in fretta."
Osorkon seguì scrupolosamente ogni raccomandazione e poco dopo un potente boato sconquassò la tera, il pietrone volò in pezzi e Ramseth si affacciò tra i rottami in fumo.
Animali e persone nelle vicinanze, terrorizzati, cercarono rifugio in tane e abitazioni.
Ramseth venne fuori della tomba; i tre amici lo seguirono con sguardi colmi di attonito stupore mentre scavalcava le pietre; erano assai impressionati.
"Sei molto più di un uomo! - Keriut per primo si fece avanti - E io sono felice di essere tuo amico!"
Ramseth sorrise.
"Torniamo in città. - disse - Devo mettere in salvo mia madre... E' in pericolo ed anche il prete Namir."