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Storia, tradizioni e curiosità

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LE TRE SIGNORE DEL DESTINO


LE SIGNORE DEL DESTINO

 

 

Presso tutte le antiche culture, Il Fato o Destino è quel “Genio” che prende l’uomo per mano e lo guida lungo il suo cammino.
Gli Antichi Egizi non facevano eccezione. Credevano che  ogni creatura umana avesse un percorso già tracciato e stabilito prima ancora della sua nascita.
Stando così le cose,  dicevano i Saggi, nessun uomo era in grado di mutare il corso del proprio destino.  Però, aggiungevano, disponendo di alcuni elementi, come la data di nascita, la posizione di stelle e pianeti in quel giorno, ecc… si potevano, se non mutare, almeno prevedere le mosse del Destino e, quando possibile, provare a prevenirle o correggere, oppure adattarvisi.

Shai, era il nome della Dea del Destino e non mancava mai all’appuntamento con una nuova vita che si affacciava a questo mondo.
Era sempre presente ad una nuova nascita, ma non si presentava mai da sola. Le inseparabili compagne di questo immancabile appuntamento erano altri due Geni: Renenet e Meskhenet.
La prima, incessantemente invocata dai mortali, era la Signora della Fortuna e la seconda, non meno autorevole delle altre due, era la Signora del Futuro.
Questa Triade, insieme costituiva anche la corte di Tuaret, la Dea che presiedeva al parto e che attraverso la sua Grande Sacerdotessa, assistiva la partoriente ed il bambino, cui dava responsi per il futuro.

 

Così si legge su un papiro custodito a Berlino:
Le tre Dee, assunte le sembianze di tre donne comuni, si presentrono nella casa del nobile Ea-User, la sui sposa, Rut-Tettet, stava avendo le doglie e l’assistettero amorevolmente assieme alle altre donne della casa.
Rut ebbe tre bei gemmellini.
Al primo dei tre che aprì gli occhi alla luce, la dea Meskhenet profetizzo:  “Sarà Re!”
Renenet aggiunse: “Dominerà su tutta la terra”
E Shai, infine: “Il suo Regno sarà breve, ma felice e prospero.”
La stessa cosa i tre benevoli Geni dissero quando venne al mondo il secondo gemellino.
All’arrivo del terzo, Shai esclamò: “Il suo Regno sarà lungo e duraturo.”
La stessa cosa profetizzarono le altre due Signore del Destino.
Quei tre neonati diventarono, in età adulta, i primi tre Sovrani della V° Dinastia.
Il racconto, invece, risale ad epoca ramessida: più di mille anni dopo.
 

Un’altra storia, assai simile ad alcune delle favole moderne, racconta della visita delle Tre-Signore ad un’altra partoriente, sposa di un Sovrano, la quale dette alla luce un bel maschietto.
“Fra diciotto anni un cane, un coccodrillo o un serpente, si presenterà qui per portarlo via.”
Sentenziarono insieme i tre Geni.
Significava che a diciotto anni il piccolo principe sarebbe morto per il morso di un cane o di un coccodrillo oppure di un serpente.
(chi volesse conoscere questa storia, scritta su un papiro esposto al Museo de Il Cairo, può leggere il post: “C’era una volta… 3500 anni fa”, su questo stesso sito)

I compiti di queste tre simpatiche Signore, però, non terminavano qui e quelle non erano sempre così favorevoli e disponibili con i mortali.
Shai, Signora del Destino, era anche il Genio della Fatalità e dell’ineluttabilità del Fato e si sa che, a volerlo evitare, spesso si finisce ancor più velocemente nelle sue braccia.
Il Destino, sentenziavano i Saggi, rende vano ogni sforzo dei mortali per procurarsi ricchezza o felicità, se manca  il suo consenso.
Una Dea assai, invocata, dunque, Shai, e perfino minacciata, secondo la disposizione tutta egizia di pregar gli Dei (vedi post: Magia e Religione ).
Anche Renenet, Genio della Fortuna, era assai corteggiata, come lo era Meskhenet, che del Futuro di ogni mortale conosceva ogni particolare.
Tutte e tre, inoltre, erano invocate anche in molte altre circostanze: matrimoni, viaggi, affari, guerre, e altro ancora.

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Seguiamo, a questo punto, il rito propiziatorio offerto alle Tre-Signore da una giovane promessa sposa . (brano tratto dal libro: DJOSER e i Giardini di Osiride)

                                             *****        

Un fuoco rosseggiava nel tiepido mattino di mehir, l’ultimo mese della stagione Peret, quando il sole placava la sua arsura e la terra si copriva di verde.
L’incenso, gettato alle fiamme, lasciava nell’aria un odore acre e penetrante.
Tausert, la Veggente del Tempio di Tuaret, stava invocando la benevolenza della Dea, Protettrice della Donna e della Maternità.
Era di spalle e l’ampio mantello color lapislazzulo mimetizzava e  celava la figura, ma la voce era limpida e tonante:
       “Ta-urt, Signora del Nun, in cui si è creata la Vita.
         Ta-urt, Signora delle Acqua e della Vita.
         Ta-urt, vieni a noi...”

Il respiro era lento e ritmico e la voce un po’ roca, ma “giusta” di tono, come imponeva la buona riuscita del rito. Vibrante, ma calma e paziente, pensò il ragazzo. Persuasiva. Consapevole di aprire un varco con il divino. Nel cielo vide brillare una splendida Luna Crescente, favorevole al Mistero ed alla Magia.
     “Fai sentire la tua amorevole presenza, 
      Grande Madre, ma non annientarci
      con la Radianza del Tuo Essere.
      Quando un mortale parla ad una Divinità,
      ascoltare è pericoloso…”  andava salmodiando.
Immobile davanti al simulacro della Dea, le mani tese in avanti, Djoser la sentì che richiamava le Forze dell’Infinito Cosmo per usarle a beneficio dei partecipanti di quell’assemblea.
Era una piccola folla raccolta e silenziosa. Tutte donne.
Il cuore, d’un tratto, gli salì in gola: c’era la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone e sembrava esser lì per chiedere responsi.
L’ambiente in cui si svolgeva quell’assemblea era un piccolo spazio adorno solamente della statua della Dea, in diorite scura, collocata sopra uno zoccolo di pietra di Turah. Appoggiato allo zoccolo c’era il panno di finissimo lino in cui, terminato il rito, pensò il ragazzo, sarebbe stata riposta la sacra effigie, che solo mani purificate potevano toccare.
   “Fai sentire la Tua voce, Signora delle Acque Primordiali.
    Fai sentire la Tua presenza, Signora della Vita.”
continuavano le invocazioni della Veggente.
    “Ta-urt! Ta-urt! Che prende Acqua dal cielo!”
rispondeva il coro; Djoser non osava nemmeno respirare per non turbare quella Cerimonia per sole donne, interdetta a qualunque uomo… anche a lui, naturalmente.
    “Quando viene, Essa è grande.
     Nessun’altra può misurarsi con Lei.”
continuava la Veggente e il coro le faceva eco:
     “Ta-urt! Ta-urt! Che prende Acqua dal cielo!”
      
Djoser vide la Veggente versare in una ciotola il latte contenuto in un vaso dalla forma particolare.
Osservandolo attentamente, anche da lontano poteva vedere bene la sua forma: una figura femminile accovacciata con testa d’ippopopotamo e seno forato da cui sgorgava latte.         
Sull’altare, alle spalle della Veggente, fumigava un piccolo braciere in bronzo finemente cesellato e riproducente scene di vita della Dea; una novizia continuava a versarvi dentro grani di incenso e il fumo, alzandosi dalle braci, si espandeva ad anelli nel piccolo ambiente, cogliendo in un unico abbraccio la Dea e la piccola folla di donne.
Djoser fissava ammaliato la figura di Tuaret; il suo aspetto non era gradevole, però era rassicurante: gravido e rotondo, suggeriva il mistero della Vita.
Sapeva che il dono che la Dea preferiva ricevere dalle sue fedeli erano lembi di stoffe o di vesti; la piccola statua ne era letteralmente coperta.

Anche la principessa Nefer, notò il ragazzo, ne aveva in mano uno da offrirle: un lembo della sua veste più preziosa, di lino finissimo, segmentata di color zafferano.
Alle Tre-Signore, invece, le Assistenti di Tuaret, che  seguivano la Grande Madre in ogni rito, vide che la principessa di Memfi stava offrendo un bracciale di conchiglie d’oro.
Le Tre-Signore erano: Renenet, Genio della Fortuna, Shai, Genio del Destino e Meskhenet, Genio del Futuro.
      “Oh Shai, Signora dell’Immutabile e Inevitabile,
       che al Tempo indichi il cammino.
       Oh Renenet, Signora dell’Accadimento,
       che sui sentieri della Vita vai soffiando...”
Continuava a salmodiare la Veggente, Grande Sacerdotessa del Tempio; una musica struggente, intanto, stava catturando i sensi insieme alla miracolosa virtù dell’incenso e dei mille balsami e profumi di cui era satura l’aria.
Qualcosa stava per accadere, pensò il ragazzo.
Tutto poteva accadere, negli istanti  in cui la potenza degli Incantesimi irrompeva sotto forma di presenza divina.
      “Oh Meskhenet, Signora del perdurare delle cose,
        che tessi il divenirdel Tempo...”

Con l’ultima invocazione, il varco dell’impossibile, infatti, si spalancò sotto i suoi occhi.
La prima a comparire fu l’ultima invocata: Meskhenet, che parlò con la voce di una delle due bambine presenti; neanche sei anni e “costretta” dalla volontà della Veggente ad entrare nel piccolo corpo trasfigurato di luce divina.
Djoser aveva timore perfino di respirare.
“O Nefer, Dolce Figlia degli Dei. – la Signora-del-Futuro parlò con la voce della bambina – Stai attraversando il Grande-Verde  per diventare madre di creatura di bellezza mai vista...”

Grande-Verde. Con quel termine, la gente del Nilo indicava il mare.

Sotto quel divino impulso, la voce della piccola era ferma e sicura, i toni pacati e tranquilli. Pause ed interruzioni parevano addirittura dosate e quasi studiate e a Dioser parve anche che nel sentirli, la  principessa Nefer mostrasse fremiti di piacere, mentre si accarezzava il grembo ancora vergine.
“E’ meglio, per adesso, non sapere...” continuava la voce della piccola, sempre calma e sempre ispirata… ma di colpo tacque, poi cambiò di tono. 
Divenendo tenera e dolce, con un pizzico di velata malinconia ed a tratti di rammarico, quasi che a “comunicare” non fosse più la stessa Entità.
E non lo era!
Non era più Meskhenet, Signora-del-Tempo, a parlar per bocca della piccola, bensì Renenet, Signora-della-Fortuna.
“Dovrai rischiar un salto ad occhi chiusi. – diceva – Interroga te stessa e non il Fato...”
Ancora una convulsione nel corpo esile della piccola: Renenet era già andata via ed era arrivata Shai,  Signora-del-Destino.
Un oscuro presentimento attraversò lo spirito del ragazzo: con Shai non si poteva davvero barare, come si faceva qualche volta con il gioco della senet, spostando di nascosto le pedine della scacchiera.
He-Kau e Rew, Formule Magiche ed Incantesimi, potevano indurre le prime due Signore all’indulgenza, ma a Shai non c’era possibilità alcuna di sfuggire.
“Sommersa sarai dai tormenti della Terra... – furono le sue ultime parole - Non hai fortuna e molto perderai...”

Il ragazzo restò ancora a guardarla di nascosto, a seguirla con sguardo incantato.
Piena di grazia, come una dolce Psiche malinconica, la vide prender posto su un tronco di palma che pareva essere stato messo a terra apposta per lei; sorrideva alla propria immagine riflessa in uno specchietto.
Djoser lasciò il nascondiglio e le si accostò, fermandosi alle sue spalle: i loro occhi si incontrarono attraverso la superficie dello specchietto.
(continua)
brano tratto dal libro di prossima pubblicazione: DJOSER e i Giardini di Osiride
 

ANTICO EGITTO... che passione!


ANTICO EGITTO… CHE PASSIONE

 

 


Chi non ha subito il fascino delle Piramidi e della Sfinge? Chi non ha discusso sulla loro datazione e i loro costruttori? A costruire quelle meraviglie, sono stati gli Antichi Egizi oppure dobbiamo scomodare Atlantidini ed extraterrestri, riconoscendo ai Faraoni il solo ruolo di custodi?
Oggi spuntano teorie al riguardo con la stessa proliferazione dei foruncoli sul volto di un adolescente.
Proviamo, è vero, una certa inquietudine davanti ad immagini di Divinità come ANUBI, il Dio dalla testa di Sciacallo, HAPY, dalla testa di Toro o SEKHMET dalla testa di Leonessa.
In verità, è la stessa inquietudine che proviamo davanti all’immagine del Minotauro di Creta o di altre misteriose Divinità del Mediterraneo.
Enigmi e Misteri circondano certi luoghi e certe Divinità. Ma che cos’è un Enigma o un Mistero? Gli antichi Testi Sacri, di qualunque cultura e religione, grondano mistero ad ogni pagina.
Il dizionario testualmente spiega: ciascuna delle Verità soprannaturali ed incomprensibili per la mente umana, che i fedeli sono tenuti a credere.
A questo punto, mi dispiace di dover infrangere qualche romantica illusione, ma, riguardo agli Antichi Egizi, Misteri ed Enigmi sono solo la scarsa conoscenza che ancora oggi si ha di quel popolo antico; Misteri ed Enigmi che lo studio e la ricerca svelano ogni qual volta si fa una nuova scoperta e le scoperte sono continue ed inarrestabili: 6 mila anni di storia sono tanti. Tralasciando la Preistoria.

Straordinaria la cultura egizia, che noi, gente moderna, tendiamo a definire unica e misteriosa.
Unica, certamente sì! Molte delle credenze religiose del mondo moderno affondano le radici proprio in quella filosofia di vita: il Giudizio Divino dopo la morte, il mito di Neith, Dea Vergine-Madre; quello di Usir (Osiride), Dio morto e risorto. Perfino il mito della Separazione delle acque (vedi Bibbia e Mosè) trova radici in un antichissimo racconto datato almeno 5 mila anni.
E le conoscenze scientifiche?
Ogni cultura, ogni epoca ha avuto il suo Genio. L’età classica ha avuto Archimede, Pitagora, ecc… L’età moderna ha avuto Leonardo, Galilei, Newton ed altri… L’antico Egitto ha avuto Imoteph, Senmuth ed altri.
Io sarei un po’ più cauta con Enigmi e Misteri e non mortificherei l’ingegno del popolo egizio, né gli assegnerei il ruolo di semplice “custode” di opere erette da “altri”. Da chi?
Credete davvero che un certo Sovrano si sia alzato un mattino ed abbia ordinato di erigere una Piramide? Magari sotto la supervisione di qualche extraterrestre?
Non è così! Ci sono voluti secoli di studi, ricerche e tentativi (spesso falliti) prima di giungere alla perfezione di quella che il mondo moderno considera una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico.
Noi, gente moderna, nonostante il computer e nonostante la conquista dello spazio, abbiamo ancora la tendenza a sintetizzare con il termine Mistero tutto ciò che ignoriamo o non comprendiamo.
E così, dopo tanto preambolo, sarà chiaro a tutti che la mia è un’autentica passione?

 

 

REN ... il nome segreto

Antico Egitto e… il nome

Il mio nome è MARIA PACE. Il ren, ossia il nome, dicevano gli Antichi Egizi, é lo strumento che conferma l’esistenza di una persona, uomo o donna. Senza il proprio nome, dicevano, la persona non esiste.
Questo, d’altronde, vale anche ai giorni nostri: basta guardare gli imbarazzanti atteggiamenti dei concorrenti dei vari reality che imperversano in TV.
Ai tempi degli antichi Egizi, il nome era una cosa seria. Ne volete una prova?
ISIDE, la più potente fra le Divinità femminili del Pantheon egizio, narra una leggenda, decise un giorno di concentrare in sé tutta la potenza divina, detenuta dal vecchio e bavoso Ra, Padre degli Dei.
Con la complicità di TIAMAT, Dea-serpente, iniettò del veleno nel corpo di RA e lo ricatto:
“Rivelami il tuo ren, il Tuo nome segreto, ed io ti libererò di questa sofferenza.”
Il Padre degli Dei temporeggiò e provò ad ingannarla:
“Io sono Khepry che sorge al mattino – disse – Ra che arde a mezzogiorno e Ammon che tramonta a sera.”
“Questo non è il tuo ren.” insistette la Dea.
Quando RA capì che ISIDE non avrebbe ceduto, fu lui a capitolare:
“Figlia ingrata!” proruppe e la pregò di accostare l’orecchio alle sue labbra affinché altri non udissero il suo divino-ren.
Se tutto ciò non vi pare ancora sufficiente a comprendere l’importanza del “nome” per gli antichi Egizi, sentite questa, allora!
Sapete quel che il faraone Thutmosis III fece a sua zia, la famosa Regina-Faraone Huthsepsut, Grande Consorte Reale di Thutmosis II?
La Regina si fece sedurre dal potere e, di fatto, regnò per diciassette anni circa sul Paese. E non come Reggente, (Thut III era ancora ragazzo) ma come una vera Sovrana.
Quando il nipote-figliastro riuscì ad agguantare il potere, fece scomparire il nome, si dice, da tutti i suoi monumenti. Cancellandone il nome, il Faraone volle cancellarne il ricordo, la memoria e l’esistenza stessa.
Davvero straordinari, questi Antichi Egizi, eh!!

UNA SPOSA per il FARAONE

C'era sempre un certo subbuglio per l'arrivo di una nuova Sposa del Faraone.
“Perché - chiesi in piena innocenza, affondando i dentini in una frittella ancora
fumante - il Faraone desidera un'altra sposa?"
"Perché un sovrano deve avere molte figlie e molti figli." spiegò Iter
assumendo un'irritante aria di sussiego.
"Non gli bastano i figli e le figlie che ha già"
"Che domande mi fai?” m’interruppe lei sbuffando ed agitando il capo, il che
fece tintinnare gli orecchini d'oro ornati di lapislazzuli, che sparsero una luce
azzurrina sulla sua carnagione bruna ed olivastra.
“Vieni.- riprese - Andiamo a vedere da dove arriva questo frastuono. Sarà
certamente il corteo della principessa Subad."
Si accostò alla ringhiera della terrazza e si sporse in avanti per guardare di
sotto. La imitai subito e intanto continuavo a chiedermi con infantile
ostinazione perché mai a un Faraone servissero tanti figli e tante figlie.
Mi chiedevo anche come facesse il vecchio Pentaur, il Direttore degli
appartamenti del gineceo reale, a sistemare tutte le ragazze e le principesse,
egiziane e straniere, che continuavano a giungere qua. Sentivo continuamente
ripetere quale grande onore, fosse per qualunque ragazza essere scelta per
entrare a far parte del gineceo del Faraone, ma mi chiedevo come si potesse
offrire loro una degna sistemazione. Forse se lo chiedeva anche Pentaur, e
perfino lo stesso Faraone, dal momento che ogni tanto qualcuna lasciava quella
prigione dorata per andare sposa a quel valoroso soldato o questo fedele
funzionario.
La principessa Subad comparve tra le colonne che reggevano il giardino
pensile e scomparve subito dopo, seguita dal corteo nuziale. Ricomparve poco
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dopo tra le palme della terrazza.
Tra i molti doni per il Faraone, la principessa ittita aveva portato anche
centocinquanta bellissime fanciulle che avrebbero arricchito di grazia l'harem
reale e recato gioia al Signore di Tebe. Erano così graziose, assicurò il
funzionario di corte Pentaur, che sicuramente il Faraone avrebbe
commemorato il gioioso l’evento.
Due occhi spauriti, un viso trasudante stanchezza, l'espressione oppressa da
sguardi critici e curiosi, Subad non aveva davvero nulla di regale, nonostante lo
sguardo altezzoso e la fronte altera.
L'accompagnava la regina Meritre, che per l'occasione aveva indossato la veste
da sacerdotessa dell’Ipet, la Signora del gineceo, aderente e lunga fino alle
caviglie; ai piedi portava sandali dorati. Sicura di sé, lo sguardo rapace sotto la
parrucca ad ali d’avvoltoio, l'acconciatura delle regine, la Grande Sposa Reale
ostentava il suo ruolo e la sua potenza nel gineceo e sulle altre Spose Reali.
 

Sorrideva alla giovanissima rivale, con cordialità e quasi tenerezza. Senza più
l'inquietudine che traspariva dal suo volto, tutte le volte che, nei giorni scorsi,
si pronunciava il nome della nuova sposa del Faraone.
Negli ultimi tempi Meritare era diventata assai esigente con se stessa. Per
conservarsi giovanile, si sottoponeva a vere torture con massaggi e creme. Le
sperimentava apposta per lei il suo profumiere e le garantivano una pelle
morbida e senza rughe. Gli splendidi recipienti per il trucco, decorati per lei da
artisti di corte con scene erotiche ed amorose, negli ultimi tempi andavano
continuamente aumentando di numero.
Iter mi spiegò che nostro padre aveva stretto alleanza col re ittita e mosso
guerra al popolo di Naharim, che molti chiamano anche Mitanni.
Come farà a dare figli e figlie al Faraone, mi domandavo osservando Subad: era lei stessa una bambina e il principe Amosis la superava in altezza di quasi mezzo palmo.
Subad mi passò vicino e mi guardò dal basso verso l'alto, rovesciandomi
addosso uno scroscio di altezzosità.
Subad non mi piacque. Nè io piacqui a lei!
(continua)
per chi desideri continuare la lettura, può richiedere il libro: “A G A R”
di Maria Pace – presso:
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ANTICO EGITTO e SACRA BIBBIA

Da almeno due millenni la Bibbia è il Libro Sacro per eccellenza. Vi si narrano le vicende storiche e il percorso religioso del popolo ebraico: gli Ibrihim, (figli di Abramo).
Tutto  ha inizio, dunque, con la figura del grande Patriarca: non ebreo, ma fondatore dell’Ebraismo e del popolo ebraico. Egli era, infatti, babilonese (irakeno, diremmo oggi) originario di Ur dei Caldei.

I testi biblici non sempre corrispondono con le testimonianze archeologiche egizie, ma è innegabile il legame fra le due culture.

Il nome Israele comparve per la prima volta nelle vicende storiche dell’Antico Egitto, intorno al 1.250 circa a. C. (le date, però, sono spesso controverse) su una stele rinvenuta a Tebe, in cui il faraone Meremptha, figlio del più celebre Ramesse II, (XX Dinastia) cita le popolazioni e le città assoggettate in una delle sue campagne militari.

Facendo un po’ di conti, il più grande Patriarca della storia, Abramo, dev’essere vissuto un paio di secoli prima. (sempre tenendo conto della controversia delle date, che alcuni studiosi anticipano di altri due secoli) e cioè, ai tempi del faraone Thutmosis III, (XVIII Dinastia).
Proprio in questa epoca, Maria PACE, autrice del libro “AGAR”, colloca le vicende narrate nel suo ultimo lavoro.

L’egiziana   AGAR, protagonista principale di questa storia, è la Sposa Secondaria di Abramo, madre di Ismaele, fondatore del popolo Ismaelita.

Israele,  l’altro figlio del Patriarca, meglio conosciuto con il nome di Isacco , fu, invece, il fondatore del popolo israelita, cui dette il nome.

Per chi volesse approfondire le vicende che portarono alla formazione di questi due grandi popoli ( e conseguentemente alle moderne credenze religiose) può richiedere il libro:  A G A R di
Maria  Pace, presso

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UN MERCATO FARAONICO

Un brusio proveniente dal fondo di uno di quei boschi attirò i due. Era un mercato e un’atmosfera vivace ed elettrizzante li coinvolse immediatamente. Mercanti e compratori, affluiti da altri quartieri, i primi a lodare e i secondi a deprezzare, erano impegnati in estenuanti contrattazioni. Egiziani, stranieri, donne, uomini, bambini, animali, tutti gridavano e facevano confusione, ma su tutti vigilava l’occhio onnipresente di guardie e funzionari addetti al controllo degli scambi delle merci.
Mosè si staccò dal collo una collanina di schegge di pietra.
"Vuoi vedere come trasformo questa collana di pietre in una catena d'oro?" disse al compagno, che lo guardava divertito e scettico.
"Vuoi farmi conoscere qualcuno dei tuoi trucchetti segreti?"
"A  te?  Oh no! Tu non hai bisogno di trucchetti, amico. – sorrise l'altro - Ma resta a guardare."
"Ah,ah,ah! Voglio proprio vedere come farai."
Il ragazzino si guardò intorno fino a quando i suoi occhi rapaci  non puntarono un uomo accovacciato per terra a gambe incrociate, che offriva le sue ceste di grano e legumi.
"Ecco il mio uomo. E’ quel contadino laggiù. - disse prendendo l’amico per un braccio - Vieni.”
"Hai preso un colpo in testa? Non vedi quanto è grande e grosso?”
"Resta a guardare! - replicò Mosè, puntando deciso in direzione del contadino, poi - Ehi, tu!” lo apostrofò in tono deciso quando gli fu vicino. Questi sollevò subito la testa.
"Cerchi della farina per farne focaccine dolci e pane profumato, bel ragazzo? Qui puoi trovarla e la puoi portare a tua madre."
"Sì. Cerco proprio della farina da portare a mia madre. - rispose prontamente il Ratto - Come l'hai capito?”
Seguì una pausa breve e studiata, durante la quale l’uomo tentò di prendere la parola. Mosè non gliene dette il tempo. 
“Oh! E’ chiaro! - riprese - Il tuo sguardo intelligente sa leggere dietro la mia fronte. Certo... Sì. Mia madre sarà contenta quando le porterò la farina. Mi chiederà: come hai capito che volevo della farina?  Le risponderò che è stato un giovane assai intelligente a
capirlo per me. Sì! Mia madre ne sarà proprio contenta."
"Ma..." tentò ancora quello, alzandosi in piedi e sovrastandolo con l’imponente statura; Djoser, alle loro spalle, seguiva con espressione divertita il monologo dell'amico.
"Eccoti la mia collana da scambiare con la tua farina. Ascoltami bene, però. Ognuna di queste pietre solleva da un malanno. Osserva questa  lunga e stretta: protegge dal male alla gola. Quest'altra, protegge dal male alla pancia. Prendila e provala su te stesso."
L'uomo prese la collana. La rigirò tra le mani, spostando lo sguardo dai grani di pietra alla faccia seriosa del piccolo lestofante che domandava:
"Dimmi... senti male alla pancia?"
Il contadino scosse il capo.
"Hai forse male alla gola?"
L'altro scosse ancora il capo.
"Ai denti?"
"No."
"Forse hai male alla testa?"
L’altro scosse il capo per l'ennesima volta.
"Hai visto? Stai bene perché hai nelle mani la mia collana."
Il contadino provò a muovere qualche riserva, ma la piccola canaglia prima lo rabbonì con le promesse poi lo sconfisse con le minacce: "Portando questa al collo - scandì - vivrai senza malanno alcuno. Questi non sono grani di pietra comune, ma  frammenti di pietra divina. Sono schegge di pietra di dimore divine. Se la rifiutassi, rifiuteresti la protezione  e testa, gola, denti…”
"Ma io la prendo." lo interruppe l'altro, convinto e spaventato.
"Non ne dubitavo. - esclamò il ragazzo con estrema faccia tosta - La tua intelligenza è davvero assai evidente."
"Vieni. Vieni." Djoser lo prese per un braccio e lo trascinò via con una smorfia di divertito rimprovero per tanta sfrontatezza.
Il  Ratto  lo seguì con la grossa cesta di farina sulle spalle; il  suo volto aveva la placidità della superficie di uno stagno.
 

"Guarda laggiù." disse subito dopo; il suo sguardo aveva già colpito il secondo bersaglio: un venditore di sandali.
Stava seduto davanti alla sua bottega; una delle tante. In bella vista, fuori degli usci, erano esposti prodotti d’ogni genere e forma: sandali, fibule, vasi, cinture. I bottegai si davano gran da fare per attirare l’attenzione dei passanti.
I due ragazzi si avvicinarono e Mosè cominciò la sua sceneggiata. Toccava gli oggetti con fare da intenditore. Li girava e rigirava tra le mani; scuoteva la testa o faceva gesti di gradimento.
Il mercante abboccò immediatamente e si fermò alle loro spalle.
“Una sacca per i tuoi viaggi? – domandò - Una cintura o…”
"Sono solidi i tuoi sandali?" domandò il ragazzo.
"Metteranno le ali ai tuoi piedi e ti porteranno dove varrai."
E qui, l'impareggiabile piccola canaglia mise in atto lo straordinario talento acquisito durante la sua pur breve vita randagia: la capacità di confondere il prossimo.
"Mi piacerebbe raggiungere la mia meta." cominciò.
"Ecco  i sandali adatti.- rispose gongolante il mercante, convinto
di averlo fatto abboccare all'amo del desiderio – Sono di solida corda di canapa, mio signore." aggiunse passando alla lode.
"Hhhhuuu..." il Ratto rispose con un incomprensibile verso.
"Chiunque li vedrà ai tuoi piedi desidererà averli ai propri.
"Devo prima liberarmi del mio peso." Mosè accennò alla cesta.
"Di quella posso liberarti io." insisteva l’altro.
"Sarebbe un buon affare per te, mercante, ma non per me. Questa farina viene dai magazzini reali. E' cibo per signori... ma io non ho bisogno di cibo. Io ho bisogno di sandali."
"E sandali, io voglio darti." abboccò l'altro.
"Così sia! Anche se con questa farina potrei comprare stoffe di lino pregiato, io la cedo a te per questi sandali."
Mosè lasciò la farina e prese i sandali; prima che il mercante potesse rifarsi i conti, si allontanò veloce.
Fu subito fermato da un venditore di profumi; un caldeo a giudicare dai suoi discorsi.
"Tendete  il naso, gente.    Neanche il profumo che attirò  Ishtar
verso l’altare, al Tempio di Babilonia, era così dolce."
Il Ratto si fermò; tese il naso verso l'ampolla.
"Oh! - recitò - Quello che dici è vero. A che mi serve andare fino a Babilonia con questi sandali per comprare profumi ed unguenti alla mia bella, se quel dolce profumo è già qui?”
“Tu sì, che hai naso, o giovane signore.” fece l’altro.
“Allora prendi, mercante. Questi sandali serviranno a te per tornare alla tua casa lontana. A me il profumo."
Lo        scambio fu presto fatto. Prima che il mercante si riavesse
dallo sconcerto, Mosè afferrò Djoser, non meno sconcertato, per un braccio e lo trascinò via con sé.
Si fermò subito, preso tra due fuochi: un venditore di canne e una venditrice di ventagli. Tentato dalla bellezza della ragazza e dalla sua voce suadente, che decantava il bel ventaglio di piume di pavone e lo stesso pavone, il Ratto, però, finì a contrattare la canna da passeggio.
Un'ampolla  di profumo per una canna da passeggio dall'impugnatura d’argento finemente scolpita: un non facile scambio!
"Scegliete tra queste canne per le vostre passeggiate sul Nilo." gridava il mercante.
"E' un bell'oggetto!"  L'attacco ebbe inizio.
"Tu sei fine intenditore, bel ragazzo.” disse il mercante.
"Sì... Ma... Hhhh!..." il piccolo tossì, sospirò, squadrò la sua "vittima" da capo a piedi, poi lanciò uno sguardo alle canne bene allineate per terra. Il mercante abboccò.
"Non sai deciderti, eh? Sono tutte belle. Vero?" gongolò, precipitando nella rete con un sorriso compiaciuto.
"Belle. Sì! Senti questo profumo. – Mosè gli mise l'ampolla sotto il naso - Occorre andare fino a Babilonia per trovare simile fragranza. Le tue canne, invece, a decine, si possono trovare nel quartiere dei fabbricanti di mobili. Oh! Per due o forse tre canne, potrei cederti questa divina essenza, Non vedo la mia bella da tempo e questo profumo la getterà nelle mie braccia."
Lo sguardo del giovane mercante, un po’ vanitoso ed esibizionista, mostrò immediato interesse per l’ampolla.
"Dici che questo profumo potrebbe spingere una ragazza nelle braccia di un giovanotto?"
"Credi che sia io a dirlo? Certo che è così!"
"Si potrebbe fare lo scambio con due canne. Dammi la fragranza e prendi due canne."
Il Ratto prese due canne e cedette il profumo.
"Ecco  due canne a cui potrete appoggiarvi quando passeggerete con la vostra bella nei boschetti di Men-ank o di Get-Sut. Le ragazze che vi vedranno passeggiare diranno: come vorrei appoggiarmi a quelle canne e sospirare nei boschetti." prese a gridare; qualcuno  guardò, ammirò, contrattò, ma Mosè aveva già scelto il malcapitato su cui porre gli occhi rapaci: un gioielliere.
"Se fossi una ragazza impazzirei di gioia di fronte a queste meraviglie." esclamò, fingendosi estasiato davanti a spille, anelli, collane; al suo fianco Djoser seguiva muto la scenetta.
"Non sei una ragazza, ma avrai una sorella, una madre o un'amica a cui donare una di queste gioie." esordì il mercante, ignaro della trappola di parole in cui si stava per cacciare.
"La mia promessa mi aspetta nella casa di suo padre, dove sto per farle visita. Non ho avuto ancora il piacere di conoscerla. Siamo ancora troppo giovani, io e la mia bella."
"Quale occasione migliore per presentarsi a lei con un gioiello.” "Un paio di orecchini d'oro... forse."
"Un paio di orecchini d'oro." ripeté sorridendo l'altro.
 

"Per ora ho comprato due canne da passeggio per suo padre."
"Due canne per il padre e niente per la figlia?"
"Sono talmente belle che vorrò tenerle tutte e due. Potrei cederne una per un paio di orecchini, ma non vedo orecchini degni dello scambio. Le mie canne sono troppo preziose."
"Non  vedi orecchini degni di scambio? - ripeté il mercante un po' indispettito  dall’incompetenza del suo interlocutore - Queste due gocce di corniola imprigionate in un cerchio d'oro non ti sembrano degne di ornare il lobo della tua bella?... E questi  due turchesi? Non sono più luminosi della Celeste Nut? Non  potrebbero degnamente ornare le orecchie di una graziosa ragazza, mio giovane signore?" continuava il mercante, ormai in trappola.
"Le due gocce di corniola." disse il ragazzo.
"Così sia! - si arrese l'altro - Due orecchini per una canna."
"E' il miglior affare della tua giornata, mercante, ma il mio è il cuore  di  un  innamorato."  Sospirò Mosè  prendendo   gli orecchini e tendendo una delle canne, poi si allontanò rapido.
"Adesso cerchiamo una collana d'oro."
"Pensi per davvero di scambiare quegli orecchini con una collana?”
"Certo! Cerchiamo qualche ladruncolo."
Ladri in azione e spacciatori di refurtiva non mancavano mai nei mercati, nonostante le guardie e le loro attivissime verghe. Mosè individuò immediatamente in quella marea di gente un esemplare appartenente alla sua stessa specie. Era un giovane sui venti anni, alto, magro e coperto di stracci. La mano destra era chiusa ad artiglio intorno ad un nodoso bastone coperto di polvere; anche i sandali, di ruvida corda intrecciata, che non portava   ai piedi,   ma attaccati al bastone, erano impolverati e
così gli stracci e perfino la testa. 
"Guarda quel merit. Guarda l'oggetto che ha in mano e che sta mostrando in giro con tanta circospezione."
"E' una collana e mi pare molto preziosa."
"Credi che nelle campagne da dove  è arrivato, le donne portino al collo collane come quella?"
"Certo che no!"
"Quel bifolco darà a me quella collana."
Il Ratto  si fece avanti deciso. Giuntogli alle spalle, lo prese saldamente per un braccio; il contadino ebbe un sussulto.
"Mostrami la tua collana." ordinò perentorio il piccolo Mosè.
"La collana? Quale collana?"
"Quella che tu stai nascondendo dentro la tua manaccia."
Vistosi scoperto, il contadino tentò la fuga, ma senza fortuna.
"L'hai rubata? A chi l'hai rubata?" domandò Djoser.
"Non l'ho rubata."
"Stai mentendo. Chiama la guardia, Mosè… subito…"
"Non l'ho rubata, vi dico. – si spaventò quello - L'ho trovata. L’ho trovata per terra. Lo giuro nel nome di tutti gli Dei."
"Basta così. Ti crediamo." si convinse Djoser e Mosè ne approfittò per mettere in atto i suoi propositi.
"Non ti dispiacerà cederla, allora, a me in cambio di questi orecchini. Faranno la gioia della tua bella e ti eviteranno la verga della guardia.”
"Prendila e dammi i tuoi orecchini."
"Adesso sì, che hai fatto un buon guadagno. E anche lecito! - Mosè prese la collana e cedette  gli orecchini, poi a Djoser - Andiamo. Il ronzio di tutte queste voci è molestia per le mie orecchie."
Lasciarono il mercato; il Ratto sogghignava soddisfatto.
"Hai visto, amico, come si trasforma una collana di pietre in una
collana  d'oro?" esclamò, agitando tutto orgoglioso anche la canna che gli era avanzata dallo scambio.
"Sì, ma tu hai approfittato dell’ingenuità di quella gente!"
"Ingenuità? La loro é stupidità ed ignoranza. - replicò convinto l'amico - Tanta stupidità ed ignoranza non deve andare sprecata, se può essere di qualche utilità a qualcuno."
"A te? Non capisci che quello che dici non è giusto nè onesto!"
"Davvero?  Se  questa collana fosse rimasta nelle mani di quel contadino, quello l’avrebbe venduta per una ciambella a qualcuno più furbo di lui! In questo modo, sono felici tutti: il contadino che, quando avrà mal di capo o di pancia per il troppo sole o troppo cibo, crederà che a farglielo passare saranno state le pietre della mia collana. Il venditore di sandali, quando si sazierà con del buon pane bianco ben cotto e il mercante di profumi, che tornerà a casa con un paio di sandali nuovi ai piedi. Sarà felice anche l'uomo delle canne, quando la fragranza di Babilonia gli guadagnerà le grazie della sua bella e così l'amata di quel merit, quando potrà ornarsi con orecchini degni di una regina... E sarà felice la tua principessa, quando le donerai questa collana."
(continua)

 

brano tratto dal libro di Maria Pace:

"DJOSER e lo Scettro di Anubi"

sI può richiedere nelle librerie oppure direttamente a:

SOCIETA'  EDITRICE MONTECOVELLO

 

FARAONE,EGITTO... da dove arrivano questi temini?

Cominciamo dal termine EGITTO.
E’ la traduzione italiana del greco Ae-gi-Pthos, che a sua volta traduce l’antico termine egizio: Hut-Ka-Ptha.

Il significato letterale è:

DIMORA (Hut) dello SPIRITO (Ka) di PTHA.

E’ la III Dinastia e PTHA è IL Dio Dinastico di MEMFI.

In precedenza il territorio era indicato con altro nome: “Il Paese delle Due Terre”.
Le Due Terre erano: - KEM  o  “Terra Nera”  e
- DESHRET  o “Terra Rossa”.


L’unificazione delle Due Terre avvenne dopo varie ed alterne vicende, militari e diplomatiche, e un “Concilio”, in cui si decise di dare quel nome a tutto il territorio, in onore di PTHA, IL DIO CREATORE.

Curiosità: la parola ALCHIMIA deriva proprio da KEM (terra nera), che i tanti sognatori cercavano di manipolare chimicamente per trasformare in oro il materiale vile.

Passiamo al termine  FARAONE.
Anch’esso è la traduzione del greco PHAR-ON; traduzione, a sua volta,  dell’antico termine egizio: PER-Aa, ossia, PALAZZO-DIVINO o CASA-DIVINA.
Il FARAONE, dunque, non era considerato DIO oppure Figlio di DIO (come nelle prime Dinastie), bensì: Incarnazione di DIO.
Il corpo del Faraone era, cioè, il “Palazzo” in cui viveva lo Spirito del Dio: il dio Horo, per la precisione, figlio di Iside ed Osiride, i quali, tutti e tre insieme, formavano la TRIADE o Sacra Famiglia… niente di nuovo sotto questo Cielo!


 

FIOR dI LOTO


Proprio all’ingresso della prima delle grandi Sale della Statuaria, al Museo Egizio di Torino, c’è una splendida colonna papiriforme ornata alla base da un fior di loto chiuso e in alto da un fior di loto aperto.
Osservandola, ogni volta mi viene in mente un episodio riportato da:  “Le Istruzioni di Amenemeth”
(Libri della Sapienza).

Amenemhet era un Sovrano con qualità di scriba e teneva una lezione a suo figlio sulla misericordia del  Nether- Wa,  Dio-Unico,  verso gli uomini.
Dopo un po’, il ragazzo, piuttosto scettico, gli fece una domanda:
“Signore, – disse -  Come può Dio occuparsi di tutti gli uomini che sono tanti, tanti e poi tanti ancora ed ancora di più?”
Dopo un attimo di riflessione, Amenemhet chiese:
“Figlio, hai mai contemplato un fior di loto?”
“L’ho fatto, sì.” rispose l’altro con accento un po’ stupito.
“Lo sai, figlio, che ogni sera il LunareThot provvede a chiudere ognuno dei petali del calice del fior di loto, affinché né insetti, né animali, né vento o acqua lo danneggi? E lo sai che ogni mattino il Solare Horo provvede a riaprire quei petali per ridare al fiore vita e bellezza?…  Se due Divinità importanti come Thot ed Horo si occupano di un umile fiore, come puoi dubitare dell’interessamento di Dio verso l’uomo, la più importante ed amata delle sue creature?”

Cosa dire di insegnamenti come questo!… E’ così attuale, che sembra uscito dalle labbra di un Pontefice.

 

LA MALEDIZIONE dei FARAONI


Qualcuno crede ancora nella “Maledizione dei Faraoni”? Probabilmente sì!
C’è qualcosa di vero? Naturalmente no!
Come e quando è sorta questa leggenda? Che cosa l’ha alimentata così a lungo?
Tutto cominciò quando l’archeologo inglese Haward Carter scoprì la tomba del celeberrimo faraone Thut-ank-Ammon, durante una spedizione archeologica finanziata dal magnate americano

Rimanderemo ad altra occasione la straordinaria e clamorosa scoperta di questa tomba e resteremo nell’ambito della più colossale “bufala” (così la chiameremmo oggi), architettata ad arte per sfruttare un’inaspettata ingenuità, dilagante nel momento intero.
Innanzitutto bisogna riconoscere l’uso che nel Mondo Antico si faceva di formule di maledizione per colpire o annientare un nemico. (uso che purtroppo persiste ancor oggi: basta seguire qualche programma televisivo)
Una delle forme più comuni di Maledizione, presso l’antico popolo egizio, era quello di scrivere una formula magica su un vaso o un coccio, facendola seguire dal nome del malcapitato: una formula con cui, naturalmente, si augurava ogni sorta di sciagura. Nel corso di una cerimonia si mandava in frantumi il vaso, accompagnando l’atto con le Parole Magiche: le He-kau.
Studiosi ed archeologi moderni, sia quelli seri che quelli che seri non erano affatto, conoscevano perfettamente l’uso di quelle pratiche.

Una di queste tavolette maldicenti fu trovata da un assistente di Carter. Fu dapprima  catalogata come tutti gli altri reperti, ma in seguito, ripulita del terriccio, venne decifrata.
I geroglifici recitavano così:
     “la morte colga con le sue ali
      chiunque disturberà il sonno del Faraone.”
Fra il personale addetto agli scavi si diffuse un’immediata inquietudine: consapevoli delle paure ancestrali degli uomini del posto (manovali, sterratori, portatori) in primo momento si cercò di tenere  segreta la notizia di quel ritrovamento e si fece perfino scomparire il reperto. Ancora oggi non si sa dove sia… né se sia davvero esistito.
Si trattava, però, di una notizia davvero ghiotta; impossibile da nascondere. Non passò molto tempo, perciò, prima che arrivasse a gente di pochi scrupoli e con conoscenze archeologiche e scientifiche praticamente nulle: avventurieri,  truffatori e, immancabilmente, esoterici.
Quasi ad avvalorare le teorie di costoro, che sostenevano l’esistenza di una “maledizione”, una seconda iscrizione maldicente comparve all’interno della camera principale del sepolcro e recitava pressappoco così:
    “Io respingo i ladri di tombe
     e proteggo questa hut-ka (sepolcro)”
La notizia fece il giro del mondo e la leggenda della “Maledizione di Thut-ank-Ammon” ebbe inizio.
Come resistere a quell’affascinante storia di fantasmi e mistero?
Tredici, delle ventidue persone che componevano la Spedizione-Carter, persero la vita, si disse. Si disse e si ripeté per anni in tutto il mondo e in tutte le lingue, alimentando una superstizione che aveva il fascino del più profondo mistero. Si alimentò ad arte un’inquietudine ed una paura sempre crescente.
“Chiunque entri a contatto – si diceva – con la tomba del faraone Thut-ank-Ammon, resta vittima della sua Maledizione.”
Quel che si ometteva di dire, però, era il fatto che tutte quelle mori erano spiegabili, perché provocate da fattori naturali (cattiva igiene, malaria, morsi di serpenti, ignoranza). Si omise, ad esempio, di precisare che molte di quelle morti erano avvenute in tempi molto successivi e per cause tutt’altro che misteriose.
La leggenda della Maledizione, però, era estremamente affascinante e quel fascino catturava molti… Troppi, forse. Catturò letteratura e cinema. Soprattutto il cinema, che girò una pellicola dal titolo suggestivo: “La Mummia”, che fece da battistrada ad un filone di genere nuovo e accattivante: il “fantasy”.
Cos’è, dunque, la “Maledizione dei Faraoni”?

Gli studiosi conoscono perfettamente la profonda religiosità dell’antico popolo egizio: religiosità permeata di magia e superstizione, prodigi e misteri.
Una elite di persone, però, si staccava dalla moltitudine e nella misura in cui la Conoscenza cresceva (Scienza, Astronomia, Matematica, Medicina, Architettura, ecc) crescevano anche il loro sapere e il divario con un popolo lasciato nell’ignoranza. ( come in tutte le culture, naturalmente. Non esclusa la nostra)
Gli studiosi conoscono anche lo sforzo costante degli antichi Sacerdoti egizi per proteggere le tombe da profanatori e saccheggiatori, in azione fin dai tempi più remoti.
Congegni, trabocchetti, trappole: nulla di tutto ciò avrebbe tenuto lontano ladri audaci e con nulla da perdere.
Una sola forza poteva trattenerli e fermarli. I Sacerdoti egizi la conoscevano bene: la paura. La paura alimentata ad arte dalla superstizione; la paura dell’inspiegabile e dell’ignoto. In altre parole: la paura di una “maledizione”.
Per farlo, però, bisognava rendere credibili ed efficaci le minacce di una “maledizione”.
Quali mezzi avevano, gli antichi Sacerdoti egizi, per farlo? Possedevano conoscenze scientifiche e tecniche totalmente ignote al popolo e che custodivano assai gelosamente.
Un esempio? Gli antichi Sacerdoti egizi conoscevano gli effetti (ignorandone la causa) di sostanze radioattive come il radio o l’uranio; soprattutto quest’ultimo, che trovavano in profondità nelle miniere d’oro. Conoscevano le proprietà allucinogene o letali di certe piante e sostanze: oppio, aconito, cicuta, arsenico, i cui fiori dai petali colorati rallegravano i famosi “giardini di Hathor”… e non solo quelli.
Nessun congegno, per quanto pericoloso, poteva essere efficace quanto un’allucinazione o una morte inspiegabile. Se ancora oggi esistono persone ingenue che credono nelle maledizioni e si affidano a responsi, (lo attesta la numerosa clientela di santoni, veggenti e chiromanti) come stupirsi che in un passato così remoto ne fosse vittima gente ignorante e superstiziosa?
Ed ecco la domanda cruciale: che cos’è, in realtà, la famosa “maledizione dei Faraoni”?
Sono le conoscenze scientifiche e tecniche che gli Antichi Egizi possedevano e mettevano in pratica per proteggere le loro tombe.
Com’è nata, in tempi moderni, quella leggenda?
Nacque dall’incredibile interesse mondiale sorto intorno a quella tomba, la più ricca mai scoperta prima, e fu alimentata da una stampa irresponsabile e da fantasiosi narratori, i quali cavalcarono l’emotivita, l’ignoranza e quell’inconscio desiderio di favole che è in fondo allo spirito di ognuno di noi. Esoterici e pseudo-studiosi fecero il resto, proponendo le più stravaganti ed improbabili fantasie e spacciandole per teorie che… se non sbaglio, sono cose che vanno dimostrate.
La “maledizione dei Faraoni” non è neppure una teoria, ma solo una fantasia per tutti quelli che credono in quel genere di favole.

Perché gli Antichi Egizi si facevano ritrarre di lato?

Le teorie più strampalate sono state formulate al riguardo: tecniche di pittura, stile… perfino una forma di danza.
Molti cineasti, infatti, si sono sbizzarriti a mettere una a fianco dell’altra, ballerine con braccia per aria, una tesa in avanti e l’altra all’indietro.
In realtà, la spiegazione è assai più profonda.
Intanto, si fa notare che, a ben osservare, le pitture ritraggono le persone in ogni angolazione del corpo: fianco, gambe e braccia tese in avanti e indietro, testa e busto con rotazione di 45° circa…
Perché, dunque, quella particolare posa?
Durante le Cerimonie Funebri si celebravano Rituali Magici per consentire al defunto di “risorgere” e tornare in vita, rituali che venivano officiati dal sacerdote sem (riconoscibile per la pelle di leopardo in spalla) e dal sacerdote chery-webb (riconoscibile per la stola bianca).
Il primo si serviva di strumenti magici, come l’ur-reka, con cui toccava ogni singola parte del corpo e il secondo accompagnava quei gesti con formule magiche, le He-Kau.
Si praticava il rito direttamente sulla mummia del defunto o sulla statua che lo rappresentava, ma anche sulle pitture parietali della tomba.
Nei primi due casi era facile toccare il corpo in ogni sua parte: braccia, gambe, testata, busto… Più difficile, invece, con le pitture, in cui, non tutte le parti del corpo erano visibili.
Per poterle raggiungere, bisognava esporre quelle nascoste: la parte interna di gambe e braccia, ad esempio, ed ecco la necessità di tenderle in avanti o indietro. Per mostrare sia il petto che le spalle, bisognava fare una piccola torsione del busto, così come per la testa, se si voleva evidenziare sia la faccia che la nuca.
Niente danze, dunque, ma solo la necessità di rendere visibili le varie parti del corpo per procedere al Rito.
Interessante, vero?
 

MUMMIFICAZIONE O IMBALSAMAZIONE ?

MUMMIA!  Un termine che evoca terrificanti, hollywoodiane scene di “zombi” che avanzano barcollando e perdendo pezzi di bende. Questo termine, perciò, è diventato sinonimo di cosa raccapricciante  e spaventevole.
Mummia o corpo imbalsamato?
Naturalmente non è la stessa cosa, anche si tende a definire “mummia” qualunque corpo conservato,  proveniente dal passato.
La mummificazione è un processo naturale di conservazione del corpo mentre l’ imbalsamazione è un processo artificiale.
Nel primo caso occorrono: assenza totale di umidità e temperature elevatissime oppure bassissime. (vedi la mummia del Similao).
Nel secondo caso, invece, occorrono balsami (da cui il termine) ed altre sostanze necessarie al processo di conservazione.

Gli Antichi Egizi hanno praticato la mummificazione fino alla III o IV Dinastia dei Faraoni; in qualche caso anche durante la VI Dinastia, quando, cioè, per le sepolture (a parte la Piramide) venivano scelti siti desertici ad elevata temperatura e scavando in profondità.

A partire dalla VI Dinastia e soprattutto durante il Nuovo Impero, quando la capitale si spostò da Memfi a Tebe, nella Valle, dove l’umidità era assai più elevata, nacque l’esigenza di trovare un rimedio all’azione di decomposizione dei corpi.
Il processo di imbalsamazione era lungo ed elaborato e poteva durare fin anche a 60 – 70 giorni; le operazioni erano numerose.
Per primo si estraeva il cervello, attraverso le narici e con l’ausilio di un martelletto ed attrezzi chirurgici; il cuore, invece, salvo rare eccezioni, restava in loco.  Gli occhi venivano sostituiti con globi o altro materiale.
Successivamente si praticava un’incisione di una decina circa di centimetri sul fianco sinistro del corpo, sufficiente all’imbalsamatore (un medico, perfetto conoscitore della struttura interna di un corpo) di introdurvi una mano per estrarre i tessuti molli: intestino, fegato, polmone e stomaco.
Questi, la loro volta, venivano trattati e conservati, il più integralmente possibile, in appositi vasi detti canopi , dal nome della città in cui si producevano: Canopo.
Al loro posto nella cavità, venivano introdotte sostanze varie: profumi, balsami, resine, sabbia, ecc…
Poiché non esisteva ancora pratica di sutura delle ferite e l’apertura tendeva ad allargarsi ed a rigettare il materiale introdotto, si ricorse all’uso di bende.
All’inizio si trattò di un bendaggio leggero; in seguito, però, a partire dalla XVIII   Dinastia, quello del bendaggio (fino a venti strati) divenne un vero rituale durante il quale ogni parte del corpo veniva affidata alla protezione di una specifica Divinità.

Sostanziale, dunque, la differenza tra mummificazione ed imbalsamazione. Ciò nonostante, si indica un corpo sottoposto a processo di conservazione, con un solo termine: MUMMIA.
Ma da dove deriva questo termine?
All’inizio dell’avventura egizia, alcuni studiosi  cercavano di studiare le sostanze che facevano da collante alle bende; ancora oggi, alcune di quelle sostanze sono rimaste sconosciute: forse provenienti da piante estinte o, forse, altro.
Si scoprì una sostanza scura ed appiccicosa, simile  al bitume.
Il bitume, in Egitto, veniva indicato con termini quali: mummif o mumiya. Si usò lo stesso termine per indicare quel corpo oggetto di studio e tutti gli altri: MUMMIA, per l’appunto

LA DONNA NELLA SOCIETA' EGIZIA

Rispetto alle donne appartenenti ad altre culture del suo tempo, la donna dell’Antico Egitto ha sempre goduto di grande considerazione all’interno della società. Basti citare la donna biblica, romana o medioevale; perfino i Greci si stupivano della sua libertà ed eguaglianza.
Nella vita pubblica quanto in quella privata, la troviamo impegnata in ruoli di prestigio e responsabilità.
In campo religioso ricopriva spesso cariche di “Divina Adoratrice” o “Grande Sacerdotessa” di Divinità importanti come Sekhmet, Iside, Hathor; in campo amministrativo la si poteva trovare perfino a capo di un Dicastero come quello degli “Unguenti e Profumi”.
Dal punto di vista giuridico, la donna egizia godeva di totale indipendenza: poteva disporre di beni economici, conservare quelli ottenuti da un divorzio, fare testamento, difendersi in tribunale, frequentare scuole, ecc…
Nel privato si occupava della conduzione della propria casa, dell’educazione dei figli, dell’amministrazione di beni in proprietà con il marito e di altro ancora. La sua vita era facile e piacevole, vissuta quasi nell’ozio, tessendo o filando, tra feste e banchetti.


Tutto ciò, naturalmente, se si trattava di donne benestanti. Le donne di più umile origine, invece, avevano vita assai meno facile. Tessevano e filavano anch’esse, ma oltre a ciò, si occupavano dei lavori domestici e di quelli dei campi e facevano mille altre cose… come tutte le donne del mondo, prima e dopo di loro.

Diverse, però, era l’esistenza all’interno di un Ipet, il gineceo reale.
Qui, le donne vivevano in una condizione di recluse, all’interno di una gabbia dorata, con il solo scopo di arrecar piacere al Sovrano e senza nessuno dei diritti riservati alle donne comuni; scelte in tutto il Regno, quella condizione, però, era un grande onore per se stesse e le loro famiglie.

 

C'ERA UNA VOLTA.... quasi 3500 anni fa

Nei tempi dei tempi che furono… iniziavano così le favole, un tempo… regnava in Egitto un Sovrano triste e sconsolato poiché non aveva figli. Tutti i giorni egli si recava al Tempio di Ammon a pregare affinché gliene mandasse uno.
Finalmente il dio di Tebe si mosse a compassione e cedette alle preghiere. Ad una condizione:
“Ti manderò un figlio. – disse – A patto che tu me lo restituisca all’età di diciotto anni.”
Voleva dire che a 18 anni il principe sarebbe morto.
“A prenderlo, - aggiunse – manderò un cane, un serpente o forse un coccodrillo.”
Voleva dire che il ragazzo sarebbe morto per il morso di uno di questi tre animali.
Il Re accettò.
Nato il bambino, però, l’idea di vederlo morire così giovane divenne per lui inaccettabile.
Che cosa fece, allora?
Fece costruire una torre in mezzo al deserto, con una sola piccola porta d’entrata e una stanza con finestrella e lì fece crescere il piccolo, separato dal resto del mondo e sorvegliato dal più fedele dei servitori.
Passarono dieci anni circa; il piccolo principe ignorava completamente le cose del mondo.
Un mattino fu svegliato da un suono sconosciuto che l’attirò verso la finestra; vide una strana creatura che correva su e giù, sotto le mura.
“Chi è quella creatura?” chiese al servitore.
“E’ un puledro. – spiegò quegli – Fischia.”
Il ragazzo fischiò, il puledro nitrì; da quel giorno, il puledro venne ogni giorno a galoppare sotto la finestra e i due divennero grandi amici.
Passarono gli anni; arrivò il diciassettesimo.
Un mattino, a svegliare il principe non fu solo il nitrito del suo amico cavallo, ma i nitriti di molti cavalli al galoppo e le voci di cavalieri in corsa.
“Chi sono quelle persone? – domandò il ragazzo al servo – E quello splendido animale che corre davanti ai cavalli, chi è? Come si chiama?”
“Sono cacciatori e quell’animale è un cane.”
“Ne voglio uno.” ordinò il principe.
Il servo, però, non poteva accontentarlo e si consigliò con il Re sul da farsi; alla fine, si decise di donargli un cucciolo, facendo attenzione che non lo mordesse e pensando di sostituirlo con un altro, appena fosse cresciuto.
La vicinanza, però, e il reciproco rispetto, fecero nascere una profonda amicizia fra il cucciolo e il piccolo principe, tanto da vanificare il pericolo della profezia.
Era così, che gli Antichi Egizi si spiegavano l’amicizia tra cane e uomo: l’incontro tra un cucciolo d’uomo e un cucciolo di cane!
A questo punto, però, il ragazzo era cresciuto abbastanza da porsi delle domande sulla propria posizione. Mandò un messaggero dal Re.
“Padre, - fece chiedere – perché mi tieni qui, prigioniero?”
Il Re dovette metterlo a corrente del pericolo che incombeva su di lui, se avesse lasciato quel rifugio sicuro.
Il principe rimandò indietro il messaggero:
“Padre. - fece dire – Tu sei il Faraone e anche il Sovrano più potente del mondo, ma se Ammon, che è la Divinità più potente fra gli Dei, ha deciso che io debba morire, nulla potrà salvarmi dal mio destino. Lascia che io esca dalla mia prigione e concedimi di conoscere il mondo, prima che muoia per il morso di un serpente o di un coccodrillo. Il cane è diventato il mio miglior amico e non temo alcun danno da lui.” 
Il Re cedette al desiderio del principe che con il servo, il cane e il puledro, cresciuto con lui, lasciò la torre e partì alla scoperta del mondo.
Dove poteva andare nei pochi mesi di vita che gli restavano? Scelse  di conoscere Babilonia, prima di andare a Tebe, dove viveva suo padre.
Babilonia la Grande, la Bella, l’Opulenta! Ne aveva sentito sempre parlare.
La strada per Babilonia, però, si rivelò una vera delusione: era cosparsa di rovine, campi incolti, gente affamata e bande di malintenzionati.
Fermarono un mendicante e chiesero:
“E’ questa la via per Babilonia? Abbiamo, forse, sbagliato strada? Qui c’è solo miseria.”
“Ahinoi! – esclamò quello – La nostra principessa è bella e virtuosa, ma è anche la nostra rovina.”
“Com’è possibile? – stupì il principe – Una principessa bella e virtuosa non può essere la rovina del suo popolo.”
“Oh, sì! E’ così bella, che da ogni parte del mondo arrivano principi per chiedere la sua mano. Si fanno guerra fra loro e quel che vedi, straniero, ne è il risultato.”
(la morale è che gli A. Egizi non amavano la guerra e che i Faraoni Guerrieri non furono così numerosi)
“Il vostro Sovrano non fa nulla per evitarlo?”
“Certamente sì! Ha consultato il nostro Dio, Marduk, e il consiglio è stato di erigere una
Torre e di rinchiudervi la principessa per darla in sposa a colui, fra i pretendenti, capace di scalare le mura.”
“Non mi pare un’impresa difficile.” replicò il principe.
“Quelle mura sono ricoperte di specchi e chiunque tenti di farlo, scivola giù ai primi tentativi e deve rinunciare all’impresa e andar via.”
(arrampicarsi sugli specchi: è facile capire la morale di questo tratto della favola)
Il principe volle tentare l’impresa.
Sarà perché desideroso di compiere una grande impresa prima di morire, sarà perché qualche volta anche le imprese impossibili si realizzano… sarà perché siamo all’interno di una favola, ma il principe riuscì nell’impresa.
Alla principessa, però, dovette confessare che aveva solo pochi giorni di vita e non poteva sposarla, ma che era felice di aver salvato il suo Paese dall’invasione straniera.
La principessa, però, volle diventare ugualmente la sua sposa e così, dopo la cerimonia nuziale, il principe si apprestò, in tutta fretta, a tornare a Tebe per presentare la sposa al padre.
Durante il viaggio, la piccola carovana alzò le tende lungo le rive di un fiume. Guardie armate sorvegliavano affinché nessun coccodrillo o serpente si avvicinasse alla tenda del principe. Per di più, la principessa vegliava, mentre il principe dormiva.
Verso l’alba, il cane cominciò ad agitarsi e la principessa vide un’orrida testa di serpente sbucare da sotto la tenda. Chiamò i servi, che uccisero il grosso rettile a bastonate.
Il principe, intanto, continuava a dormire.
“E’ quasi giorno. – si disse la principessa – I servi sono all’erta… nessun coccodrillo, ormai, potrebbe entrare qui dentro.”
E così, stanca e assonnata, si addormentò. Proprio nel momento in cui stava svegliandosi il principe che, la guardò con tenerezza e pensò:
“Ha vegliato per tutta la notte… lasciamola riposare.”
Si alzò e lasciò la tenda, poi si portò in direzione del greto del fiume per bagnarsi il volto e gli occhi.
Fu allora che la vide. Vide una creatura orrida e affascinante insieme, che esercitò su di lui, in egual misura, attrazione e repulsione.
“Chi sei? – domandò – Come ti chiami? Che cosa fai qui?”
La creatura rispose:
“Sono il tuo Destino. Il mio nome è Coccodrillo e ti aspetto da diciotto anni.”
Quel giorno il principe compiva diciotto anni, ma… la sorpresa sta proprio qui: non conosceremo mai il destino del principe poiché il papiro su cui è scritta questa favola è rotto e il pezzo mancante, con il finale, è ancora sepolto da qualche parte nella sabbia della necropoli di Deir-el-Medina, in Egitto, dove è stato rinvenuto, nella tomba di un ragazzo.

E adesso, dite… non sembra una favola scritta oggi? Se non ci credete, andate al Museo de Il Cairo e troverete il papiro custodito in una bacheca.

 

 

GLI SCRITTI SAPIENZIALI

papiri della Sapienza

ANTICO EGITTO - Gli insegnamenti degli Antichi Saggi

 

Se accade che vi sia contesa con chi
è uomo di potere e superiore,
serra le braccia e curva la schiena:
con lo scherno non otterrai il suo accordo.
Non badare alle sue male parole
e non contraddirlo quando egli attacca:
il tuo controllo eguaglierà il suo straparlare
ed  ignorante  egli sarà chiamato
(da: Le Istruzioni di Pthahotep – IV Dinastia)

 

Colui che compie il male la riva lo respinge.
L’acqua della Piena lo trascina via.
Il vento del Nord cala per porre fine alla sua ora
e si confonde con il temporale.
Alta è la nube temporalesca e malvagi i coccodrilli
Le sue urla raggiungono il cielo.
e la Luna dichiara il suo crimine,
ma noi non agiamo come quelli del suo stampo.
Sollevalo, dagli la amano e lascialo nelle mani di Dio.
Che sia egli sazio e pianga: una cosa buona al cuore di Dio
è attendere prima di parlare.
(da: Gli Insegnamenti del saggio Amenopeth – XVIII Dinastia)

 

I MATRIMONI INCESTUOSI dei FARAONI

il faraone Thut-ank-Ammon e la sposa-sorella Ank-sen-Ammon

Perché i Faraoni sposavano figlie e sorelle, praticando, così, l’incesto?
La domanda è legittima e la risposta pare scontata:
“Per preservare la purezza del sangue.”
Un fondo di verità c’è, in questo, ma ci sono anche altre cause: tradizione, politica, religione…
Sappiamo che l’Egitto non era il solo Paese a seguire tale consuetudine: il babilonese Abramo aveva per Sposa Primaria la sorella Sarai e l’ittita Suppilulumia, di sorelle ne aveva sposate addirittura due.
In realtà, in Egitto l’incesto era considerato un reato e come tale punito, ma solo per la gente comune.
Perché, dunque, quella pratica contro natura nelle Famiglie Reali?
In Egitto ( e non solo in Egitto) il trono si ereditava per via femminile: durante il matriarcato prima e in retaggio di tale sistema, dopo.
Era nelle vene della Grande Consorte Reale che scorreva il “sangue divino” ed era lei ad essere, da sempre, considerata “Figlia di Dio”. (basta dare uno sguardo alle iscrizioni del Tempio di Deir El Bahary, il Complesso Funereo di Huthsepsut, la Regina-Faraone)

La Grande Consorte Reale trasmetteva alla principessa ereditaria il suo sangue divino assieme al diritto al trono:  questo, dunque, era “proprietà” della Grande Regina e passava in eredità a sua figlia.
Il principe ereditario, designato dal Faraone in carica, lo riceveva dopo un complesso cerimoniale che possiamo riassumere in tre momenti:
- Le Nozze Divine:  tra la principessa ereditaria e il Dio Dinastico (Ammon, in questo caso), celebrate nel Tempio Dinastico di Karnak, a Tebe: uno dei misteri più impenetrabili dell’Antico Egitto.
- Le Nozze regali:  della principessa e futura Regina con il principe ereditario
- L’atto sessuale: e il conseguente mescolamento di sangue.

Attraverso tale cerimoniale lo spirito del Dio-Dinastico passava dal corpo della principessa in quello del principe: il futuro Faraone. (Per-oa, ossia Palazzo Divino:  il luogo in cui si incarnava la Divinità. Faraone, che vuol dire Incarnazione di Dio )

In teoria,  ogni uomo poteva, sposando la principessa ereditaria, diventare Faraone.
Il pericolo di guerre dinastiche tra principi era reale ed elevato; non esisteva diritto di primogenitura, ma solo quello di designazione da parte del Faraone, anche se di norma ad essere designato era, ma non sempre, il primogenito.
Reale ed elevato era anche quello costituito da guerre di conquista da parte di stranieri.
Il Faraone in carica, dunque, alla nascita della principessa ereditaria le assegnava un marito: uno dei principi ereditari. Accadeva, però, anche che la prendesse in sposa egli stesso, in assenza di fratelli.
Così fece il faraone Amenopeth IV (conosciuto anche come Akhenaton), che sposò tutte e sei le figlie; Sua Maestà Sety I, invece, fece sposare due sorelle al suo successore designato: Ramesse II (che pure era già sposato con la bellissima ma molto borghese Nefertari)
Lo stesso fece il faraone Thutmosis I con il figlio Thutmosis II, che diede come marito alla celeberrima Huthsepsut, Regina-Faraone.

nota: si suppone che sia stato per impedire una guerra dinastica che la principessa Maritammon, figlia del più celebre Thut-ank-Ammon, abbia finito per sposare il generale Haremhab diventato, in seguito a ciò, Faraone:  un Faraone usurpatore.
Come lo erano tutti i suoi discendenti: i Ramessidi.